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Confluences. Una mostra per i cento anni dell’UAD di Cluj-Napoca

Al Muzeul de Artă, Confluences celebra i cento anni dell’Universitatea de Artă și Design din Cluj-Napoca con una mostra che intreccia arte e pedagogia. Un percorso che riflette sul ruolo dell’artista-professore, tra pratica creativa, formazione e responsabilità pubblica, nel solco della storica Scuola di Cluj.

Organizzata per festeggiare i 100 anni dalla nascita dell’UAD, Confluences, la recente mostra che corre lungo le sale del primo piano del Muzeul de Arta din Cluj-Napoca, è una lucida riflessione sul duplice e inscindibile lavoro, quello dell’artista-professore o del professore-artista, che ormai da tempo si pone aperto e in itinere, legato sempre a un sapere-di-saperi convergente e unitario.

Nata nel 1926 come Şcolii de Arte Frumoase diretta da Cornel Medrea e spostata nel 1933 a Timișoara (con lo scopo di preservarla dai moti del secondo conflitto mondiale) per poi ritornare a Cluj nel 1950 e diventare Institutul de Arte Plastice “Ioan Andreescu” dove nel 1990 viene ribattezzata come Academia de Arte Vizuale “Ion Andreescu”, fino a 2001, anno in cui prende la sua attuale definizione, l’Universitatea de Artă şi Design (UAD) non solo è il primo istituto superiore di belle arti nato all’indomani dell’unificazione della Transilvania con la Romania (1 dicembre 1918), ma anche un luogo in cui si punta da sempre su importanti teorici e su artisti capaci di farsi socratici – tra questi Alexandru Popp, Pericle Capidan, Eugen Pascu, Catul Bogdan, Anastase Demian, Aurel Ciupe, Romul Ladea, Coriolan Petranu, Emil Isac, Victor Papilian, Atanase Popa, Gheorghe Bogdan-Duică o Liviu Rusu – per disegnare percorsi creativi in stretto rapporto con la categoria della formazione.

Docenti in aula e artisti nel pieno del sociale, i nuovi magister dell’UAD, istituzione riconosciuta a livello internazionale anche per quella che qualche decennio fa è stata definita come Scool of Cluj, sono figure il cui alto potere creativo vive appunto “confluenze” continue tra pratiche riflessive che trasformano lo spazio dell’insegnamento in un territorio aperto a continua trasformazione, in un luogo che segue la complementarità tra episteme dei vari saperi e praxis storico-ambientale. 

Scegliendo un ordine che pone al centro dell’attenzione il piano della cura, il professore diventa artista, scavalca lo spazio cattedratico, allenta le rigidità e disegna nuove regole interpersonali le cui modalità regolano la relazione e la comunicazione per far emergere capacità teorico-pratiche, fino ad assumere – de jure e de facto – il ruolo di intellettuale pubblico, di intellettuale totale. Mosso dall’idea di definire un rapporto necessariamente orizzontale tra docente e discente, l’artista assume infatti lo spazio della professoralità per costruire un habitat insieme scientifico e riflessivo, fino a dar corpo a una democratica didattica del soggetto capace di unire il sapere della formazione a una forma di conoscenza in cui mano-mente-materia diventano statuto trinitario di un nuovo orizzonte riflessivo, legato al sentimento del proprio tempo e alla ricostruzione del senso.

Per seguire questi elementi che vanno a caratterizzare una vera e propria filosofia dell’educazione, l’Universitatea de Artă și Design din Cluj-Napoca (UAD) punta non a caso su un corpo docente costruito prevalentemente di figure che coniugano saperi diversi per creare una mésalliance educativa che intreccia conoscenza teorica e conoscenza pratica con lo scopo primario di creare ponti costruttivi, collegamenti tra differenti forme culturali, rigenerale l’elasticità mentale delle nuove generazioni. A una metodologia strettamente didattica corrisponde alla UAD una di ordine più strettamente creativa che pone la figura del professore su un piano professionale più ampio, legato a conoscenze che superano il terreno dell’accademismo per romperne gli argini e amplificarlo sotto il segno d’un sapere esperienziale proprio dell’artista, dove pensare significa (per il discente) imparare a agire secondo riflessività.

Nell’itinerario creativo proposto con questa mostra, non solo si possono riconoscere i tagli o le scelte dei vari professori che lavorano nell’ambito della scultura e dell’installazione, del design, della grafica o della pittura, della foto e del video, del restauro e della conservazione, della pedagogia o del vetro, del textile o della ceramica, ma anche i flussi personali di un pensiero in ricerca che a volte mantiene la purezza del medium, altre ne stravolge i dettati interni, altre ancora crea potenti innesti polisemici e polimaterici o, per dirla con Sartre, legati a quegli elementi multipli che sono l’immaginario

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