Il nuovo allestimento della Galleria d’Arte Moderna, intitolata allo storico e critico dell’arte Giovanni Carandente e sita al secondo piano di Palazzo Collicola, è stato possibile grazie alla ricontestualizzazione integrale delle opere negli ambienti, all’impiego di opere conservate nei depositi, alle donazioni, ai nuovi comodati, frutto delle importanti collaborazioni, alla sistemazione di materiali d’archivio, lettere e documenti di rilevanza storico-artistica nelle diverse sale che si appropriano di un sistema espositivo didattico cronologico, filologico e tematico. L’operazione dai depositi è rilevante per aver valorizzato quella parte di patrimonio artistico finora invisibile e per aver posto all’attenzione degli studiosi, degli storici, dei critici e dei professionisti del settore, le opere che potranno godere di nuovi benefici e dell’interesse dei diversi interventi applicabili.
Afferma Saverio Verini: «… Mi sta molto a cuore il lavoro svolto in questi tre anni negli archivi e nei depositi, che ha portato all’inserimento nel percorso espositivo di artiste come Simona Weller ed Elisa Montessori o di opere non più presenti da molti anni come il servizio da caffè firmato da Leoncillo, gioielli e sculture di piccolo formato realizzati da Alexander Calder, dipinti di Franco Angeli e Mario Schifano. …».
Il percorso è organizzato in sedici sezioni. Ogni ambiente è numerato ed accompagnato da supporti didattici costruiti per una lettura chiara, esaustiva, corredata da una buona grafica e progettata per adempiere a diverse funzioni, dettate da esigenze di diversa natura, come lo smontaggio e la sostituzione dei pannelli testuali, leggeri e fissati tramite un sistema che si avvale di magneti.
La prima sezione presenta la figura di Leoncillo Leonardi, scultore, disegnatore, ceramista e poeta spoletino, tra gli iniziatori dell’arte contemporanea a Spoleto. Leoncillo, seppur viaggerà molto, infatti, rimarrà sempre molto legato alla città umbra. L’iniziamento del suo percorso assume valore, dunque, non solo in rapporto alle sue origini ma anche per la sua capacità di diffondere quel che possiamo definire il DNA della propria scultura, in quei territori in cui le sue opere trovano luogo e ove viene effettuata un’operazione di diffusione del suo operato che mette in relazione la città con l’arte contemporanea.
«Creta, creta mia, materia mia artificiale, ma carica per metafora di tutto ciò che ho visto, amato, di ciò a cui sono stato vicino, delle cose che ho dentro, con cui, in fondo, mi sono, volta per volta, identificato.» (Leoncillo, Piccolo diario (dal 1957 al 1964), in Giovanni Carandente, Leoncillo Mostra antologica, Chiostro di S. Nicolò, Spoleto, Ed. Alfa, Bologna 1969).
Il lavoro di Leoncillo si trova anche nella sala dedicata a un episodio chiave dell’arte a Spoleto, quello di Sculture nella città. La mostra a cielo aperto, curata da Giovanni Carandente, tenutasi nell’estate del ‘62, in occasione del V Festival dei Due Mondi, con 104 opere di 53 grandi scultori internazionali, è ricordata, nella storia dell’arte, come il primo evento in Europa che unisce l’arte contemporanea al tessuto urbano antico, divenendo così una pietra miliare nella storia dell’arte del Novecento, nonché uno degli episodi più rilevanti della scultura internazionale del XX secolo.
Pietro Consagra ricorda, caldamente, la mostra Sculture nella Città: «Nel ‘62 tutto era felice nella vita dell’arte. Carandente era riuscito a organizzare a Spoleto la più grande manifestazione di scultura internazionale nella Città. Il massimo godimento mai avuto con tanti scultori nel traffico quotidiano. Il miracolo Carandente si era potuto verificare avendo suscitato l’interesse della cittadinanza, degli industriali e degli artisti […]. A Giovanni Carandente gli scultori del mondo saranno sempre grati e Spoleto resterà unica. Come mai un accordo così possibile e meraviglioso può restare irripetibile?» (Pietro Consagra, Vita mia, Milano, Feltrinelli, ed. 1980).
Carandente invitò il fotografo Ugo Mulas per ritrarre gli artisti al lavoro nelle officine e le opere nelle loro collocazioni, cristallizzando quel particolare aspetto, dettato dall’installazione delle opere e rivestito dalle vie di Spoleto. Il percorso si arricchisce di un’ampia documentazione fotografica che diverrà tra le più rilevanti della storia dell’arte e sarà pubblicata trent’anni dopo da Carandente, nel volume Una città piena di Sculture (1992), e quarantacinque anni dopo in Sculture nella città. Spoleto 1962 (2007). Nasce così uno dei complessi fotografici più importanti della storia dell’arte. Tra le più celebri sculture di Sculture nella città, ricordiamo quelle degli artisti Alexander Calder, Arnaldo Pomodoro, Nino Franchina, Pietro Consagra, Lynn Chadwick, Beverly Pepper, Henry Moore, Marino Marini, Giacomo Manzù e David Smith.

Tornando alla figura di Leoncillo, nella prima sala, si trovano delle sue opere che dall’espressionismo degli anni Trenta-Quaranta, come Autoritratto, giungono alla fase neocubista (1946-1955), per poi approdare alla stagione Informale, come testimonia il Trittico. Il servizio da caffè della fine degli anni ‘40 che si può osservare nella sala, era precedentemente conservato all’interno dei depositi. Le opere rispecchiano i diversi anni della sua produzione, facendone emergere il carattere esistenzialista, dalle opere giovanili, come Ulivi realizzata tra il ‘32 e il ‘34, quando Leoncillo aveva meno di vent’anni, e che possiamo considerare d’esordio. In questa sala, plinti e quinte sono stati ridisegnati scenograficamente con trattamento in marmorino e in sintonia con le altre sale.
Il secondo ambiente è dedicato ai “Sei di Spoleto” o “Gruppo di Spoleto”, un importante sodalizio di sei pittori nato in Umbria, in pieno clima Informale, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il gruppo comprendeva Giuseppe De Gregorio, Filippo Marignoli, Giannetto Orsini, Ugo Rambaldi, Piero Raspi e Bruno Toscano e svolse il ruolo di disseminazione del contemporaneo a Spoleto, grazie anche alle connessioni che intesseva con la scena artistica italiana del periodo.

La terza sala è dedicata al Premio Spoleto, altro capitolo già citato e di rilievo per la città. La motivazione della scelta della tematica della sala si registra nella consequenzialità, in quanto gli animatori del premio furono proprio i “Sei di Spoleto”, insieme a Leoncillo e al fratello Lionello Leonardi. Anche questa sala inizia con un’opera di Leoncillo, Natura morta con telefono del ‘53, in quanto partecipò alla 1ª edizione del Premio, quando venne acquisita. Il Premio, che ha richiamato l’interesse di critici come Francesco Arcangeli, Giulio Carlo Argan, Maurizio Calvesi e Lorenza Trucchi rappresenta, ancora oggi, una delle maggiori fonti di acquisizione delle opere per Spoleto. Inoltre, al centro del corridoio, figura l’opera Balcone, dell’artista Mario Ceroli. L’opera, in legno di pino di Russia, si affaccia sul cortile interno del Palazzo ed è stata acquisita nell’edizione del ‘66 del Premio Spoleto.
Se l’opera di Ceroli si è classificata prima, La Coda di cetaceo di Pino Pascali, che diviene immagine iconica posta sulla locandina del riallestimento, ricopre la seconda posizione. L’opera appartiene alla serie delle “false sculture” di Pino Pascali, è leggerissima ed è costituita da una tela centinata.
Nel corridoio, in cui è allestita l’opera di Pascali, ad ogni finestra corrisponde un’opera, secondo un ritmo afferente al campo della percezione visiva. Il succedersi di aperture, corrispondenti ai vuoti delle finestre e alla luce che vi penetra, e di pieni impone un tempo di scansione cadenzato nel percorso di visita. Durante il percorso, l’occhio dell’osservatore è continuamente sollecitato ad andare oltre, ad attraversare le soglie e a spingersi nelle diverse profondità di campo, per la consequenzialità di una gamma cromatica che lo consente, che è in grado di evidenziare le qualità formali delle opere e di porle in relazione con lo spazio, come avviene per la scelta del rosso della Palla di gomma (caduta da 2 metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo (1970) di Gino De Dominicis, il nero della celebre Coda di cetaceo di Pascali e il bianco dell’opera Complex Form n. 90 (1991), di Sol LeWitt. Il Premio nasce nel ‘53 e si interrompe nel ‘68 ed è trade-union tra Milano, l’area milanese, l’Emilia Romagna, il Centro, il Sud Italia e continua ad essere, tuttora, tra le principali forme di acquisizioni del Museo.

Proseguendo oltre l’opera di Pascali, giungiamo nell’ambiente Sculture nella città – Spoleto 1962, in cui è raccontata la mostra Sculture nella città, parte della V edizione del Festival dei Due Mondi, diretto da Giancancarlo Menotti. L’edizione del Festival rimane memorabile per la straordinaria partecipazione di grandi artisti internazionali del teatro, della danza, del cinema e della musica, tra cui Roberto Rossellini, Carla Fracci, Lee Strasberg e François Truffaut. Il ‘62 è, infatti, ricordato come anno di consacrazione per la kermesse concepita da Menotti ed episodio di spicco del XX secolo.
L’esposizione Sculture nella città, curata da Giovanni Carandente, con il contributo dell’architetto Alberto Zanmatti, nell’ambito della V edizione del Festival dei Due Mondi, è ricordata per aver introdotto gli artisti all’interno degli stabilimenti dell’azienda siderurgica Italsider, sponsor della rassegna. Le fotografie di Ugo Mulas hanno documentato non solo le opere della mostra ma anche il contesto e l’interazione con le persone. Alcune fotografie erano già esposte nelle sale, mentre altre, ora visibili, provengono dai depositi, come la foto che coglie una ragazza che osserva un’opera di Consagra.
In questo ambiente, è anche collocato il manifesto, dotato di interesse civico e datato 22 maggio 1962, dell’allora Sindaco di Spoleto, Gianni Toscano, fratello del pittore e storico dell’arte Bruno Toscano. Fu affisso per le strade di Spoleto per avvisare i cittadini dell’arrivo delle sculture nella città:
“Cittadini,
le “SCULTURE NELLA CITTA’” che arricchiranno di una nota di importante interesse il “Quinto Festival dei Due Mondi”, stanno affluendo in questi giorni nella nostra Città da Musei, Gallerie e collezioni pubbliche e private di ogni parte del mondo, oltre che dagli studi degli Scultori più rinomati di ogni Nazione. …”.

Il critico Tommaso Trini in Ugo Mulas. Vent’anni di Biennale, edito nel 1988 da Arnoldo Mondadori Editore, scrive: “È l’anno di Giacometti. Giunto a Venezia quasi direttamente da un esaltante lavoro sulle sculture a Spoleto, Mulas affronta il mondo di Giacometti, l’uomo e l’artista, in uno stato di grazia. Nel corso della vernice, realizza numerose fotografie e la più bella sequenza, fra le molte delle sue Biennali, che già lo rivelano un grande autore. Sarà un buon anno anche per Mulas.
Per due mesi, tra Spoleto e altri centri, ha affinato il suo sguardo sulla scultura, ha conosciuto Calder e David Smith. che sono i massimi scultori americani del tempo, ha fotografato Teodelapio e sculture astratte in ogni angolo della città umbra, seguendo poi Consagra e Arnaldo Pomodoro nelle officine, e Smith in una fabbrica di Voltri. Potrebbe già ricavare un libro magnifico, da quella esperienza, però ottiene solo di pubblicare una selezione fotografica sulla rivista dell’Italsider che ha appoggiato l’importante mostra curata da Carandente. …” (p. 74).
Da amante della fotografia di Ugo Mulas, trovo lucida l’affermazione di Tommaso Trini che lo annovera tra i fotografi di storia per la sua “… consapevolezza di partecipare agli eventi del suo tempo nella funzione di uno storico.” – e ancora ricorda come – “Con i prediletti Calder e Fontana, Consagra e Melotti, Arnaldo Pomodoro e Duchamp, diventa il più ambito biografo del progredire della loro opera o delle idee che impersonano. …” (p.11).


Seguono due stanze monografiche. La prima vede la figura di Beverly Pepper, mentre la seconda di Alexander Calder. Entrambi sono testimoni di quel rapporto molto forte, stretto con Spoleto, a partire dalla mostra del ‘62, dichiarando l’importanza dell’impatto che l’esposizione ebbe sull’immaginario artistico e sulla città.
Nella sala di Beverly Pepper, unica donna tra i dieci selezionati per l’esperienza creativa nelle acciaierie Italsider italiane, si coglie fluidamente lo studio della connessione tra l’interno e l’esterno del Palazzo, attraverso le trame della sinuosità dei pieni e dei vuoti. L’artista incontrò Carandente nel ‘61 a Roma, partecipò a Sculture nella città nel ‘62 e divenne tra gli artisti più riconosciuti della scultura post-industriale ed è oggi presente nelle più note collezioni internazionali e tramite interventi site-specific. Le due pitture su carta sono studi dati in comodato dalla Fondazione Progetti Beverly Pepper di Todi.
Nell’altra sala dell’artista statunitense Calder, i gioielli come l’anello in oro del ‘64 e il bracciale in argento del ‘66 mostrano la produzione meno nota dell’artista. I gioielli d’artista, concepiti come sculture da indossare, sono stati creati nello studio di Calder e appartengono alla prestigiosa collezione del critico Carandente. Sono, inoltre, esposti i Disegni per le controventature del Teodelapio del ‘62. Rappresentativo, per il forte rapporto che Carandente aveva con gli artisti, è anche il Ritratto di Giovanni Carandente in filo di ferro, percepibile attraverso l’ombra proiettata a parete che ne delinea il profilo. Le opere scelte per questo ambiente sono il più importante nucleo dedicato a Calder presente in un museo italiano.
L’ambiente successivo espone le opere dell’artista statunitense Sol LeWitt che arriva a Spoleto su invito della nota gallerista Marilena Bonomo. L’artista si radica a Spoleto, luogo di nascita delle sue figlie negli anni ‘80. La ricerca sulle forme geometriche si manifesta dalla metà degli anni Ottanta anche con la serie di sculture piramidali che lavora a Spoleto ed eseguite dall’artigiano Fausto Scaramucci, come Complex Form n. 90 (1991), opera realizzata come bozzetto per un lavoro pubblico che non ha trovato forma. Per quest’ambiente, il progetto dello spazio è partito dall’idea di tavolo da laboratorio, restando fedele al percorso artistico di Sol, e inoltre, dal tavolo da cantiere di colore giallo accesso, che marca il bianco delle piramidi dell’opera.

L’ottava sala, Sculture da camera. Omaggio a Marilena Bonomo trae il nome dalla mostra omonima ed è in antitesi per dimensioni rispetto a Sculture della città, in quanto propone opere di piccolo formato. La mostra, voluta dalla Bonomo, vede le opere, tra gli altri, degli artisti Alighiero Boetti, Fischli/Weiss, Richard Nonas, Meret Oppenheim, Giulio Paolini e Pat Steir, date in comodato dalla famiglia Bonomo. Marilena Bonomo ha avuto un rapporto molto profondo con Spoleto sin dagli anni ‘60 – ‘70, invitando e ospitando artisti noti della scena statunitense, dediti al minimalismo e all’arte concettuale. La sala rende omaggio anche alle figlie Alessandra, Magda e Valentina, tramite una selezione di opere della mostra itinerante che nell’‘88 fa tappa a Spoleto, presso Palazzo Rosari Spada, a Spoleto. Alessandra e Valentina Bonomo continuano il lavoro iniziato dalla madre. Valentina Bonomo ospita un programma di mostre e residenze nella Torre di Spoleto e Alessandra Bonomo accoglie artisti a lavorare, per un periodo, nell’eremo di Monteluco. Gli stessi luoghi, in cui Marilena ospitava gli artisti, anticipando così il modello delle residenze d’artista.

Segue la sala 9, dedicata a Giovanni Carandente, densa di opere che gli artisti hanno omaggiato alla sua figura, in memoria del loro legame. I documenti esposti provengono dalla donazione che oggi è confluita all’interno della biblioteca Giovanni Carandente e conservata nel Museo. Nel novembre del 2000, infatti, Carandente è stato tra i promotori della conversione di Palazzo Collicola in museo civico e attore di una donazione di opere e di un rilevante fondo librario. Lo spazio è pensato come uno “studio”, ove si alternano le opere ai materiali di archivio.
“Arte a Roma 1”, espone le opere degli artisti che fanno parte della scena romana, a partire dagli anni ‘50, come Consagra, Scialoja, Dorazio, Accardi, Turcato, fino agli artisti della scuola di Piazza del Popolo, come Schifano, Festa e Angeli. La loro ricerca si esprime come cartina tornasole delle più recenti ricerche di pittura in città che, superata la via dell’Informale, muove verso strutture segniche e nuovi codici, spingendosi fino alle sperimentazioni più radicali con Mattiacci, vicino all’arte povera.
La sala seguente è dedicata all’artista umbro Alberto Burri e conserva una sua piccola combustione su foglietto di carta a quadretti, frutto di uno scambio con Carandente che ha per oggetto una sua biro, Parker d’argento. Tale episodio suggerisce, il titolo Per una biro (1969/1963). Altre opere sono i poster-manifesto, commissionati dal CONI, per i Mondiali di calcio del ‘90 disputati in Italia. Si aggiungono le opere grafiche, come il libro fatto a quattro mani con Emilio Villa, nel ‘55. Il volume reca una dedica al proprietario Giovanni Carandente, come regista, in quanto, un anno prima della sua creazione, Carandente fu autore di un documentario su Burri. Del libro esistono altri 99 esemplari che, tuttavia, ad eccezione di quello conservato al MoMA, sono stati smembrati per la vendita delle singole pagine. Altre opere dell’artista, come i due Cretti, sono esposte grazie al comodato con Intesa San Paolo.
E ancora la sala n. 12 “Arte a Roma 2” riporta i nomi di artisti attivi nel territorio romano tra gli anni ‘60 e ‘70, quali Claudio Verna con la sua Pittura analitica, Simona Weller, autrice del primo saggio dedicato alle artiste italiane del Novecento (1976), Elisa Montessori e il suo rapporto con la natura e Luigi Ontani con un’opera dedicata a Spoleto. Dunque, gli artisti che operano con una ricerca alternativa alle tendenze concettuali e minimaliste dominanti. Le opere, presenti in questa sala, con l’eccezione del lavoro di Ontani, erano tutte conservate nei depositi.


Nella seducente sala n. 13, sono riunite le opere degli artisti della Scuola di San Lorenzo come Giuseppe Gallo, Marco Tirelli, Gianni Dessì con l’opera Senza titolo (Vista d’insieme [Giallo]) (1990), Bruno Ceccobelli con l’opera Donata in terra (1989), Nunzio, Piero Pizzicannella con l’opera Solo (1999-2000), gruppo nato tra gli anni ‘70 e ‘80, presso il Pastificio Cerere di via degli Ausoni, nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, che si è formato con Toti Scialoja e affermato con la mostra “Ateliers” del 1984.
La sala n. 14 è interamente dedicata a Domenico Gnoli, pittore, scenografo, costumista e illustratore che trascorse parte della sua infanzia, a Spoleto, con il padre Umberto, storico dell’arte e Soprintendente al patrimonio artistico dell’Umbria e che contribuì alla nascita della Galleria Nazionale dell’Umbria. Gnoli, nel 1958, collaborò come scenografo con il “Festival dei due mondi”. Le opere, site in questa sala, rappresentano il comodato a lungo termine con l’Archivio Domenico Gnoli; sono appartenenti alla fine degli anni ‘50 e all’inizio degli anni ‘60 e caratterizzate da un impasto di tempera e sabbia. Fa eccezione Cravatta, opera realizzata a seguito della medesima fase, nel ‘68 e quindi, nel periodo durante cui l’artista si concentra progressivamente sul dettaglio, incarnando un raro esempio scultoreo di questa fase iniziata nel ‘64. Il legame con l’Umbria e Spoleto si è protratto fino agli ultimi anni della vita dell’artista e Monteluco è suo luogo di sepoltura.
La penultima sala, Artisti a Spoleto, presenta artisti che sono originari o che hanno soggiornato o vissuto a Spoleto e che sottolineano, ancora una volta, come la città sia considerata un crocevia artistico. La presenza del lavoro di Anna Mahler è stata possibile per la collaborazione con l’associazione Mahler and LeWitt Studios, fondata a Spoleto, per la prossimità degli studi di Anna Mahler e Sol LeWitt.
La metastorica e sibillina tela di Stefano Di Stasioricorda la mostra personale “Astanze”, curata da Fabio Sargentini e Marco Tonelli nel 2021, a Palazzo Collicola. Seguono le opere degli artisti lo spoletino Franco Troiani, Afranio Metelli, Jeffrey Isaac, Robin Heidi Kennedy e Calixto Ramirez. Il video Sintonia (2022) di Ramirez della durata di 1’59’’ è parte di un ciclo di opere realizzate durante la residenza a Monteluco tra il 2022 e il 2023 su invito di Alessandra Bonomo, poi esposta nell’ambito della mostra “From Monterrey to Monteluco”, a Palazzo Collicola. Il video si inserisce nell’esplorazione del circostante tramite gesti minimi. L’artista, infatti, si sincronizza con il movimento della pianta del bosco di Monteluco, in un’azione performativa che ne evidenzia l’armonia e ne esclude la collisione.

L’ultimo ambiente è dedicato alle Nuove acquisizioni subentrate nella collezione del Museo civico, con diverse modalità. Ne è esempio l’opera Abeceda di Jacopo Miliani, acquisita tramite il PAC2024, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Nella serie fotografica il corpo della danzatrice assume le forme delle lettere dell’alfabeto e il suo capo è nascosto da una maschera da pappagallo, l’animale associato al linguaggio. Altro esempio è l’opera di Bekhbaatar Enktur, donata dall’artista a margine della mostra “La sostanza agitata”, tenutasi a Palazzo Collicola nel 2023. La Tigre in cera d’api si inscrive nella concettualità che vede il naturale deterioramento del materiale organico. Entrambi i lavori tendono ulteriormente ad evidenziare l’importante obiettivo che unisce l’intenzionalità tanto di preservare, comunicare e valorizzare la collezione, quanto l’attenzione all’acquisizione di nuove opere che possano rappresentare il nostro contemporaneo.
Al nuovo allestimento, si accompagnano le mostre temporanee, visitabili fino al 10 gennaio 2027, quali “Anafora”, personale di scultura di Giuseppe Penone, e “Grande assurdo”, personale di Adelaide Cioni, entrambe a cura di Saverio Verini, e la retrospettiva “Un salto nel vuoto: Filippo Marignoli, 1926-1995”, nel centenario della nascita dell’artista, a cura di Peter Benson Miller.
Oltre al ruolo centrale del Comune di Spoleto e del Dipartimento Cultura, l’intervento di riallestimento è stato reso possibile grazie a una campagna di coinvolgimento di mecenati e imprese del territorio che, in particolar modo grazie alla piattaforma Art Bonus, ha riscosso un grande successo. Hanno sostenuto il progetto di riallestimento: Fondazione CaRiSpo; associazione Amici di Palazzo Collicola; le aziende aderenti a Confindustria Spoleto-Valnerina: Monini S.p.a., Coo.Be.C. Soc. Coop, Forti s.r.l., La Lucente S.r.l., Meccanotecnica Umbra S.p.a., QFP s.r.l., Tulli Acque Minerali s.r.l., Urbani Tartufi s.r.l.; il Lions Club di Spoleto; The Art Society. Numerose anche le realtà e le maestranze del territorio coinvolte nelle operazioni di riallestimento: l’agenzia culturale Viaindustriae, che ha ridisegnato completamente l’immagine coordinata del museo e che realizzerà la guida alla collezione; gli artigiani Gasperini, Minestrini e Scaramucci, le imprese Coo.Be.C. e Ideal Montaggi.
Palazzo Collicola
Galleria d’Arte Moderna “Giovanni Carandente”
Nuovo Allestimento della Collezione Permanente di Arte Contemporanea
Palazzo Collicola, Piazza Collicola 1 – Spoleto
Orari di apertura (fino a ottobre 2026): da lunedì a domenica, 10.30-13.00 e 14.30-18.00 (chiuso il martedì)
Tel.: 0743 46434
www.palazzocollicola.itinfo@palazzocollicola.it



