Art Verona Digital Edition

Softer Softest

Andrea Festa inaugura la propria galleria a Roma con una mostra corale dal titolo Softer Softest curata da Domenico de Chirico.

L’esibizione presenta uno scenario artistico eterogeneo composto da sei artisti provenienti da tutto il mondo: József Csató (b.1980 – Ungheria); Maximilian Kirmse (b.1986 – Germania); Paul Heyer  (b.1982 – Stati Uniti); Yeni Mao (b.1971 – Canada); Grace Woodcock (b.1993 – Inghilterra); Yang Xu (b.1996 – Cina).

Considerando imprescindibile il legame tra la coscienza e il mondo, secondo il filosofo francese Henri Bergson l’immagine può essere considerata come quell’entità situata a metà strada fra la “cosa” e la “rappresentazione”, è «più di ciò che l’idealista chiama rappresentazione, ma meno di ciò che il realista chiama cosa». L’oggetto è un’immagine, ma è un’«immagine che esiste in sé», che ha, per il senso comune, un’esistenza indipendente da quella del soggetto che la percepisce. In tal senso si può parlare del proprio corpo come di una sorgente di azione che è in grado di mutare l’ordine con cui le altre immagini si dispongono; “materia” è allora l’insieme delle immagini, mentre “percezione della materia” sono «queste stesse immagini, riferite all’azione possibile di una certa immagine determinata, il mio corpo». Secondo tali precetti, Softer Softest fa riferimento all’”oggetto pittoresco” bergsoniano, a quell’idea di immagine sospesa e intangibile, fermoimmagine di un flusso cinetico che dunque la sprona a presentarsi come estremamente sottile, il più sottile e il più soffice degli scenari, approdando così ad una concezione vivida e ondulatoria della materia in evidente contiguità con gli esiti della fisica del tempo, che viene poi contratta dalla nostra memoria in chiave pragmatica. Inoltre, in Softer Softest la divisione fra soggetto e oggetto si modula secondo la temporalità, nella quale la memoria, intesa come durata, rinvia a un’autonomia dello spirito, il quale a sua volta agisce di riflesso sul corpo sotto forma di movimento. Ecco che ogni opera espone un’eco visivo, un accenno di mondo non sempre tangibile ma piuttosto complesso groviglio delle intenzioni e dei ricordi di questo divenire.

La ruvidezza sia semantica sia tattile del lavoro di József Csató va di pari passo con l’evoluzione quasi barocca dei diversi modi in cui il rapporto tra immagine e oggetto, pittura e materia viene sviluppato. Il gesto pittorico di Csató è caratterizzato da una veracità sinuosa che sembra proiettare di fronte a sé ciò che è già rappresentato, un vero e proprio ribadire, ostentare sia l’iconografia fiabesca sia quella mitologica attraverso elementi figurativi e astratti; in un mondo sempre più isolato e guidato da algoritmi, i lavori pittorici fortemente allegorici di Paul Heyer si incentrano sui concetti di transitorietà, di complessità del reale e della caducità della vita, si interrogano su cosa significhi essere vivi, esplorano i limiti della coscienza collettiva e dell’esperienza corporea. I dipinti vengono solitamente realizzati con una combinazione di acrilici e olio su tela, sovrapposizione di due mezzi espressivi molto diversi tra loro e che tuttavia si traducono in immagini, talvolta scherzose, che risultano essere contemporaneamente incandescenti e brillanti, fluide e piatte, consuete e assurde; Maximilian Kirmse, prevalentemente ispirato in modo creativo dagli anni ’90 e dalla Germania moderna, è costantemente alla ricerca di immagini e di momenti prosaici in un mondo apparentemente scintillante che vengono resi senza tempo una volta elaborati in chiave pittorica. Kirmse raffigura un universo urbano da cartone animato, talvolta provocatorio, attraverso una tecnica pittorica che ricorda il puntinismo, che è contraddistinto dall’utilizzo di una luce sempre brillante seppur drammatica; fortemente influenzata dalla teoria e dalla pratica del movimento modernista architettonico, la pratica scultorea di Yeni Mao si concentra sulle questioni di frammentazione, esplorando il rapporto che intercorre tra il corpo soggettivo e l’architettura attraverso la moderazione, il dominio e l’assenza. Il suo lavoro è un dialogo continuo con il vernacolo dei sistemi costruttivi come mezzo per le equazioni che emergono continuamente dal rapporto tra il corpo e l’ambiente costruito; Mao sfida la percezione del materiale, della forma e dell’immagine in un contesto culturale labile e mutevole facendo costantemente riferimento a ciò che lo circonda; egli lavora con il significato della storia della produzione materiale e si concentra sulle narrative estetiche nascenti dall’alterazione dei materiali stessi; la pratica di Grace Woodcock è una risposta alla “depravazione del tatto”, una condizione che nasce dal contatto fisico minimo con gli altri: tale condizione è comune nelle società in cui il contatto fisico non fa parte della vita quotidiana, matrici di un mondo immaginifico in cui le onde e i riflessi peristaltici governano il modo in cui sperimentiamo l’agire, il desiderio, l’estetica, l’intimità e la creatività nella realtà attuale. Le sculture stratificate dal sapore architettonico di Woodcock evocano l’intimità corporea in modo immediato e recondito; partendo dalla storia e dal misticismo, il lavoro di Yang Xu esplora le fantasie e i primi vezzi dell’infanzia. Spinta dal desiderio di rinfocolare gli stili e la sensibilità rococò rintracciabili nel suo lavoro, Yang dipinge abilmente figure femminili affettate e impenitenti in uno stile sontuoso e stravagante, in un proscenio unico in cui luce e buio si incontrano continuamente.

József Csató, Beach scene, Acrilico, olio, inchiostro su tela. 2020, 175×150 cm

ANDREA FESTA FINE ART
Lungotevere degli Altoviti, 1, 00186 Roma
01.11.20 – 17.01.21
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