ma ogni forma è ingiusta
e più di tutte questa
che ci scolpisce adesso
scrive Enrico Testa, a mio avviso il massimo poeta taliano vivente, nel suo penultimo libro, Pietre di sosta, pubblicato da Manni lo scorso anno.
Ogni forma, nel suo cristallizzare in un unico determinato atto un’infinità di preesistenti potenzialità, comprende in sé stessa un’ingiustizia ontologica, in quanto esclude ogni possibile alternativa. È in altri termini quanto ci suggerisce il principio di indeterminazione di Heisenberg, base di tutta la fisica quantistica: non possiamo conoscere con esattezza la posizione e la quantità di moto di una particella, ciò di cui disponiamo sono soltanto probabilità; ma una volta individuata una delle due grandezze, inevitabilmente ci sfuggirà l’altra.
Di indeterminatezza vive l’uomo contemporaneo, fragile nell’ormai conclamata assenza di certezze, e con ancor maggiore acutezza avverte questo sentimento l’artista contemporaneo. Peter Flaccus, americano del Montana residente da trent’anni a Roma, non solo non fa eccezione, ma mi sembra tra coloro che con maggior lucidità e originalità sottolineino questo stato della natura umana. In September Song, il dittico del 2025 che dà anche il nome all’intera mostra presso la Galleria Maja di Roma, l’esplosione gialla dello sfondo, con tonalità tra l’ocra e l’oro, appare ferita, lacerata da una serie di graffi o rivoli di un verde quasi plumbeo, che si direbbe fatichino ad assumere una forma definita – a scegliere, appunto, tra le tante probabilità che la fisica quantistica ci propone come limite della conoscenza.


Le opere esposte sono tutte realizzate a encausto, una tecnica raffinata e quasi dimenticata, che prevede l’impasto dei pigmenti con cera d’api. Il risultato è ancora una volta una magnifica ambiguità, un permanente bilico tra pittura e bassorilievo, una bidimensionalità che sfugge a seconda di come ci si ponga dinanzi ai quadri, della prospettiva adottata, aprendo la porta a una tridimensionalità accennata e offerta, quasi sognata.
Così avviene anche in Sundance, una grande tela anch’essa del 2025, che riprende i motivi di September Song introducendo una serie di blu, dall’oltremare fino a un’ardesia quasi grigia, che divorano – si direbbe – i toni caldi dorati del dittico, e nel farlo generano nuove forme, introducono chi guarda ad altre opportunità sensoriali.
È quanto osserva Marco Di Capua nel bel testo critico a corredo della mostra, quando parla di «un “fantasma figurativo”, come lo chiamava Roland Barthes, che, sorvolandoci come una nuvola in cui ci è parso di intravedere il profilo di una figura conosciuta, tenacemente segue e inevitabilmente si imprime su quelle linee, materie e colori che disposti su una superfice piana non vorrebbero essere, dire e significare altro che sé stessi. In purezza». Il fantasma figurativo è, detto altrimenti, il tridimensionale alluso dal bidimensionale, o la forma travisata dal colore astratto, sempre sul punto di essere generata e di gemmare in qualcosa d’altro.


Né serve necessariamente il colore – che pure, sia detto con chiarezza, è in questa mostra una delle cose più belle, la celebrazione coraggiosa della luce in un’arte contemporanea che sembra volerne fare a meno – se è vero, com’è vero, che un’opera del 2019, March Ellipse, prefigura in bianco e nero lo stesso miracolo di un miraggio cognitivo nel quale l’osservatore percepisce l’incombere di forme non immediatamente descritte. Una sorta di lastra di radiologia fa aggallare dalle profondità oscure una piuma o il riverbero di un astro, di un pianeta, o un verme acquatico che mima entrambe le cose, la piuma e il corpo celeste, ruotando sul proprio asse. L’orbita di Marte, tracciata con mano ferma, dovrebbe togliere ogni dubbio ma non lo fa, richiamando a sua volta la sottile aureola di un santo o di una Vergine caravaggesca.
E se ancora vi fossero dubbi, ecco Precession, del 2016, che lascia traccia, graffiata sul nero, della descrizione di un cambiamento di direzione dell’asse di rotazione di un corpo in movimento; e Light Loop che già nel 2001, un quarto di secolo fa, ritraeva a encausto il percorso della luce sulla superficie calda di un corpo (l’epidermide umana?); oppure Ivory, del 2024, che più che alludere dichiara apertamente la sfida delle metamorfosi della materia, la cera che si fa avorio. L’indeterminatezza di Heisenberg su cui abbiamo costruito il nostro universo, quello nel quale – volenti o nolenti – ci tocca vivere.


