La sua morte consacra un’opera che ha saputo incidere profondamente non solo sulla storia della fotografia e sulla ricerca artistica italiana e internazionale, ma sull’immagine stessa che Napoli proietta nel mondo, l’immagine di una Partenope rigorosamente in bianco e nero. Come la realtà insegna.
Nato nel cuore pulsante della città, Jodice ha mantenuto con la sua terra d’origine un rapporto indissolubile, quasi simbiotico, elevando la realtà partenopea da semplice sfondo a soggetto primario di una ricerca artistica esistenziale. Di Napoli ha raccontato anche i fasti degli anni Ottanta nel campo dell’arte contemporanea. È stato tra i maggiori narratori di quella magica epopea che il gallerista Lucio Amelio mise in atto nei suoi locali di piazza dei Martiri, con le straordinarie presenze dei maggiori artisti internazionali di quegli anni.
La sua lunga carriera è stata una progressiva e radicale trasformazione. Partendo dall’impegno nel sociale negli anni Sessanta e Settanta, dove documentava con crudo realismo le condizioni del Meridione, Jodice operò una svolta epocale: abbandonò il rumore e la caoticità della cronaca per intraprendere un viaggio nel silenzio della memoria. Questa scelta lo portò a isolare la città, a spogliarla della sua quotidianità chiassosa per rivelarne l’essenza più profonda e misteriosa, quell’energia atemporale che solo Napoli possiede.
È con la serie “Vedute di Napoli” che Jodice crea il suo manifesto visivo, utilizzando un bianco e nero granitico e rigoroso per trasformare i luoghi iconici – da Castel dell’Ovo alle sculture celate nei vicoli – in palcoscenici metafisici. Nelle sue fotografie Napoli non è più il luogo delle cartoline o del folclore, ma una città abitata da presenze silenziose, una stratificazione di epoche dove il barocco dialoga con l’antico e l’ombra prevale sulla luce accecante del giorno.
Questa ricerca lo spinse ad affrontare il tema dell’archeologia e della classicità in modo unico: le teste, i corpi e i busti ritrovati di statue greche e romane diventano, sotto il suo obiettivo, non reperti museali, ma fantasmi della storia che emergono dal buio, interrogando l’osservatore sul tempo e sulla caducità. Napoli, con i suoi musei, i suoi scavi e le sue radici millenarie, ha fornito a Jodice la materia prima per questa indagine universale, rendendolo l’interprete sommo della sua identità complessa e tragica.
L’eredità di Mimmo Jodice va ben oltre le sue immagini esposte nei musei più prestigiosi al mondo, come il MoMA di New York, la Tate Gallery di Londra e il Centre Pompidou di Parigi. Per oltre vent’anni, come stimato docente all’Accademia di Belle Arti di Napoli, non ha solo insegnato la tecnica fotografica, ma ha instillato negli studenti la disciplina dello sguardo e l’importanza di una profonda riflessione concettuale prima dello scatto. È stato un maestro, perché ha formato intere generazioni lasciando l’imperativo morale di guardare oltre la superficie, di cercare la poesia nel quotidiano e di usare la macchina fotografica come uno strumento di indagine filosofica. Questo lo ha trasmesso non solo ai suoi allievi, ma a tanti fotografi delle generazioni successive, a partire dal figlio Francesco Jodice, passando poi per i suoi amici e conterranei Antonio Biasiucci, Giovanni Izzo e Angelo Marra. Il suo metodo, basato su un rigore formale quasi monacale e una totale dedizione alla composizione, continuerà a ispirare chiunque voglia sottrarre la fotografia alla mera documentazione per elevarla ad arte capace di dialogare con la storia e l’inconscio collettivo.
Con Mimmo Jodice se ne va un artista che ha trasformato l’atto del fotografare in un gesto filosofico, lasciandoci immagini che sono allo stesso tempo documenti di una città e meditazioni sull’eternità, e il suo spirito continuerà a guidare chiunque cerchi il silenzio nel rumore.
Mimmo Jodice
È stato l’occhio di Napoli, è stato l’occhio su Napoli. Ieri, 28 ottobre, il mondo dell’arte e della cultura ha perso il grande fotografo Mimmo Jodice, spentosi all’età di 91 anni.
