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Un bellissimo novembre: La fabbrica di Bitume diventa museo

Il progetto Bitume rilegge duecento anni di storia attraverso lo sguardo di alcuni fra gli esponenti più rappresentativi del panorama internazionale del muralismo contemporaneo.

È un bellissimo novembre. Se non fosse per gli alberi gialli e i mucchi di fogliame, sembrerebbe primavera. Nella mia infanzia, l’inizio di novembre segna l’eclissi del mare. Che inseguivo, nelle sue correnti calde, sino agli sgoccioli d’ottobre, ma che un gelo polare rendeva impraticabile col mese successivo.

Il giorno dei morti, come il Venerdì santo, il cielo è ostile. Perciò gli uomini – ansiosi di conforto – si incontrano, discutono, uniscono le mani. E i cimiteri hanno l’aspetto di un immenso parco giochi.

Non quest’anno. Per la prima volta da quando sono nato non celebro i defunti con una messa nella cappella di famiglia, né attendo, seduto nel salotto di mia madre, che i bimbi scovino i regali che i “morti”, come si usa dalle mie parti, nascondono sotto i cuscini del divano. Troppo pericoloso. Bisogna evitare assembramenti. Persino le scuole, i ristoranti sono serrati: figurarsi i cimiteri. Resistono i musei, ma bisogna sbrigarsi. L’ultimo decreto prevede che domani chiuderanno, e chissà quanto a lungo. Fortunatamente faccio in tempo a prenotare il mio tour di Bitume poco prima che il virus ci rinchiuda in casa a declamare gli articoli del Socing, in particolare l’ultimo; non ho occasione di pentirmi. Al contrario, ne esco rinfrancato. Dei vari surrogati per tanatofili allergici ad Halloween e ai goticismi d’accatto, Bitume è il più efficace.

Non si tratta, in senso stretto, di un cimitero, ma di una serie di pitture murali e istallazioni site specific realizzate da street artist internazionali in una fabbrica abbandonata di Ragusa, lo stabilimento di materiali bituminosi dei fratelli Ancione. Un’isola di vita raggrumata e stagnante in cui da tempo non lavora più nessuno, ma in cui risuonano ancora i rumori delle macchine e le urla degli operai.

Suggestione? Sicuro. Ma per quale ragione i proletari che hanno lasciato negli armadietti immagini di santi e porno impolverati dovrebbero essersi dissolti? Per me compaiono, ogni mattina, a timbrare il cartellino, indossano gli elmetti, rileggono, tra una preghiera e una bestemmia, i cartelli con le misure di sicurezza da attuare. Sono insomma al loro posto, proprio come noi al nostro, con le nostre mascherine. Corriamo lungo strade parallele, sconosciuti gli uni agli altri, ma per una manciata di secondi le barriere si interrompono, e dalle enormi vetrate di un centro commerciale rilucono i contorni di un Moloch sbuffante – l’immane murale di M-city – coi suoi ingranaggi di metallo e i suoi eserciti di schiavi.

Non solo ciò che è stato è per sempre; il prodigio dell’arte è proprio questo: far brillare ciò che mai è esistito e mai, forse, esisterà.

Accade cioè che le pitture, lungi da offuscare la magia di un luogo affascinante di per sé, si immettano con l’irruenza – e la fatuità – di botri in questa pozza di energia spirituale, che inghiotte e trascina a fondo le illusioni del presente come i relitti del passato.

Il bitume, oleosa poltiglia di dinosauri e foreste pluviali, è vivo. Nulla di ciò che tocca rimane intatto, come rivelano i murales già quasi illeggibili di qualche stagione fa.

La rassegna, sebbene presentata nell’ottobre 2020, ha infatti origini lontane. Le prime tracce portano al 2015, quando Ragusa è scelta come sede di FestiWall, una Kermesse che coinvolge i maggiori esponenti del muralismo internazionale; i quali, dopo aver realizzato interventi concordati sulle strade cittadine, con una preferenza per le zone periferiche, da riqualificare, danno sfogo al loro estro presso la sede futura di Bitume. Che dunque si innesta sì sul solco di FestiWall e ne prosegue l’eredità, ma come una sorta di spin off, di narrazione parallela. Quasi un ritratto alla Gray che, mentre il volto del giovane, a dispetto delle colpe, resta lindo e immacolato, lentamente si caria di rughe, di vesciche. Ma con una differenza sostanziale: la distanza tra il tessuto urbano e la fabbrica non è, moralisticamente, contrasto tra bello fuori e brutto dentro. Semmai opposizione ossimorica tra reale e artificiale.

Intendiamoci: tanto le pareti di Festiwall quanto quelle di Bitume scaturiscono da precise ricerche, la cui conoscenza è a volte necessaria alla loro comprensione. Sarebbe ad esempio impossibile leggere un murale come quello con San Giorgio collocato appena fuori le porte di Ragusa superiore, di Franco Fasoli, senza sapere che San Giorgio è il patrono di Ibla, l’antico nucleo sulle cui ceneri è sorta la parte più moderna di Ragusa, che invece ha scelto come patrono San Giovanni. Viceversa, i lottatori giganti di Francisco Bosoletti o l’operaio sorridente di Guido van Helten – e poco importa che ritragga un carpentiere della fabbrica – sono estranei a ogni colore locale.

Certo, ascoltando le dottissime guide, si scopre che i primi sono anche metafora delle faide tra proprietari che hanno distrutto l’opificio, o che il Prometeo di Ligama, con un piede da una parte e un busto dall’altra, è allusivo dello sfacelo in cui versa una tomba destinata a lavoratori che, con le loro modeste finanze, non potevano permettersi una degna sepoltura. E tuttavia la desolazione ambientale è già, di per sé, sufficiente a sgombrare il campo da ogni intenzionalità eccessiva.

Alla realtà si giunge, quando si giunge, per sovrabbondanza di finzione: guardandosi intorno, tra erbacce, rifiuti e carcasse arrugginite, è difficile non credere che i dipinti siano i doni casuali di graffitari di passaggio, quando è vero l’esatto contrario.

Tanto più interessante sarà, allora, scoprire se pochi spruzzi – si fa per dire: Bitume conta le opere di oltre 25 artisti – di vernice riusciranno a salvare dalla lottizzazione un santuario di archeologia industriale, la cui sopravvivenza arricchisce un intero territorio, o se la probabile distruzione della fabbrica a vantaggio del progresso restituirà ai dipinti quell’alone di leggenda di cui la genesi in vitro sembra privarli in partenza.

Sia come sia, i morti, specie in questo novembre di sole e pandemia, vanno trattati con rispetto.

Lo ricorda, citando Masaccio, il cavallo spiaccicato di Ma’Claim: “io fu già quel che voi sete e quel ch’i son voi anco sarete”. Sopra di lui, e su tutti noi, soltanto il cielo.