Il progetto è tuttora in divenire: a Nuoro una sua parte è inclusa nella mostra collettiva Tessere per resistere. Pratiche di resistenza nella tessitura contemporanea, a cura di Efisio Carbone, in programma fino all’8 marzo 2026 al Museo del Costume di Nuoro; a Catania un Liceo Artistico sta ultimando gli arazzi avviati in occasione della partenza della Global Sumud Flotilla; a Jesi, i Musei Civici di Palazzo Pianetti, in collaborazione con ASP Ambito 9, Jesi per la Palestina e Hop Shop, e con il patrocinio del Comune, stanno portando avanti un laboratorio di arte partecipata, articolato in più incontri, che condurrà alla realizzazione di un’opera comunitaria prevista per la primavera. L’intero cammino verrà raccontato in un saggio di prossima uscita. Un percorso che non si spegne e che contribuisce a tenere accesa la luce su Gaza, in un momento in cui l’attenzione mediatica appare sopita.
Com’è il cielo in Palestina? È una domanda che attraversa territori, comunità, corpi e coscienze, e che si trasforma in un dispositivo poetico e politico di ascolto collettivo. Il lavoro di Giovanni Gaggia nasce come risposta a un’urgenza civile e si sviluppa come un percorso a tappe, che si è ampliato attraverso il coinvolgimento diretto di persone, luoghi e istituzioni. Dalla prima cornice vuota del Museo dei Bronzi Dorati di Pergola, trasformata in ponte simbolico verso Gaza, fino alla grande installazione di diciotto metri esposta alla Casa della Memoria di Milano, il progetto ha assunto la forma di un arazzo corale in cui parole, ricami e gesti sono divenuti strumenti di testimonianza e impegno civile. Le frasi provenienti dalla Striscia di Gaza, mantenute nella loro lingua originale, restano intatte, sottratte alla retorica e alla semplificazione, affidate al filo d’oro e al tempo.
Nel suo approdo a Jesi, Com’è il cielo in Palestina? si struttura come un’esperienza di costruzione comunitaria attraverso l’arte, estendendosi in più sedi della città e coinvolgendo realtà sociali, culturali e solidali, mentre ribadisce la sua natura processuale: una pratica collettiva che interroga il ruolo dell’artista, ridefinisce il concetto di autore e affida alla partecipazione una responsabilità condivisa. Il ricamo si trasforma in gesto sociale, la lentezza una forma di resistenza, la cura una scelta etica.
Il cielo, immagine universale e insieme profondamente segnata dalla Storia, assume nel lavoro dell’artista una densità simbolica articolata: spazio di libertà e di controllo, di immaginazione e di minaccia, luogo comune che sotto il conflitto si trasforma in territorio politico. Porre una domanda sul cielo significa allora rifiutare l’affermazione univoca, aprire una sospensione attiva, chiamare in causa lo spettatore rendendolo parte di un processo di memoria viva. In questa intervista, Giovanni Gaggia ripercorre le origini del progetto, ne chiarisce le scelte formali ed etiche, riflette sul rapporto tra arte, trauma e responsabilità civile, e ci offre uno sguardo lucido su una pratica che rivendica con forza il diritto – e il dovere – di non tacere.


Considerando il “cielo” come metafora (“sopra”, “oltre”, “orizzonte”, “libertà”), come hai utilizzato questa immagine per veicolare o evocare la condizione palestinese? Quali contrappunti estetici emergono tra l’idea del cielo e la realtà concreta del territorio oppresso?
Tutto ciò che nomini: sopra, oltre, orizzonte, libertà. E poi l’inadeguatezza, la caducità della vita, il pensiero libero, l’irrisolto, il confuso. Il cielo come spazio di confronto con il sé più profondo, possibilità di immersione nell’infinito. In relazione alla storia che ho scelto di trattare, diventa inevitabilmente un territorio politico. Il mio cielo è il medesimo del tuo: non vi è alcuna barriera visiva, tangibile, concreta. Marwan Makhoul, in uno dei suoi componimenti, scrive che per poter comporre una poesia non politica gli uccelli devono cantare, e perché gli uccelli possano cantare gli aerei da guerra devono smettere di volare. Quello spazio aperto che, per natura, è il cielo, in quel territorio – come in tutti i luoghi di conflitto – diventa schermo di sorveglianza, di minaccia, luogo in cui l’assenza di possibilità convive con l’unica via di fuga: quella dello sguardo e dell’immaginazione, la visione di una vita differente. In questo progetto l’ho utilizzato come spazio metaforico per restituire la contraddizione tra ciò che il cielo rappresenta – libertà, movimento, possibilità – e ciò che accade sotto quel cielo – restrizione, precarietà, sospensione continua, attesa di attacchi e bombardamenti. È in questa dicotomia che emergono i contrappunti concettuali: da un lato la verticalità come visione, credo e aspirazione; dall’altro uno dei luoghi di azione di chi impedisce la libertà e ferisce. È questa tensione che il mio progetto tenta di evocare, nel tentativo di restituire, anche solo in parte, il cielo palestinese.
Il titolo è una domanda. Non un’affermazione, non un proclama. Che funzione attribuisci, nel tuo lavoro, al fatto di porre una domanda invece di dare una risposta? La domanda resta aperta, sospesa: credi che la sospensione sia uno spazio politico attivo o è piuttosto un tentativo di restituire complessità, evitando il rischio della semplificazione e della retorica?
Il titolo è volutamente una domanda: Com’è il cielo in Palestina? Non compete all’arte dare risposte; il titolo amplifica questa condizione, aprendo al processo del progetto. Una domanda implica la necessità di una risposta: apre, invita, mette in relazione. Genera una sospensione che non è un vuoto, ma uno spazio politico attivo. Restituisce complessità, molteplicità di possibilità e rifiuta la semplificazione. Il valore politico della domanda risiede proprio in questa apertura verso l’altro: lascia ai partecipanti un ruolo attivo nella generazione della memoria, e affida allo spettatore — direttamente e senza possibilità di deroga — la responsabilità di interrogarsi.
L’arazzo collettivo generato dal progetto implica una produzione condivisa. Come cambia la nozione di opera quando non è più soltanto il gesto dell’artista singolo, ma il risultato di una pluralità di mani, voci e territori?
Quando un’opera nasce da molte mani, molte voci e proviene da molti territori, amplifica profondamente la nozione stessa di “autore”. Non si tratta più di un gesto singolo, ma di una costellazione di punti – in questo caso reali trattandosi di’ ricamo – che vanno a comporre l’opera d’arte. La difficoltà sta nella gestione del processo, nella guida estetica, quando vidi La Casa della Memoria mi immaginai fin da subito una installazione definita che si incastrasse perfettamente con l’architettura del luogo, studiai delle dimensioni, sapevo perfettamente quale dovesse essere il finale, senza possibilità d’errore. Pur partendo da una dimensione collettiva e da un territorio condiviso. Il valore politico sta nella somma di sensibilità diverse, che comunitariamente tentano di tenere insieme con il filo un pezzo di mondo. Lontano dall’idea di una pratica solitaria di realizzazione – anche se il mio modo di vivere è quanto di più romantico ci possa essere -e apre invece a una responsabilità collettiva e ad una cura distribuita, qui torniamo al valore politico. L’opera così diviene una enorme cassa di risonanza.
La modalità partecipativa del progetto (ricamo collettivo, adozione di frasi, coinvolgimento diffuso) suggerisce una responsabilità condivisa. In che misura l’arte collettiva può contribuire a una coscienza sociale o a un cambiamento simbolico?
La partecipazione non è un espediente formale, ma una scelta politica. Un ricamo collettivo, l’adozione di una frase, il tempo condiviso attorno a un gesto lento: tutto questo produce una forma di responsabilità reciproca. L’arte non può cambiare il mondo ma le singole persone si: genera terreno fertile, sposta la percezione, apre possibilità, può educare a una delicatezza, a un’attenzione nuova. Il cambiamento è certamente simbolico e non di poco conto.


Qual è stato il primo impulso che ti ha portato a chiederti com’è il cielo in Palestina. Un’immagine, un incontro, un’urgenza politica, un sentimento personale, una necessità artistica e civile?
Una cornice conservata nel Museo dei Bronzi Dorati di Pergola, esposta nell’ambito della mostra L’Oro BLU curata da Leonardo Regano. Una cornice vuota, dorata, di dimensioni importanti e da poco restaurata. Ricostruendone la storia approdammo alla piccola chiesa del cimitero, dove era rimasta per molto tempo. Quando la visitai, fui colpito da un dipinto e, in particolare, dalla figura di San Paolo intento a scrivere ai piedi della Vergine. La vidi poco dopo il 7 ottobre 2023 e immaginai la necessità di uno scambio epistolare inverso. È questa la ragione che mi spinse a inviare verso la Striscia la domanda: “Com’è il cielo in Palestina?”. Una domanda nata da un’urgenza interiore, non da un evento unico. Era una necessità civile.
Lavorare su un trauma vivente, attuale, e non una tragedia storicizzata, comporta il rischio di speculazione, appropriazione o di estetizzazione. Come ti posizioni rispetto all’idea che l’arte possa “parlare per” qualcuno?
Evito ferocemente l’estetizzazione del dolore e la trasformazione delle voci: ascolto e lascio le parole intonse, nel tentativo di fare memoria senza alcun filtro degli accadimenti. Cerco di creare uno spazio in cui l’ascolto diventi possibile, per me e per gli altri; la relazione diventa così l’emblema, più ancora della rappresentazione. Il valore dell’opera risiede quindi nel processo. L’opera ha senso nella misura in cui apre un varco di pensiero percorribile.


Ultime due stringenti domande. Cosa rappresenta per te il cielo o, meglio, cosa sono le nuvole?
Spazio di pensiero: per me il cielo è quello di Mezzanotte, il luogo in cui vivo. Qui la verticalità della mia esistenza si è in parte pacificata: le radici sono ben piantate e lo sguardo rivolto verso l’alto. Arrivo in cima alla mia salita stellata e trovo un’apertura da cui, spesso, osservo le nuvole che si spostano sull’Appennino e cambiano colore. Nel mio cielo c’è ciò che c’è per chiunque altro; proprio per questo il suo valore politico è enorme. In questo caso, la parola “infinito” deve necessariamente esserci.
Cosa speri che resti di questa opera tra dieci o vent’anni?
Un libro più che l’opera: quello che sto scrivendo in questi giorni, un racconto dove suturo insieme le parole di chi con me sta compiendo questo viaggio.

