Guardare in cielo, trovare forme e raggruppamenti tra astri lontani anni luce, quel tentativo di mettere in relazione queste entità luminose, è una tensione che caratterizza ogni essere umano.
Ma trovare gli invisibili disegni delle costellazioni richiede pazienza e una lunga osservazione attenta.
Questa cura nella ricerca e nell’osservazione delle connessioni, è ciò che caratterizza il lavoro di Ilaria Turba. Il progetto Nueter – Costellazioni nelle terre matildiche, prende forma a partire dall’esigenza di omaggiare il fare e lo stare insieme.
Ilaria Turba si inserisce in punta di piedi all’interno di questi paesi in provincia di Reggio Emilia – Albinea, Canossa e Quattro Castella – senza sapere dal principio che sono luoghi intrinsecamente plasmati dalla cura della collettività. Viene naturale, all’artista, iniziare a lavorare in simbiosi con gli abitanti dei Comuni. Turba ascolta i racconti di questi luoghi e percepisce in maniera tangibile quella tradizione del Noi.
È un progetto comunitario nel vero senso della parola, dove sono le persone stesse a creare l’opera d’arte. L’artista si mette sullo sfondo, sono i cittadini ad essere protagonisti.
Il progetto Sconfinamenti si pone l’obiettivo di portare l’arte contemporanea in questi Comuni Reggiani. Gli interventi degli artisti, che si configurano come installazioni permanenti nello spazio pubblico, intendono creare un dialogo costante con quei luoghi e con chi lo abita.


Turba bussa alle porte, chiedendo agli abitanti di donare delle foto che possano evidenziare il significato dello stare insieme. Tramite un passaparola e un inaspettato coinvolgimento, vengono raccolte 60.000 foto, tra archivi personali e collettivi, non solo del passato ma anche della vita attuale.
Nemmeno la selezione delle foto è stata totalmente in mano all’artista. Durante una festa le persone sceglievano porzioni di foto e le commentavano. Da quel momento di convivialità, Turba sceglie la composizione delle costellazioni finali – tre installazioni gemelle, una per ogni comune.
Su delle lastre di metallo circolari fa incidere quelle foto, attraverso una tecnica serigrafica manuale. L’effetto somiglia a quello del dagherrotipo, dando un’aria antica anche alle immagini più recenti. L’ottone è stato scelto per avere una luminosità simile all’oro, per conferire preziosità a quel Noi raffigurato.
L’artista rende volutamente difficoltosa la fruizione. L’opera richiede tempo e impegno nell’osservazione, chiede di tornare a guardarla in diverse ore del giorno, seguendo il cambiamento della luce. L’esperienza di fruizione diventa quindi totalizzante, tridimensionale – anzi quadrimensionale. Viene spontaneo spostarsi per trovare l’angolazione migliore. Il movimento diventa una sorta di danza, ed è come se quegli scatti prendessero di nuovo vita. Nell’avvicinarsi ecco che il viso del fruitore si specchia – creando un cortocircuito, uno spaesamento – ricordando che ognuno di noi si può rispecchiare in quelle immagini che diventano simboli universali di collettività.
E si riflettono poi l’un l’altra, le tre installazioni, con foto diverse ma lo stesso modo di raccontare. Si collegano da un capo all’altro, formando un sistema celeste sui muri di edifici – scelti dall’artista – che parlano del passato ma si affacciano verso il futuro, verso un nuovo scopo ancora in costruzione.


Turba ci tiene a sottolineare che il progetto non intende parlare di memoria storica. Diventerà, naturalmente, un oggetto legato alla storia del luogo, ma non nasce per quel motivo. Questo lavoro vuole essere un segno che si spinge verso il futuro.
In tempi disumani come quelli di oggi, queste esperienze che raccontano di collettività sono necessarie. Guardando la società attuale, sempre più individualista, che corre veloce e dove ognuno si allontana dalle proprie radici, un progetto come quello di Ilaria Turba ci invita a rallentare, ci aiuta ad essere comunità e osservare ciò che ci rende tale.
Gli oggetti cangianti che formano queste costellazioni, diventano delle luci che ci guidano verso un domani dove non guardiamo più lo spazio vuoto tra un punto e l’altro, ma piuttosto quella tensione che ci tiene vicini, quelle linee invisibili che con pazienza si delineano sotto i nostri occhi.
Siti delle installazioni:
Villa Tarabini – via G. Garibaldi 17, Albinea (RE)
Casa del Mezzadro accanto alla Chiesa della Mucciatella, via R. Valentini, Puianello di Quattro Castella (RE)
Centro Sociale Autogestito Borzano – Località Borzano di Canossa 128, Canossa (RE)

