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Oltre la grande soglia: Hsiao Chin

Il 1 marzo alla galleria il Ponte è stata inaugurata una sintetica retrospettiva dedicata a Hsiao Chin a cura di Andrea Alibrandi. Sono presenti sedici opere su tela e su carta e alcune acqueforti dal 1960 al 1997. All’inizio degli anni ’90 Vincenzo Alibrandi, fondatore della galleria e stampatore, aveva collaborato con l’artista per la realizzazione di alcune opere grafiche, che erano sfociate nel 1993 in una cartella di 16 acquetinte a colori dal titolo “Verso il giardino eterno” e nel 1998 in una mostra di opere su carta, corredata da un catalogo, con nei primi 60 esemplari un’acquatinta originale.

“Ognuno di noi, non è al mondo per la prima volta. Siamo stati qui per innumerevoli volte, per imparare e crescere. Più conosci le cose, più scopri che sai poco! Quindi, probabilmente avremo bisogno di venire ancora per un’ennesima volta su questa terra” Hsiao Chin.

Il Buddismo, fin dai suoi esordi, ha evidenziato l’importanza di un chiaro confronto con la realtà della morte che, insieme alla nascita, alla malattia e alla vecchiaia, viene definita come una delle quattro sofferenze fondamentali dell’esistenza umana.

Secondo l’insegnamento del Budda l’universo è un’entità vivente infinita, nella quale si ripetono incessantemente i cicli di vita e morte individuali. Noi stessi sperimentiamo questi cicli ogni giorno: dei circa 60 trilioni di cellule che compongono il nostro corpo, milioni ne muoiono e altrettanti si rinnovano attraverso il processo metabolico. La morte quindi è un aspetto necessario del processo vitale: rende possibile il rinnovamento e una nuova crescita. Dopo la morte, le nostre esistenze ritornano al vasto oceano della vita, proprio come una singola onda si alza e si abbassa nella vastità del mare. Attraverso la morte, gli elementi fisici del nostro corpo, così come la forza vitale fondamentale che sostiene l’esistenza individuale, ritornano e sono “rigenerati” nell’universo. Idealmente, la morte può essere intesa come un periodo di riposo o un sonno ristoratore che segue gli sforzi e le lotte della giornata.

Il Buddismo sostiene la persistenza di una continuità oltre i cicli di nascita e morte che costituiscono le nostre vite, in tal senso, eterne.

Hsiao Chin ha affrontato costantemente il tema della morte nel corso di tutta la vita. Suo padre, Hsiao Youmei, è mancato quando lui aveva sei anni, sua madre è morta cinque anni dopo. Dopo aver vissuto il dolore di perdere anche una figlia, creò una serie di opere intitolate “Oltre la grande soglia”. Che significa superare la soglia della vita e della morte, rappresentando il processo di nascita, morte e rinascita eterna. Queste opere emanano una grande potenza, entrando nelle grandi questioni umane. Rivolgendo poi lo sguardo verso l’eternità, e manifestando un senso di grande libertà interiore. Come si può ammirare all’interno della mostra alla Galleria Il Ponte di Firenze, le opere degli anni ’60 e ’70 sono maggiormente geometriche, meditabonde, riflessive. In alcune l’artista satura ogni angolo dello specifico supporto sul quale lavora, attraverso l’interazione e l’incastro di forme poligonali e linee rette. Vediamo proiezioni ortogonali in continuo contrasto tra loro. Poi arrivano gli anni ’80 e ’90 dove il gesto si libera, alla ricerca di una nuova vita. L’informale puro ha la meglio, l’energia creatrice si esprime attraverso la pennellata violenta. I suoi colori sono da sempre i protagonisti delle sue opere, si mostrano puri, decisi, privi di incertezze ad emulare le caratteristiche del gesto. L’ esecuzione è rapida, priva di ripensamenti, a tratti violenta e sanguigna. Il controllo dell’atto pittorico è totale. Il gesto è unico, irripetibile, frutto di una lunga e profonda meditazione, che rivela come le sue radici affondino nella cultura, e nella tradizione orientale. La superficie dell’opera è il luogo dove si rivela l’accadimento, un’infinito presente dove ogni singolo gesto è un evento che definisce e determina lo spazio.

Hsiao Chin nacque a Shanghai nel 1935. Diplomatosi con successo, il 31 dicembre 1955 costituisce assieme ai suoi colleghi il primo gruppo astratto in Cina, il Ton Fan, conosciuto come “Gli otto grandi fuorilegge”, in netto contrasto con il governo il quale si opponeva a tutte le forme di avanguardia. Nel 1956 si trasferisce a Barcellona, dove diventa amico e collaboratore di Antoni Tàpies, Modest Cuixart e Antonio Saura. Alla fine degli anni ’50, Hsiao Chin crea la Pintura A-O e la Pintura Q nella quale trova una sua evoluzione dall’astrattismo geometrico reinterpretando i movimenti artistici astratti del primo Novecento. La prima personale è al Museo Municipal de Maturò, che avrà numerose repliche, ma il suo principale interesse è mantenere contatti e scambi culturali tra l’Europa e Taiwan. Nel 1959 si traferisce a Milano e alla XXX Biennale di Venezia conosce Franz Kline e Gordon Washburn, direttore dell’International Exhibition di Pittsburg, che lo porterà negli Stati Uniti nel 1967. Negli anni ’60 fonda alcuni movimenti in Europa come il Movimento Punto, il Surya Movement e il Movimento Shaki.  Nel 1962 si sposa e dopo una serie di esposizioni europee si trasferisce con la moglie a New York. Dopo numerose mostre e una profonda conoscenza con Mark Rothko e Willem de Kooning si separa dalla moglie e torna a Milano dove insegna Teoria Visiva all’Istituto Europeo del design. Nel 1980 torna per la prima volta in Cina dopo trent’anni di assenza forzata. Tornato quindi in Italia tiene corsi all’Accademia di Belle Arti di Urbino, di Brera e di Torino continuando incessantemente un percorso espositivo internazionale. Dopo la tragica perdita della sua unica figlia, Hsiao Chin dedica la sua attenzione al concetto di rinascita e nelle sue opere esprime riflessioni derivanti dalle filosofie taoiste.  Negli ultimi anni di produzione  ha continuato a lavorare incessantemente sempre fedele al suo intento di arte come comunicazione e riscoperta di energie preesistenti, trasmettendo i suoi messaggi in una continua serie di splendide esposizioni come la mostra antologica tenutasi nell’inverno del 2009 a Milano e la grande mostra del 2001 all’Acadèmie Royale des Beaux-Arts e al Musèe d’Art Moderne et d’Art Contemporain di Liegi.

Supportato da video interviste, il maestro Hsiao Chin ha potuto non solo mostrare la sua coltissima evoluzione tecnica, ma anche spiegare e diffondere l’ideologia che è sempre rimasta inalterata nella sua ampia visione di un’arte che trae le sue origini nella forza interiore del suo stesso creatore. Sosteneva che nella creazione artista è importante prestare attenzione a ciò che il proprio cuore sta dicendo. La forte enfasi di Hsiao Chin sull’importanza del “cuore” corrisponde perfettamente all’onestà e all’autenticità di un grande artista. Per l’artista: “L’arte non è il problema, è la vita che è un enigma”. Nel corso della sua produzione ha sempre cercato di trasmettere l’energia cosmica. “Il mio pessimismo deriva dal fatto che è difficile che la natura umana cambi“, diceva, dopo di aver viaggiato per mezzo mondo. Il maestro muore nel 2023 a Kaohsiung, Taiwan, a ottantotto anni.