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FOTO/INDUSTRIA 2025|HOME. La fotografia e la forma dell’abitare il mondo

La VII edizione della Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro, promossa dal MAST di Bologna e curata da Francesco Zanot, esplora la casa come orizzonte sociale, politico e poetico del contemporaneo, in dialogo con la retrospettiva di Jeff Wall e con le mostre diffuse in tutta la città.

La nostra epoca è segnata, sempre più, da lavoro che si smaterializza, produzione che si virtualizza e geografia dell’umano che si dissolve; in una simil dimensione, il ritorno a casa non è solo un bisogno, ma una forma di conoscenza.

La VII edizione di FOTO/INDUSTRIA, la Biennale di fotografia dell’industria e del lavoro promossa dalla Fondazione MAST di Bologna, si costruisce attorno a questa consapevolezza: HOME, la casa, immaginata, pensata, descritta, agguantata o perduta come idea, corpo, simbolo, spazio mentale e politico. La curatela di Francesco Zanot pone la casa nel ruolo di chiave per comprendere il presente, una sorta di dispositivo critico attraverso cui leggere la relazione tra industria e intimità, tra architettura sociale e desiderio privato. Non è qui, perciò, da intendersi, il tema della casa come locus amoenus o luogo domestico, ma una lettura della sua essenza quale universo dell’abitare, oltre ad un modo per interrogare, al solito, la fotografia sul suo stesso ruolo, poiché l’immagine è, da sempre, una forma di abitazione, che sia dello sguardo, del tempo, della memoria, del desiderio.

Per il settimo anno della Biennale, Bologna intera torna a diventare un organismo visivo diffuso: undici mostre, dislocate tra sedi di rilievo storico, architettonico e culturale della città e gli spazi del MAST, tracciano un percorso in cui la fotografia mappa il linguaggio dell’esperienza umana nel mondo di una grammatica visiva tanto complessa e sempre più in discussione. Ogni progetto scelto per Foto/Industria 2025 è come una stanza ideale di un’unica abitazione collettiva, una sorta di frammento di un più grande atlante visivo che perimetra l’atto di costruire, abitare, lavorare, sopravvivere.

Al centro di questo edificio concettuale si erge la mostra retrospettiva di Jeff Wall, Living, Working, Surviving, curata da Urs Stahel, che occupa le Galleries del MAST quasi fosse un enorme cuore luminoso e silente. Le sue ventotto opere, realizzate tra il 1980 e il 2021, appaiono come veri e propri palcoscenici del contemporaneo, non soltanto immagini ma micromondi nei quali la realtà è insieme teatro e memoria. Wall mette in scena composizioni in inconfondibili lightbox, divenute suo marchio stilistico, accompagnate da stampe più intime in bianco e nero in una costruzione dialogica tra l’abitare ampiamente inteso – in positivo o in negativo – e l’essere umano, tra il lavoro e la sopravvivenza. In ognuna delle opere di Wall si ritrovano anche i gesti invisibili della quotidianità, le pieghe del corpo nel fare, l’assoluto contenuto nell’ordinario, in una concezione che amplifica un concetto evidenziato da Foto/Industria 2025, secondo cui abitare è un atto di costruzione, e la fotografia, come la casa, è un gesto che ci restituisce un luogo nel mondo. Living, Working, Surviving, si propone come una mostra che è anche un asse concettuale attraverso cui leggere FOTO/INDUSTRIA 2025. Nella VII edizione della Biennale molto ruota attorno a questa tensione di relazione, come se gli altri artisti, disseminati nelle diverse sedi bolognesi, dialogassero con Wall, suggerendo echi e deviazioni.

Jeff Wall, Living, Working, Surviving, Galleries del MAST, courtesy

Nelle opere di Matei Bejenaru, dal progetto Prut, a Palazzo Bentivoglio, la casa appare come reliquia e rifugio, spazio della resistenza individuale contro l’uniformità post-socialista. Le sue immagini raccolgono la quotidianità rumena con la precisione di un etnografo e la delicatezza di un poeta: muri scrostati, interni che conservano il peso della storia, oggetti che parlano del lavoro e del silenzio. L’abitare diventa testimonianza, gesto di sopravvivenza estetica in un mondo che cambia in cui il fiume Prut che funge da limite, barriera, confine, margine è per lui sinonimo di casa.

Matei Bejenaru, Prut, Palazzo Bentivoglio, FOTO/INDUSTRIA 2025|HOME, courtesy

Con Alejandro Cartagena, la casa si dilata fino a diventare infrastruttura. A Small Guide to Homeownership, a Palazzo Vizzani, presso Alchemilla, racconta le periferie messicane come organismi instabili, dove la promessa del progresso convive con la fragilità economica. Le vedute dall’alto, con camion carichi di materiali e persone, restituiscono l’immagine di una società in costruzione permanente, di un’urbanità che cresce senza misura. Cartagena, in una ricerca durata oltre un decennio, usa la fotografia come strumento cartografico e politico: la casa, qui, è al tempo stesso sogno e trappola, miraggio di benessere e segno tangibile di disuguaglianza.

Alejandro CartagenaFragmented Cities, Escobedo, 2005-2010, dal progetto
A Small Guide to Homeownership, Palazzo VizzaniAlchemilla

Forensic Architecture, il collettivo fondato da Eyal Weizman, nelle sale di Sottospazio – Palazzo Bentivoglio Lab, in una dimensione ipogea che ricorda un bunker, rovescia il concetto stesso di abitare con il progetto Looking for Palestine: la casa è scena del crimine, spazio della violenza e della testimonianza. Attraverso modelli tridimensionali, video, immagini satellitari e dati, i media della mostra narrano di ambienti domestici distrutti dalla catena infinita di conflitti israelopalestinesi che hanno portano al genocidio in corso, trasformando la fotografia in una forma di prova forense. La fotografia, in tal caso, interroga la percezione dell’immagine come verità ed ogni pixel si traduce in frammento di giustizia, ogni parete ricostruita diventa atto di memoria politica. La mostra è a cura di Elizabeth Breiner con Shourideh Molavi.

Forensic Architecture, Looking for Palestine, Sottospazio – Palazzo Bentivoglio Lab,
FOTO/INDUSTRIA 2025|HOME, courtesy

A partire da Julia Gaisbacher, la narrazione visiva di FOTO/INDUSTRIA 2025 si sposta verso una dimensione intima e sociale, mediante cui la casa diventa lente per comprendere la relazione tra individuo, comunità e territorio. Le sue fotografie, afferenti al progetto My Dreamhouse is not a House, ospitate alla Fondazione Collegio Venturoli, raccontano con sguardo antropologico e sensibilità architettonica il modo in cui le strutture urbane e domestiche partecipano alla costruzione dell’identità collettiva. Gaisbacher, indagando un progetto edile cooperativo di Graz, in Austria, degli Anni ’70, esplora la soglia tra documento e costruzione: l’obiettivo restituisce la tensione tra i luoghi che abitiamo e quelli che proiettiamo, tra la forma della città e la forma del pensiero. La casa, nelle sue immagini, non è mai chiusa ma porosa, come lo erano i cantieri del complesso residenziale Gerlitzgründe, punto d’incontro tra intimità e spazio collettivo, un’architettura morale.

Julia Gaisbacher, My Dreamhouse is not a House, Fondazione Collegio Venturoli,
FOTO/INDUSTRIA 2025|HOME, courtesy

Ancora nel fu Collegio Venturoli, restituito alla visione della città, espone anche Vuyo Mabheka, giovane autore sudafricano che porta in mostra Popihuise, un’opera densa di vitalità e resistenza. Le sue fotografie descrivono interni e luoghi aperti frutto dell’immaginazione e il loro perimetro mobile, disegnato, accoglie le pochissime foto di bambino dell’autore e altri ritagli di una vita che sostenuta da perdite e mancanze, dove la precarietà diventa invenzione quotidiana, come nelle townhouse sudafricane. In Mabheka la casa si rivela un organismo fragile, costruito con ciò che si ha a disposizione, ma anche un segno di dignità: abitare è un atto di autodeterminazione. Le luci intense e i colori saturi che caratterizzano i suoi disegni creano una tensione tra l’immediatezza del reale e la sua carica simbolica, evocando la forza collettiva che sostiene la vita nelle comunità urbane contemporanee e le foto di una verità mediata da necessità interiori.

Vuyo Mabheka, Popihuise, Fondazione Collegio Venturoli,
FOTO/INDUSTRIA 2025|HOME, courtesy

Al di là del cortile, l’artista svedese Mikael Olsson, con Södrakull Frösakull, porta un’indagine sul rapporto tra memoria, architettura e percezione, in dialogo diretto con il tema della biennale. L’artista svedese utilizza la fotografia come strumento di misurazione del tempo, catturando edifici e ambienti che oscillano tra presenza e assenza. Il suo lavoro per Bologna, focalizzato su due emblematici progetti dell’architetto e designer modernista Bruno Mathsson, è fatto di sospensioni e di geometrie, di luce che scivola sulle superfici, di spazi che diventano pensieri. In queste immagini, l’abitare assume un carattere concettuale, poiché la casa non è più un rifugio ma uno strumento sinestetico percettivo, una struttura mentale che riflette le forme del vivere e del rapporto tra architettura, natura ed individuo.

Mikael Olsson, Södrakull Frösakull, Fondazione Collegio Venturoli,
FOTO/INDUSTRIA 2025|HOME, courtesy

La riflessione si amplifica e cambia ancora direzione con Kelly O’Brien e la mostra No
Rest for the Wicked
, ospitata al LGS SportLab – Spazio Carbonesi, che esplora la dimensione familiare, femminile, lavorativa e domestica come archivio affettivo intergenerazionale. Le sue opere intrecciano video e fotografia in una narrazione personale, che rielabora esperienze di migrazione, maternità e memoria collettiva. Nelle mani della O’Brien, la fotografia diventa linguaggio narrativo dell’intimità, capace di connettere la dimensione privata a quella sociale, mentre ogni immagine sembra un frammento di racconto, un ricordo che si fa documento e testimonianza. La mostra è a cura di Raquel Villar Pérez.

Kelly O’Brien, No Rest for the Wicked, LGS SportLab – Spazio Carbonesi,
FOTO/INDUSTRIA 2025|HOME, courtesy

Il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, diretto da Lorenzo Balbi, ospita Quarta casa di Moira Ricci che affronta il tema dell’abitare con una plurima prospettiva: in primis visionaria, dove il reale e l’immaginato si fondono. Le sue serie fotografiche riflettono sulla casa come luogo della trasformazione e della memoria generazionale: ambienti che si dissolvono, presenze che riaffiorano come entità di un passato collettivo. Ricci mette in scena la fotografia anche come atto affettivo, dedicato in particolare alla sua infanzia e alla sua mamma, prematuramente scomparsa, in cui la tecnologia si intreccia con l’emozione, e l’immagine diventa rito di sopravvivenza: abitare, per lei, significa ricordare e reinventare. La mostra è a cura di Lorenzo Balbi e Francesco Zanot.

Moira Ricci, Quarta Casa, MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

Nella grande sala dedicata al contemporaneo della Pinacoteca Nazionale di Bologna, Ursula Schulz-Dornburg offre una visione diametralmente opposta e complementare con il progetto Some Homes. Le sue fotografie rigorose e silenti, raccontano architetture temporanee e luoghi di transito tra Oriente e Occidente. I rifugi, le baracche, le costruzioni precarie diventano simboli di un’umanità nomade, sospesa tra migrazione e appartenenza. Nella poetica della Schulz-Dornburg, la casa si trasforma in un gesto universale di sopravvivenza, una traccia di una civiltà che si sposta, costruisce e ricostruisce all’infinito. Sei serie che si intrecciano in una infinita narrazione in cui ad emergere dalle foto sono in modo simbolico quelle necessità di travalicare il tempo della storia di ciò che Ella ha immortalato, il desiderio di stabilità nella sospensione e di una dimensione che trova nella ‘casa’ protezione e fuga.

Ursula Schulz-Dornburg Some Homes, Pinacoteca Nazionale di Bologna,
FOTO/INDUSTRIA 2025|HOME, courtesy

Infine, alla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, le opere d’archivio di Sisto Sisti chiudono idealmente il percorso della Biennale con Microcosmo Sinigo, un’indagine sullo spazio domestico come scena dell’ordinario. Le sue immagini restituiscono una quotidianità minuziosa, fatta di oggetti e abitudini, ma attraversata da un senso di attesa, come se dietro ogni immagine si celasse un racconto incompiuto. Sisti, operaio emiliano migrato a Sinigo di Merano, nel borgo operaio razionalista della fabbrica chimica Montecatini, in pieno regime fascista, osservava la casa e i luoghi della collettività del borgo operaio come microcosmo dell’esperienza umana, dove il lavoro e la vita privata si intrecciavano in un equilibrio di autarchia sottile. Il suo sguardo, preciso e poetico, riconsegna oggi alla fotografia la capacità di trasformare l’invisibile in racconto, di restituire valore ai frammenti minimi del vivere, in un luogo che, come l’Alto Adige italianizzato dal regime, faticava a trovare una nuova identità. La mostra è a cura di Alessandro Campaner e Stefano Riba.

Sisto Sisti, Microcosmo Sinigo, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna

In un simile intricato, ampio, complesso intreccio di sguardi, FOTO/INDUSTRIA 2025 | HOME compone un discorso unitario sul significato di “casa” come condizione dell’essere nel mondo e dell’individuo, come metafora di appartenenza ma anche come laboratorio della memoria. La Biennale di Fotografia del MAST costruisce così una geografia affettiva, culturale, geografica e politica dell’abitare, geografia in cui ogni autore si fa testimone di una diversa forma di resistenza o di desiderio, così come orizzonte di relazione. E la fotografia, probabilmente, assume la forma di potente status di abitazione possibile, abituandoci, ogni volta, a riconoscere il mondo come se fosse nostro.


FOTO/INDUSTRIA 2025 | HOME
VII Biennale di Fotografia dell’industria e del lavoro
A cura di Francesco Zanot
Fondazione MAST e sedi in città
Bologna
07.11.2025 – 14.12.2025
Info e Programma FOTO/INDUSTRIA 2025 – Mast
Press Alessandra Santerini per MAST

Azzurra Immediato

Azzurra Immediato, storica dell’arte, curatrice e critica, riveste il ruolo di Senior Art Curator per Arteprima Progetti. Collabora già con riviste quali ArtsLife, Photolux Magazine, Il Denaro, Ottica Contemporanea, Rivista Segno, ed alcuni quotidiani. Incentra la propria ricerca su progetti artistici multidisciplinari, con una particolare attenzione alla fotografia, alla videoarte ed alle arti performative, oltre alla pittura e alla scultura, è, inoltre, tra primi i firmatari del Manifesto Art Thinking, assegnando alla cultura ruolo fondamentale. Dal 2018 collabora con il Photolux Festival e, inoltre, nel 2020 ha intrapreso una collaborazione con lo Studio Jaumann, unendo il mondo dell’Arte con quello della Giurisprudenza e della Intellectual Property.

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