Situata nel cuore della Tiburtina, la Fondazione nasce dalla riqualificazione di un’ex fabbrica di cemento ad opera dello studio dell’architetto Capolei Cavalli, riconvertita nel 2024 in spazio espositivo dinamico dedicato al dialogo tra l’arte italiana e internazionale. La peculiarità della Fondazione risiede nel pregio di ogni opera esposta, espressione della visione e della passione collezionistica dei coniugi Floridi, che con sensibilità critica hanno dato forma nel corso di trent’anni a una raccolta di opere variegata, oggi nucleo della collezione permanente. Lo spazio ospita inoltre un articolato programma di mostre temporanee volto a rafforzare il dialogo con le più recenti ricerche artistiche.
La mostra All’improvviso ripercorre le serie realizzate dall’artista nel corso degli anni, come HARBINGER (2025), Skinformer (2024), Selfie with Dog (2023), Domestic Animals (2022),MAMA (2018), Franciska (2016) e Selfie (2014). All’interno del percorso espositivo confluisce anche la serie fotografica Daughter (2025), un nucleo di lavori inediti realizzati dall’artista in Polonia e durante il suo soggiorno estivo presso la Fondazione D’ARC nell’estate del 2025, in cui l’artista inverte e sovrappone il rapporto madre-figlia riformulando il proprio ruolo all’interno delle dinamiche familiari, proprio come nella serie MAMA.
La poliedricità dello stile di Grzeszykowska spazia dalla fotografia alla scultura, alla pittura, fino al cinema e alle videoinstallazioni, come Clock (2011), in cui l’artista compie movimenti ripetuti in loop, accompagnati dal suono assordante della lancetta che diventa tessitura sonora dell’intera mostra. Con il passare delle ore il suo corpo si moltiplica coreograficamente, come se diventasse lei stessa la lancetta che scandisce il suo tempo, non più quello naturale ma quello da lei percepito. Il tema che la mostra indaga si inscrive in una riflessione sul corpo e sulla sua temporalità: la fanciullezza e l’età adulta, la vita e la morte, non sono più distinte, ma si compenetrano nelle opere dell’artista, dando origine a un palinsesto temporale. Il tempo si ferma, si annulla, generando uno sfasamento spazio-temporale; si apre così una frattura che permette di muoversi avanti e indietro nello spazio e nelle opere, riflesso del modo in cui possiamo muoverci avanti e indietro nel tempo e nella vita dell’artista.

Il percorso espositivo enfatizza questo principio attraverso un dialogo trasversale tra le diverse serie, che rompono la maglia cronologica, lasciando incombere l’inquietudine e l’ansia che trasmettono. Un’oscillazione tra phantasmagoria surrealista e immaginario horror, che amplifica l’ambivalenza tra animato e inanimato, tra presenza e assenza. L’elemento centrale della sua ricerca è la maschera: l’artista la indossa, sovrapponendola al proprio volto e camuffando la sua vera età; la applica ai suoi animali, la dà in pasto ai cani o la rende protagonista di scatti fotografici perturbanti, facendo della maschera il mezzo attraverso cui l’identità si frammenta e si moltiplica.
IN DIALOGO CON LA CURATRICE (3\03\2026)
LR. Come nasce l’idea di esporre le opere di Aneta Grzeszykowska alla Fondazione D’ARC?
GB. La visione specifica di dedicarmi con la Fondazione ad una mostra personale di Aneta nasce da una visione più ampia legata alla programmazione delle mostre personali che, idealmente fino alla prossima mostra che sarà dell’artista Gabriele Silli, abbraccia una riflessione generale sulla temporalità e la materia. Questa è stata preceduta dalla mostra di Lulù Nuti l’anno scorso. Successivamente si aprirà un altro scenario…
Dopo aver svolto la sua residenza nel luglio del 2025, Aneta ha inoltre concepito nuove opere, per la serie Daughter, opere che diventano il perno concettuale della mostra.
LR. L’allestimento è stato un lavoro di co-progettazione con l’artista o lo ha immaginato lei a partire dalle sue opere?
GB. L’allestimento è nato in dialogo con Aneta: nel suo periodo di residenza ci sono stati sopralluoghi che ci hanno portati a concepire gradualmente l’allestimento come una macchina del tempo. Metaforicamente il parallelepipedo nero che ospita l’opera video Clock è il luogo del tempo sincronizzato. Clock è infatti una videoinstallazione della durata di 12 ore in cui Aneta esegue composizioni coreografiche con il proprio corpo nudo che si moltiplica in base all’accrescere delle ore. Il video è mostrato in sincronia con le ore del giorno e della notte. Invece la Sala espositiva completamente nera diventa, sempre all’interno di questa metafora temporale, una scatola aperta dove invece il tempo è fuori sincro. Qui le opere di Aneta sono tutte il risultato di uno sfasamento temporale, spesso affrontato con il dispositivo della maschera, come nella serie Daughter in cui l’artista posa con la maschera del proprio volto all’età di quattordici anni, la stessa età della figlia che la affianca. Lo stesso nel caso delle sculture: la bambola bianca distesa dal titolo Franciska, è la visione della figlia nel futuro, concepita dall’artista nei primi mesi di vita della bimba.
L’autoritratto e il ritratto sono tutti elementi che l’artista utilizza per intervenire “tecnicamente” nella creazione di immagini dove la frizione temporale, diviene anche allusione all’ambiguità tra l’umano e l’animale: producendo forti cortocircuiti visivi.
LR. Come ha immaginato il dialogo tra le diverse opere nello spazio espositivo? L’interazione per innesti tra le varie serie dell’artista si confronta con i principi espositivi corali della mostra permanente?
GB. La scelta della retrospettiva così sintetica – ma che abbraccia opere di un ventennio circa – nasce dalla volontà di creare un percorso espositivo incentrato sulla tematica della temporalità. E sì, anche qui il dialogo, come nell’allestimento permanente: sorvola la cronologia a favore di un dialogo silenzioso tra le opere, oltre il tempo.
LR. Quale visione sostiene questo progetto espositivo e quale messaggio intende trasmettere?
GB. Non tanto un messaggio, quanto suscitare delle domande, un pensiero, un’emozione. La visione è legata ad una riflessione radicale sulla temporalità: tematica universale che appartiene all’essere umano in assoluto. In questo momento storico credo che l’arte più che rassicurare, debba dare spunti di riflessione sull’esistenza. Se non risposte, almeno stimolare domande.
LR. Perché la scelta del titolo All’improvviso?
GB. Il titolo nasce, come sempre, da una scelta sofferta e pensata. Difficile da sintetizzare con una parola. Alla fine abbiamo scelto questo termine che allude all’epifania della temporalità: la scoperta improvvisa di una manifestazione dell’hic et nunc, al cospetto della finitudine della vita.

IN DIALOGO CON L’ARTISTA (18\02\2026)
LR. Cosa ha ispirato la creazione delle opere durante la sua residenza presso la Fondazione D’ARC?
AG. L’ultima serie di fotografie intitolata Daughter è il risultato e la continuazione delle mie precedenti esplorazioni artistiche. Nella mia pratica utilizzo gli spazi più vicini e accessibili, gli affetti, gli animali e anche la mia stessa vita, trattandola come una pellicola che può essere riavvolta e rimontata, con l’aggiunta di elementi mancanti, cambiando lo scenario. La mostra “Out of the Blue”, curata da Giuliana Benassi, sarà una mini retrospettiva che esplora la mia pratica artistica negli anni, con l’ultima serie fotografica che rappresenta una continuazione, forse sorprendente, ma pur sempre coerente, osservata da una prospettiva diversa.
LR. Perché rende visibile la relazione con sua figlia?
AG. Dipende da cosa intende con questa domanda. Per quanto riguarda le relazioni personali, non sono affatto visibili. Considero la serie Daughter un lavoro performativo, metaforico e universale. È criticamente radicato nelle realtà del mondo attuale, con un’enfasi su temi come la transitorietà, l’invecchiamento, l’adolescenza, la maternità e le ansie esistenziali in senso ampio. Come ho già detto, tratto questa serie come una raccolta di fotogrammi di un film in cui siamo entrambe protagoniste, simile alla precedente serie MAMA, presentata alla Biennale di Venezia nell’ambito della mostra “Il Latte dei Sogni” curata da Cecilia Alemani.
LR. Esiste una dimensione politica nella sua arte?
AG. Sì, assolutamente. Collocare l’arte nella sfera della vita quotidiana la investe automaticamente di una dimensione politica. Invecchiamento, maternità, transitorietà, ansia: sono tutte sfere politiche con cui ci confrontiamo ogni giorno.
LR. Nei suoi lavori l’atto del cucire, tradizionalmente associato alla sfera domestica femminile, diventa uno strumento per denunciare la condizione delle donne in Polonia?
AG. Credo che oggi il cucito e altre tecniche artigianali utilizzate nell’arte abbiano perso il loro contesto di genere stereotipato. Lavoro con diversi media, dalla fotografia e dal film alla creazione di oggetti scultorei con materiali vari. Cerco di evitare gli stereotipi sull’arte femminile che la associano a tecniche considerate “femminili”. Spero anche che la mia arte abbia un valore universale e possa parlare a tutti, indipendentemente dal genere, all’età o dall’esperienza.
LR. La maschera è una denuncia sociale?
AG. L’uso di specifici oggetti di scena nella mia pratica artistica permette agli ibridi che ne risultano di sfidare il passare del tempo: il vivente si fonde con il morto, i corpi con gli oggetti, la vecchiaia con la giovinezza. Gli oggetti che introduco spostano la prospettiva sulla realtà in cui sono inserite le mie opere. La catarsi è insita direttamente nel percorso della vita, in uno spazio artistico parallelo e sicuro dove qualsiasi scenario può essere esplorato sia nel passato sia nel futuro ancora da vivere.
LR. Le bambole ricorrono come figure ambigue e inquietanti: rappresentano un legame con l’infanzia, una proiezione identitaria o una riflessione sul corpo come oggetto?
AG. Lascio a voi l’interpretazione. Questa parte della mia pratica artistica è eccezionalmente non concettuale: tra un lavoro e l’altro, per rilassarmi, creo questi oggetti in una piacevole zona di non-pensiero e non-interpretazione.
LR. L’acqua ricorre in alcune opere: può essere interpretata come tema di purificazione o assume per lei un significato simbolico diverso?
AG. Analogamente a quanto detto sopra, può essere interpretata in molti modi, ma dalla mia prospettiva tecnica si tratta semplicemente di scenari che scelgo per le foto, talvolta molto pittoreschi, in contrasto con altri ambientati nella realtà quotidiana. Quando lavoro a una serie, prendo decisioni come un regista e devo ammettere che penso al mio lavoro in questi termini: preparo immagini che interagiscono con lo spettatore e ne stimolano l’interpretazione e la risposta emotiva.
LR. A quali artisti, filosofi o intellettuali polacchi si sente legata e da cui trae ispirazione nella sua ricerca artistica?
AG. Credo che lo scopo dell’arte non sia illustrare tesi o filosofie già esistenti: cerco di creare nuovi contesti e nuovi significati ogni volta che è possibile. La manipolazione della forma offre a noi artisti un’opportunità unica di influenzare anche l’inconscio e la sfera psicologica dello spettatore, cosa che nella mia pratica sottolineo molto.
Aneta Grzeszykowska
All’improvviso
Fondazione D’ARC, Via dei Cluniacensi, 128-130, Roma
Dal 1 marzo al 25 maggio 2026

