Le città sembrano immutabili. Anche quando cambiano, si trasformano spesso in copie di sé stesse. Pescara, diventata città nel 1927 e poi devastata dai bombardamenti tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, è rinata in fretta, tra caos e disordine. La facoltà di Architettura ha avuto un ruolo determinante nel ridisegnarne il volto: non sempre con esiti pratici felici, ma di sicuro con un contributo decisivo alla crescita culturale e civile, formando generazioni di architetti e diffondendo idee di città, visioni, prospettive.
Adriana Carnemolla è stata tra le prime iscritte a quella facoltà e, col tempo, una delle sue docenti più stimate e innovative. Ha iniziato la carriera universitaria collaborando alla cattedra di Composizione architettonica con Uberto Siola, futuro preside a Napoli, e poi è entrata nel Gruppo di Composizione diretto da Giorgio Grassi. Erano gli anni in cui a Pescara insegnavano maestri come Aldo Rossi, Antonio Monestiroli, Agostino Renna. Un laboratorio di architettura di avanguardia, capace di far parlare di sé anche oltre i confini nazionali.
In quell’ambiente e in quegli anni di grandi trasformazioni culturali, sociali e politiche, Carnemolla si è formata come architetta e come intellettuale. Laureata anche in Giurisprudenza, donna colta, curiosa e moderna, aveva un rapporto diretto e sincero con studentesse e studenti. Quando gran parte del corpo docente proveniva da fuori regione, lei, insieme a pochi altri colleghi abruzzesi, ha saputo interpretare una “pescaresità” autentica, elevandola ai massimi livelli. Questa è forse la sua eredità più grande: essere stata interprete della cultura locale senza mai cadere nel provincialismo, capace di connetterla al mondo. Oggi diremmo glocal.
Negli anni di insegnamento si è occupata di progettazione architettonica, scenografia e arte dei giardini. A quest’ultima disciplina ha dedicato un volume importante, Il giardino analogo (Officina Edizioni, 1989), in cui esplora il giardino come spazio architettonico e culturale, ricco di simboli e significati. Scriveva: «Ad un certo punto della storia l’identità del giardino si è persa così come quella della città […] Il giardino testimonia la capacità di dominare la natura, tramite l’applicazione di una scienza per rispondere ad aspirazioni umane che in generale sono di tipo estetico: si manifesta nella conformazione di uno spazio reale e peculiare in cui le forme – ormai ripetute e codificate secondo un processo capace di unificare emozioni, memorie e miti con i principi della scienza – possono diventare fatti estetici».
Appassionata di teatro, ha scritto e diretto diversi lavori, tra cui Cena a ritmo lento, rappresentato al Florian Espace di Pescara nel 2010. La sua chioma rossa e la voce limpida e inconfondibile, amante del bel canto, precedevano i suoi passi nei corridoi dell’università. Esigente ma indulgente, ha dato molto alla Facoltà di Architettura e alla città di Pescara.
Sono stato suo studente, poi assistente e infine amico. Le ho voluto bene, e gliene vorrò per sempre.

