AAVV., Sintonizzarsi, 2000

Un racconto fantasy tutti i giorni su Radio Ansimante. Ritratto di un cantautore in crisi.

Voci e Voci per ascoltare …

Segno dei tempi televisivi che cambiano, dell’aumento e dello sfruttamento di tutte le fasce orarie disponibili, anche per il vecchio, ma non mai tramontato, mezzo radiofonico è tempo di sperimentazioni e di scoperte di nuovi programmi. Su Radio Ansimante è, infatti, possibile ascoltare tutti i giorni, escluso il sabato e la domenica, una nuova trasmissione composta di programmi estremamente diversi fra loro, ma tutti riconducibili al comune denominatore della durata: si va dai 3 ai 5 minuti per microprogrammi che iniziano alle 14:30 e terminano alle 15:00. All’interno di questo nuovo genere avrete senz’altro ascoltato l’avveniristico racconto sonoro Ansia di Basso Profilo per cantautori sconosciuti, di Massimo Troiani (una decina di episodi sono stati scritti da Enrico Maria Sestante). 

In riva al mare o sdraiati sul letto di casa, rumore, voci e immagini insolite vi saranno giunte all’orecchio mentre tentavate di sfuggire alle insidie del caldo estivo. Brevi flash radioriceventi che vi hanno per qualche minuto trasportato in una dimensione ignota, lasciandovi in preda allo stupore timico e dilettante. Rassicuratevi:non è il caldo a procurarvi goffi scherni, bensì le stravaganti creature partorite da un vocificatore digitale, capace di creare suspense fonemica  e  canora. 

Come in tutti i fumetti, libri o film di SF, e affini fotografici, che si rispettano, in questo dramma radiofonico un computer centrale possiede due software, dei quali il primo prevede la nascita di una nuova forma poetica generata dalla canzone dilettante e digitale, che soppianta completamente quella umana della canzone d’autore, attraverso un condizionamento che insiste sui relè di un vocoder. Nella struttura del file viene infatti inserito un nuovo algoritmo, quasi un database che determina una conoscenza superiore a tutti gli altri cantautori. Infatti, si sente, che la voce è cantata più che cantare. Anche se simpaticamente  gli Ansi (questo è il nome della nuova filiera, che sta a significare Affetti da Sindrome cyber-generativa),a causa dell’introduzione di un meme supplementare, tendono a somigliare ai cantautoroidi, in realtà sono esseri superintelligenti(ovvero superdeficienti),anzi super-conoscitori della voce, capaci di produrre ex-novo dialoghi cinematografici e letterature,varie,di accompagnamento all’immagine. E si divertono, gli Ansi, a generare lo scompiglio  estetico, sconvolgendo un sistema suddiviso in circondari. Ma se queste sono le creature di un programma che mira alla sostituzione del cyborg in animale-cantautore intelligente, un altro cantautore dilettante, il simpatico Marcello Mastronardi è pronto ad entrare in scena conducendo la tranquilla vita di tutti i giorni, ma inconsapevole di essere il frutto di un altro programma inserito nell’elaboratore, nato per superare i cantautori che non riescono ad improvvisare con strumentazioni digitali. I due programmi sono comunque coesistenti, in quanto sono dislocati in un particolare luogo del microchip. Alla fine, quando i due programmi si incroceranno, della memoria di Marcello non resterà più traccia: 

Depositario di sacre memorie canore e di ancora robusti diritti d’autore, il cantautore con il quale ci intrattenemmo quella sera, appariva piuttosto piccolo di statura, mingherlino nel modesto vestito con cravatta sgualcita, e coi grandi occhi neri carichi della simpatia umana ereditata da sua madre,bene aperti sotto la sobria corolla dei capelli grigi. In quell’albergo della Periferia Romana,in collegamento con Radio Ansimante, fra l’andirivieni di pusher,magnacci, assistenti di volo di Ciampino, industriali venuti dal nord per le loro pratiche presso i Ministeri,nessuno sospettava lontanamente l’intimo orgoglio che personalmente ci sconvolgeva, di trovarci alla presenza del signor Marcello Mastronardi, nato a Isola Liri, vogliamo dire il figlio dell’inimitabile Umberto Mastronardi, l’idolo questo di migliaia e migliaia di  FANS e di ascoltatori sparsi per il mondo, per tutto dire l’ideale al quale sempre tese invano la nostra ambizione di scrittore di canzonette.

Di fronte a quest’ultimo testimone della vita di Umberto Mastronardi, unico parto del seme di colui che mise al mondo centinai di sonetti, di canzoni, di parodie canore e trame, c’invadeva un senso di sgomento religioso in cui soltanto la bonarietà e la semplicità d’espressione del nostro interlocutore ebbe ragione a tempo debito, mentre andava rievocando l’immagine del suo caro scomparso. 

Nato a Frosinone nel 1956, il démone della letteratura e dei versi per canzoni e sonetti musicali l’aveva invaso quando ancora egli era adolescente ma già nutriva dell’opera di Baudelaire, Breton, del nostro Dino Campana infine,e Riverberi il suo primo romanzo incompiuto a diciotto anni, apparve in Appendice alla Gazzetta Letteraria di Latina, verso il 1977. Fino a quel momento l’editore Phoenix aveva faticato a tenere in piedi la sua modestissima, tipografia a Roma, e stava per chiudere i battenti quando, mandato dalla provvidenza,gli apparve questa stella di prima grandezza che timidamente e quasi non osando, per tema di una famiglia dai rigidi principi borghesi, Umberto venne a proporgli la pubblicazione di qualcuno dei suoi Corollari della voce cantautorale che già cominciavano a ingombrargli il leggio, nonché di tutti quelli che già disegnava di scrivere in avvenire. 

Il giovane Mastronardi, fratello gemello di Ultimo, aveva venti anni appena, e tante cose da raccontare cantando o da cantare raccontando, voci che urgevano stranamente al suo estro di ragazzo di buona famiglia, da abbisognare di un editore il quale lavorasse esclusivamente per lui se voleva tenerlo dietro. Naturalmente la questione finanziaria non fu nemmeno sfiorata: sarebbe stato perlomeno offensivo offrire del denaro a un poeta dell’alta società, una voce “spiaccicatamente digitale” che tentava a divenire umana – ora specialmente che aveva flirtato con un pusher – ed è pur vero che un’anima di artista veramente ispirata, come la sua, doveva trovare gioia e compenso solo nell’atto del cantare ciò che scriveva, solo nell’esecutivo canoro che spingeva desiderio,vocalizzi e videoclips. Forse così non la pensarono esattamente i suoi eredi, ma a Umberto sarebbe parso una profanazione avvilire i suoi scritti, i suoi canti, le sue voci, a livello di merce da commerciare, e così scrivendo vocalizzi su vocalizzi, essendosi creato attorno un’atmosfera assolutamente romantica e disinteressata, gentilmente fuse alle intime gioie comunitarie; Egli faceva senza darsene pensiero la fortuna del suo editore e dei suoi ascoltatori radiofonici. Sensibile nell’anima,questi prese l’abitudine di inviargli tutti gli anni, ricorrendo il Compleanno, l’omaggio di un registratore a nastro che in nessun modo poteva dare ombra al di lui senso canoro dell’esistenza cantautorale. Man mano che Umberto Mastronardi e i suoi Sonetti a Orfeo conquistavano la fama che si meritavano, che le tirature di vinile raggiungevano cifre sbalorditive, questi vocalizzi  dell’anima aumentavano di volume e di pregio, così che  il signor Claudio Palli possedette una delle collezioni più invidiabili di dischi e di nastri inediti, sotto forma di cassette, valigie, custodie, Boîte en-valise, da esporre nei grandi concerti e da riprodurre in file radiofonici infiniti.

In una stanzetta appartata della sua casa sulla Nomentana, priva del solito apparato intellettualistico di scrittore e di poeta – come sarebbero scaffali carichi di volumi e di polvere antica, carte sparse e schedari segreti – Umberto Mastronardi lavorava strenuamente e nel cerchio della lampada, la sua mano bianca ed esile, armata di un innocente plettro da chitarrista-scolaro, riempiva pagine su pagine di spartiti con quella sua notazione un po’ aguzza e nervosa, mentre da un pianoforte a muro dove a cesello si snodava e riannodava il fiordaliso liberty, vegliava con sguardo amoroso sulla sua fatica quotidiana: la fotografia della sua compagna, la colta e distinta poetessa Inge Bach. 

Il mestiere, o per meglio dire l’arte dello scrivere voci, non aveva scavato ancora le orbite felici di Umberto, alias Marcello, sempre fresco e riposato, coi riccioli biondi bene ordinati da un riporto su un viso dai grandi occhi innocenti, di non sappiamo più quale colore. Autore addirittura di qualcosa come cento Cantos e di un numero ragguardevole di ugolamenti, variazioni, fughe, vociferamenti, sonorità aliene,sberleffi, scorregge,rutti, flautolenze, spinte da indigestivi olii da pub … Egli realizzò la inverosimile mole cartacea su cui posava la sua fama radiofonica, né più e ne meno seguendo l’esempio dei grandi maestri della canzone d’autore, mediante l’ordine e la costanza – non più di tante pagine al giorno, ma tante note al giorno – piuttosto che con il sacrificio di notti passate al tavolino a scapito della salute, come si sarebbe portati a credere. Gli piaceva vivere bene, comodamente, di occuparsi dello  studio e dei nastri di registrazione, scrivere doveva essere per lui un piacere vocale e niente altro, infatti non trascurava nessuno dei suoi doveri mondani, essendo talaltro socio d’onore del Club dei Silenziosi, e sempre là si vedeva in quelle cantine e nei più reputati e misconosciuti bassifondi sonori della Capitale. I nostri poeti contemporanei i quali spesso rinunciando a una vita elegante, alla bellezza persino e alle lusinghe della mondanità, si rinchiudono in un antro appestato di Marjuana et alias per cesellare faticosamente le loro paginette, non dovrebbero ignorare – ma nessuno  supponiamo, fuorché il sottoscritto, invidia la facondia e la foga di Mastronardi – che il signor Pontilla, pur dedicando solamente un paio di ore al giorno al lavoro del plettro, riusciva a consegnare al suo editore, ed alle sue improvvisazioni radiofoniche, una media di tre o quattro musicazioni l’anno. 

Nulla dies sine linea, Nulla dies sine vox, dovette essere il suo motto  e le trame si andavano maturando in lui durante la passeggiata in bicicletta al Corso o al Parco di Villa Torlonia, a teatro,mentre si inchinava davanti alla sua fidanzata o,la testa già sull’origliere,prima di addormentarsi, quando il signor Puntilla – nominato direttore dello Studio di Registrazione degli Ansiosi – togliendosi la custodia della chitarra dalla spalla andava raccontando per sommi capi, che a lui bastavano, i gorgheggi, le sonorità fonemiche dei fatti quotidiani, gli efferati fonemi dei delitti di passione, i suoni delle grida scandalose e gli intrighi canori dei dialoghi cinematografici. 

Chi ascoltava e cantava in Italia i sonetti di Umberto? Forse sarebbe meglio domandarsi chi mai non li ascoltava, chi mai non li ripeteva, se ancor oggi si stampano, si vendono sulle bancarelle e non v’è chi non ne conosca almeno uno. Ne trovavi sopra i pianoforti dei bar, nei boudoirs, abbandonati avresti detto a malincuore con la pagina segnata da un nastro di cassetta stereo sette, accanto ad un vinile con la cover sgualcita, sotto il cuscino della collegiale che vi si logorava le orecchie; e anche nei cassetti delle cucine e dei tavoli da stiro, sbrindellati stereo sette a dovere, gli angoli smussati e larghe chiazze di unto sulle copertine, come si erano ridotte passando appassionatamente di mano in mano e sempre divorati con la medesima, attentissima febbre, sia che si intitolassero 

XRAAH,
HZAQUA,
MORETONA o
“Che c’è”

La fonetica risultava sempre delle più avvincenti, condotta da mano maestra, in un fitto pieno succedersi di cori Grignani, dissonanze, il vocitato concitato e un poco alla francese, l’agganciarsi, l’intricarsi, imbrogliarsi di voci,vicende e radiofonicità altre: “Che c’è”.  

Le voci, detto in senso strettamente fonografico, scaturiscono l’una dall’altra, a cappella,raccontate minutamente o riportate sotto forma di voci estranee, di note ritrovate, di lunghe equazioni matematiche fatte in extremis al bel canto o nel vaniloquio di un “Ultimo” delirio. Le voci sono nate da drammi precedenti, un giorno torneranno a galla per punire o redimere,ma prima di morire le loro giornate sono folte di avvenimenti, il delitto dei baritoni spesso li sfiora, li macchia, li affoga nella liricità, essi si dibattono, ordiscono piani, sequenze modulari, notazioni di fughe, semitoni di ugularità, rendono le note difficili e le scorregge come contrappunti,impossibili-possibili molti volumi – finché uno spiraglio si dischiude e ansimando lungo lo scorrere del tempo, fra migliaia di altri personaggi sorti dalle ombre a complicare la musica come attirati in un gorgo, in mezzo a declini di suoni, di castrazioni immaginate, di condannati a morte da un rumore, crudeli e assassini e vendicatori, si arriva finalmente alla catastrofe: giustizia è fatta e dietro le folgoranti redenzioni può intonarsi il finale sotto forma di marcia nuziale

Come sotto il dettato partizionale, la voce messa davanti alla pagina bianca lasciava la valanga riversarsi ricca,indistricabile, affollata,quasi non arrivando a star dietro alle mosse degli accompagnamenti orchestrali; come strangolato e travolto dal pathos egli scriveva rapidissimamente, senza dubbi psicologici, ricerche stilistiche, pentimenti. Non c’era tempo per fermarsi o avere il singhiozzo radio; se avesse conosciuto l’uso del computer, non cento ma mille sonetti accordati  Marcello avrebbe lasciato alle sue spalle, mille Metrodore avrebbe dovuto far rilegare in pelle azzurra il signor Puntillo che così festeggiava l’avvento d’ogni volume di suoni radio.  

Phoenix, come abbiamo detto, si arricchiva, stampava e ristampava vinile, studiava copertine oleografiche di un richiamo eccitante, noleggiava navi e stive intere per mandare i dischi appena usciti dai torchi nell’America del Sud, dove una imponente schiera di fans si accalcava ai porti di arrivo per assicurarsi il possesso delle avvincenti voci, delle tremende foniatrie … 

Ansimante dilettante(letteralmente Zuppa di Zappa di dilettante e dunque un’accattivante quanto insolita storia (almeno per il mezzo radiofonico)) riconducibile a quel genere fantasy che tanto successo sta ottenendo negli ultimi tempi. Si pensi, ad esempio, ai replicanti del dilettantismo o ai terribili cantautori trapper (ma c’è anche una citazione involontaria di Ultimo o di Rancore), ma si pensi soprattutto ai fumetti Metadilecto. 

Ma se i personaggi insoliti, le situazioni irreali, l’uso stringato dei dialoghi, lo svolgimento stesso del racconto conferiscono un’impronta  algoritmica alle miserie dilettanti, l’introduzione di dissonanze upgrade e di voci fono/digitali dei personaggi di rumori inquietanti, riconducono al verso radiofonico della settimana ad un genere straniante, non definibile, ma caratterizzato da un notevole tasso di sperimentazione. L’abilità nel modulare la voce di Marcello Mastronardi e degli altri personaggi simulatori, il segnale acustico che ne indica la presenza, la sigla introduttiva, originale di Davide Trapper e numerosi artifici sonori e ambientali, aprono nuove prospettive di genere alla radio dei dilettanti; un mezzo di cui è stata più volte decretato la prematura scomparsa ad opera della televisione. 

La stessa suddivisione in 52 puntate giornaliere con canzoni e motivetti in sé conclusi di 5 minuti che sono indipendenti dal tempo complessivo della serie, favorisce una fruizione e un apprezzamento già largamente collaudata dalle serie televisive americane. 

E 5 minuti di effetti trapper scioccanti, di situazioni trash e misteriose, di voci gracchianti al modulatore digitale, di atmosfere grottesche,di proferimenti esagerati dal profondo dello stomaco, possono animare il sonnolento pomeriggio di chi si accinge a rilassarsi, attendendo la voce del nostro Marcello Mastronardi.