Un filo di tubolari sfumati dal rosso al rosa si dipana lungo le 18 sale del terzo piano del Madre, incorniciando, con effetto tridimensionale, le opere di Tomaso Binga, alias Bianca Menna Pucciarelli, a cui il museo napoletano dedica un’ampia retrospettiva – oltre centoventi opere tra installazioni, sculture, ceramiche, fotografie, disegni, collage, documenti, testimonianze di performance – che sintetizza quarant’anni di attività della performance artist e poeta salernitana, classe 1931: un’anticonvenzionale, dissacrante e sferzante, ancora oggi, a 94 anni, agguerrita femminista, perché, dice, «c’è tanta discriminazione e non solo nei confronti delle donne». L’architettura dialoga con l’arte nel giocoso allestimento del collettivo multidisciplinare Rio Grande. In perfetto tema con il titolo dell’esposizione, Euforia, «parola cara a Binga perché contiene tutte le vocali – spiega Eva Fabbris, direttrice del Madre e curatrice con Daria Khan della personale – Foneticamente universale diventa manifesto, augurio, necessità; contraddistingue tanto l’approccio alla pratica verbo-visuale dell’artista, quanto al suo femminismo, inclusivo, in grado di accogliere l’altro. Il progetto del Madre va oltre l’omaggio a una figura che rappresenta un pezzo importante di storia culturale italiana, e non solo; Binga è artista del presente e va mostrata in un momento in cui le nuove generazioni ripensano temi di genere e definizioni identitarie e linguistiche, e le reinventano con una libertà complessa ed eccitante».

Il percorso racconta il meraviglioso, spiazzante universo di Bianca Menna, che, dopo il debutto con le terrecotte colorate, i disegni astratti e i cartoon degli anni Sessanta, firmati come Binga («il mio nome come lo pronunciavo da bambina»), esce pienamente allo scoperto, nel 1971, con l’alter ego Tomaso Binga (omaggio a Marinetti), «assumendo in arte, ironicamente e provocatoriamente, un nome maschile – svela – Da allora la mia ricerca si è sviluppata, sempre con grande coerenza, nell’ambito della scrittura verbo visiva e della poesia sonoro-performativa per dare voce e immagine al disagio femminile». Umorismo e denuncia: ecco la messa in scena delle nozze simbolico-artistiche Oggi spose, tra Bianca, nell’abito del suo matrimonio, e Tomaso, in completo scuro e occhiali presi in prestito dal marito, il critico Filiberto Menna. Ecco la ricostruzione dell’opera Carta da parato, seguita da una performance-sfida alla società patriarcale che Binga ripropone dal vivo durante il vernissage; le Scritture viventi dove, il suo corpo, ritratto nudo dalla fotografa Verita Monselles, prende la forma delle lettere dell’alfabeto; i Polistiroli nati da materiali di scarto; i Dattilocodici, presentati nel «ghetto rosa» della prima mostra femminista alla Biennale di Venezia del 1978, curata da Mirella Bentivoglio; le Corrispondenze dalle epistole di Ti scrivo solo di domenica (unica giornata femminile della settimana) alle Riflessioni a puntate degli anni Novanta, cartoline contro le guerre spedite a 280 destinatari in tutto il mondo. Una ricerca portata avanti con coerenza e positività da un’artista che ama la vita, guarda avanti e sperimenta con curiosità. Narrata, oltre che dalla mostra esposta al Madre, nel libro Tomaso Binga Euforia, edito da Lenz, con testi di Eva Fabbris, Lilou Vidal, Stefania Zuliani e la conversazione di Luca Lo Pinto con Bianca Menna.







Euforia
Tomaso Binga
A cura di Eva Fabbris con Daria Khan
Exhibition design Rio Grande
18.04 — 21.07.2025
(lunedì-sabato 10-19.30; domenica 10-20)

