Nel lavoro fotografico di Pina Della Rossa presentato alla Centometriquadri Arte Contemporanea di Santa Maria Capua Vetere si nasconde un territorio polisemico che al di sotto dei suoi significanti immediati coinvolge una catena fluttuantedi significati il cui grado visivo indica eroismo e erosione, abbandono o meraviglia (intesa come θαυμάζειν, come turbamento che scuote e riscalda l’intelletto), finanche denuncia sociale o anche una certa inquietudine di fondo che emerge dal trasporto con cui l’occhio cattura edere su pareti screpolate dal tempo, frammenti di corpi segnati dal tempo, finestre chiuse o blindate da impenetrabili inferriate, testimoni muti di un’inquietudine che sa raggirare gli ostacoli per trasformarli in una warburghiana Nachleben (di un vivere-dopo, di una vita-successiva, di una sopravvivenza) capace di trasfigurare le forme, caricandole di pathos mediante un processo di assimilazione-trasformazione-rielaborazione in cui il passato è mostrato (e continua a vivere attivamente) nel pulsante presente. Ognuna delle sue immagini, che abbia un’impostazione più classica come Silence (1992), Finestra della follia (2010), Inabitabile (2012), Amorfo (2012), L’arcano (2013) e Pulsante (2013), o un’impaginazione compositiva, in cui le immagini seguono sulla parete andamenti geometrici, ricopre sempre un intento enigmatico la cui forza è da ritrovarsi nel lacaniano desiderio di desiderare le cose desiderate, tanto da orientare la lettura lungo i sentieri lusinghieri del naturale, per personale, del passionale, del pulsionale.

Il discorso cambia e si sposta l’asse di lettura su lavori che portano l’immagine fotografica verso la sovrimpressione, la frammentazione (e il sensuale gioco geometrico che se ne fa) o anche l’innesto polimaterico. Nel momento in cui Pina Della Rossa spinge la fotografia oltre i bordi della fotografia si verifica infatti una ulteriorità data dall’estensione del linguaggio a orizzonti visivi che nell’assorbire al loro interno elementi concreti e oggettuali del reale – e nell’assumere un atteggiamento metalinguistico – creano forze centripete mediante le quali riorganizzare l’immagine secondo un nuova plasticità. Se da una parte con un lavoro esemplare quale Nel volto, la memoria dimenticata dell’enigma cosmologico della materia del tempo (2010-2017), quasi un trattato o quasi una indicazione di poetica, l’artista sovrappone tre superfici – fotografica, pittorica, trasparente – per elaborare una stratificazione di dati sensoriali e offrire anche un certo qual movimento determinato dalla pluralità di punti di vista spettatoriale (ingrediente fondamentale, quest’ultimo, che fa entrare il tempo in quanto durata reale nell’opera), con Berlino (1996-2005), su un versante metodologico legato a frammentazione, è lo stesso spettatore a modificare l’opera, a scegliere come ridefinire e trasformare la composizione. Di questa seconda linea, della frammentazione e della lacertizzazione dell’immagine appunto, l’ampio ciclo dei Puzzle(1991-2005) a cui appartengono Otherside (1991-2013) o In volo. Calpestata, l’erba diventa un sentiero (2013-2016) è un momento analitico che nello spezzettare e ridurre l’iconicità fotografica a unità geometriche elementari (triangoli, quadrilateri, poligoni) si dilata per disseminarsi nello spazio, con lo scopo di trasformarlo in una vera e propria – poetica direi – Gesamtkunstwerk.

In un mosaico di pensieri che si incrociano tra loro per dar luogo a sistemi visivi polifonici in cui si stratificano o si innestano materie con sviluppi extra-artistici o linguistici (in questo Della Rossa è vicina ai coevi procedimenti di figure come Ulrich Egger e Nataly Maier), lavori quali Struttura t4 (2012-2016) o Struttura t3 (2013-2016) rispondono a esigenze espressive in cui le varie “lingue sussidiarie che vi partecipano” non solo rappresentano il reale ma lo presentano come conformazione o come frammento. Le lamiere utilizzate, pieghettate seguendo una misura fisiologica, diventano in questi lavori luoghi che accolgono non solo il linguaggio fotografico o i frammenti d’un mondo fotografato (un bastone di legno, objet trouvé), ma anche una certa specularità dello spazio circostante e dunque anche dello spettatore che diventano tributari di un concorso di immagini cangianti, quasi a farsi barlumi endottici o sussurri ipnagogici. Tenendo presente con Merleau-Ponty che ogni processo presuppone un sistema e che il sistema in sé è sempre un insieme di fonti e formati linguistici, Della Rossa produce uno scavo continuo che è anche un accuratissimo togliere, un sottrarre al reale frammenti di reale per dar luogo a spostamenti, a slittamenti o anche a condensazioni in cui se da una parte si trova il richiamo forte al mondo della vita, dall’altra si intravede un corpo nascosto, volutamente occultato per esplorare, indagare, ispezionare, perlustrare il mondo da latitudini oblique e con una porosità che rende l’immagine immaginazione.

