“La mostra si muove su un doppio binario: da un lato guarda la geografia più prossima e la storia locale, dall’altro propone una sorta di antologica che attraversa passaggi chiave del lavoro di Matteo, affiancata da opere nuove che rilanciano il suo rapporto con il territorio” – afferma il curatore Simone Ciglia.
È una mostra in cui non si entra in uno spazio per poi uscirvi ma che nutre quella sensazione di continuare ad osservare l’opera nello spazio della città, elidendo la sensazione di uscita. In tal senso, il pensiero di Matteo Fato si sposa con la mission della Fondazione. E, coerentemente, per l’artista “dimenticare vuol dire capirlo (il lavoro) e finalmente osservarlo”.
Fato torna, a distanza di sedici anni dalla sua ultima personale del 2009, svoltasi nella galleria di Cesare Manzo, nella città in cui è nato e ancora vive, con un ritratto personale di Pescara, di cui è in fase di editing il catalogo di Allemandi.
L’esposizione, prodotta e promossa dalla Fondazione La Rocca si dota, inoltre, di una serie di progetti speciali di natura performativa e temporanea, come l’esposizione dell’incisione calcografica, l’acquaforte su rame segno con affetto, un d’après dell’affresco sulla volta del salone della redazione della rivista Segno – che dedica all’artista la copertina del n.301 (estate 2025) – insieme ad una stampa fineart su carta Hahnemublu dell’Autoscatto in studio;


Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara
Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca, Pescara
(Redazione di Segno)
le affissioni pubbliche in piazza Martiri Dalmati e Giuliani, in via Alcide De Gasperi, in viale Marconi, 355, in via Michelangelo, in via Enzo Ferrari, 175 e in via della Riviera, 277, visibili dal 9 giugno al 6 luglio; il passaggio di un veicolo itinerante con altoparlante che diffonde, per la città, una canzone incisa dall’artista insieme al curatore, anche prodotta in forma di vinile blu in edizione limitata e che riflette, in chiave ironica, la frase di Piero Ciampi “Ha tutte le carte in regola”, riproponendola. Ha tutte le carte in regola (d’après) Piero Ciampi, (1981/2025) è stato inciso nel lato A con la voce di Fato e alla chitarra Ciglia, e registrato nel 2024 da Fabio Cardone, Studio Odratek – The Spheres, mentre, sul lato B, è registrata la voce di Gianni Garrera, con un messaggio del 2025.



Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara. Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca, Pescara
(Affissioni pubbliche)

Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara. Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca, Pescara
(Vinile)
Ed inoltre, ha visto gli interventi come l’installazione-scultura Specchio Angelico (2019/2025), il cavalletto in pietra della Maiella rivolto verso il mare, nell’area del Porto Canale di Pescara, e che è stato danneggiato da un intervento improprio, recuperando la riflessione di Gianni Garrera:
“Bisogna accettare che le bastonate date al cavalletto su spiaggia di Matteo Fato aggiungono un destino all’opera? Quel cavalletto era un avamposto su spiaggia che consentiva di guardare l’ultimo orizzonte inquadrato in un cavalletto ideale, ma forse, come per ogni strumento o macchina, aveva anche il profilo di una ghigliottina, che recideva lo sguardo sconfinato e che come uno speciale paraocchi insegnava a guardare il mare entro la prigionia della sua cornice, entro l’obbligo di prospettiva, in questo modo l’atto di violenza di abbatterlo contiene comunque l’emozione sconsiderata di un terrore che deve aver suscitato”.
Forse, l’ennesima sollecitazione nell’impossibilità di coesistenza della realtà della natura nella realtà pittorica nel rispetto reciproco di una libertà di fiato, senza alcun vincolo dell’uno verso l’altro. Del resto, il cavalletto per Fato è «l’architettura che regge l’idea della pittura» – tradotto in forma scultorea diventa – «una possibilità di finestra sul mondo (…). È una lente che aiuta a mettere a fuoco la responsabilità della pittura». La prima versione (specchi angelici) di quest’opera è stata realizzata nel 2019 per ARTEPARCO, e in collaborazione con Gianni Garrera, nella risultanza di tre riproduzioni, realizzate inizialmente in legno. La nuova riproduzione del cavalletto è anche omaggio a Franco Summa, artista e architetto tra i protagonisti dell’arte contemporanea della città adriatica.


Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara. Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca, Pescara
(Specchi angelici)
Altra azione, svoltasi in occasione della mostra, è stata la distribuzione di (blu cavallo), poster-stampa tipografica su carta (2006/2025), in ed. di 300, dedicato a Cesare Manzo, con progetto grafico di Carlo Sciarra, storico e grafico dei cataloghi di Fuori Uso e della galleria, presso l’Edicola di via l’Aquila. Il lavoro è omaggio a Manzo, a cui l’edicola appartenne, e che è stato il gallerista che ha rappresentato Matteo Fato. Sulle pareti dell’edicola è riportata una serie di opere in china, in cui un segno fluido nero, talvolta con l’aggiunta di blu, descrive un bestiario personale di cavalli, gatti e rondini, con una disciplina segnica suggerita dalla pittura cinese tradizionale. Il desiderio del gallerista di aggiungere “un po’ di blu”, anche nelle opere prive del colore, si realizza diciannove anni dopo, in questa occasione.



Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara. Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca, Pescara
(blu cavallo)
Non manca poi il coinvolgimento delle edicole e delle tabaccherie selezionate con il d’après dell’invito-cartolina di Gino De Dominicis, nato per la mostra Quando non si parla più di immortalità del corpo (ingresso riservato agli animali), svoltasi presso la Galleria De Domizio di Pescara, nel 1975. Durante la mostra, l’ingresso era interdetto al pubblico, come da avviso: “Mostra riservata agli animali”. Gli spettatori spiavano dall’uscio e, sulla soglia, si affacciavano un bue, un asino, un’oca e una gallina. Il ricordo di Vettor Pisani rammenta anche che gli animali erano stati individuati dall’artista come esseri che non hanno coscienza della morte. Dunque, un richiamo agli anni ’70, quando Pescara visse anni ferventi con l’arte urbana di Franco Summa, il liceo artistico basato sulle idee innovative di Giuseppe Misticoni e le gallerie visionarie di Mario Pieroni, di Cesare Manzo e di Lucrezia De Domizio Durini. Un momento storico di Pescara che sta tornando a parlare per il suo impegno crescente nell’arte contemporanea.
La ricerca del paradigma dell’immortalità del corpo per De Dominicis abbraccia il ritratto di Pescara e ciò che fugge dalla permanenza per Matteo Fato. L’artista rivisita la fotografia, riproponendo la veduta dello stesso tratto della riviera ripresa dall’alto, inserendosi come soggetto interno all’immagine, mentre, con le mani tese in alto, esibisce uno straccio di grandi dimensioni per la pulitura dei pennelli.

Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara. Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca, Pescara
(Cartolina della riviera di Pescara)
Chiudono – o potremo dire aprono – i progetti speciali, l’intervento simbolico Brucia gli occhi (prima di dipingere ancora) dell’artista dedicato a Paolo Michetti all’interno del convento di Francavilla al Mare, la casa-studio che, alla fine dell’Ottocento, divenne sede di un cenacolo artistico, visitabile nella giornata del 18 luglio, e la scritta al neon blu “il difficile è dimenticare ciò che si è visto per caso”, dedicata ad Ennio Flaiano e collocata temporaneamente sulla facciata della casa natale dello scrittore, nella zona di Pescara vecchia.

Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara
Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca, Pescara
(Casa di Ennio Flaiano)
Nel convento Michetti, l’artista realizza un vero e proprio tributo alla figura di Paolo Michetti, alla quale si sente legatissimo. L’intera dimora-studio viene aperta eccezionalmente al nostro che omaggia l’artista, installando opere in comunione con gli ambienti e con il pensiero michettiano, a cui si è avvicinato nel corso degli anni tramite una serie di studi.
Ci ricorda Marinetti:
“sul versante opposto, la collina ha una salita in leggera pendenza che mi conduce alla villa di Michetti. Si erge sulla sabbia della spiaggia a un chilometro da quella di d’Annunzio. Il pittore stesso che ha concepito il progetto bizzarro di questa casa perfetta, interamente costruita in vista dell’opera da realizzare. È quasi quadrangolare. La porta principale è tonda come un tunnel e perfora la villa da una parte all’altra. Ci sono finestre tutte in larghezza per incorniciare precisamente un paesaggio, e finestre oblunghe. … È lì, nella famiglia di questo selvaggio ispirato, con i pennelli temprati a fuoco, che d’Annunzio scrisse i suoi primi romanzi, ansimanti di vita esuberante e di amore feroce…”.
Nel primo ambiente sono allestiti quattro lavori, tra cui Prima di dipingere ancora (i quadri sono esche per gli occhi). L’opera, in tela di lino preparata e bruciata, secondo la fusione in bronzo a tela persa, è parte di tre opere in bronzo che si concentrano sul pensiero di Michetti, secondo il quale bruciare l’immagine corrispondeva a bruciare la possibilità del ricordo. E, se “le ceneri vanno al cielo”, appare spontaneo il nesso con il testo di Gianni Garrera per la mostra UNA BOCCATA D’ARTE ad Acquaviva Picena, promossa dalla Fondazione Elpis in collaborazione con Galleria Continua e con partecipazione di Threes, che mette in rapporto la parola e il cielo ed è incisa sulla seduta in multistrato dell’opera Il cielo e la terra non appartengono alla parola. Sul fondo, si scorge il famoso oblò che affaccia sul mare, operazione architettonica di Paolo Michetti. In un secondo ambiente, il blu si fa fuoco fatuo del pensiero, mentre si scorge l’opera (La bellezza del mondo, nel suo paesaggio, Brucia gli occhi); bisogna arrendersi, sventolare una bandiera bianca, sporca delle ceneri che cadono dagli occhi, farla pulire dal vento, per poterli curare; prima di dipingere ancora), una cassa da trasporto in multistrato, su cui poggia lo sguardo con i due occhi che prendono fuoco, accompagnati dall’assunto di Gianni Garrera, dinanzi al secondo oblò che affaccia sulla terra, e più segnatamente, su una parte del giardino della casa-studio.






Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara
Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca, Pescara
(Convento Michetti)
Le due opere dietro le grate Per la trasformazione e Florilegio per uno studio ricordano la modalità espositiva della Project Room della Fondazione. La foto digitale, inoltre, rimembra il momento del salvataggio dal mare del relitto–scultura, da parte di Fato, opera poi esposta alla Fondazione.



Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara. Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca, Pescara
(Convento Michetti)
Teso per proteggere (gelatina) è l’opera costituita dallo straccio non cucito sulla vela e che reca il senso di protezione all’ingresso dello studio, ove prima era collocata una tenda recante la calligrafia esoterica di Michetti. Segue una scultura, Sguardi, oggetti e geometrie di esemplari unici senza il resto del mondo che è anche “messa in scena di una macchina di pensieri”, una sorta di sedia a dondolo che si muove, contenente un audio di Gianni Garrera e in dialogo con l’oblò di Michetti.
Attraversato lo studio con le opere installate, come il neon soffiato di colore blu, e in cui dominano il simbolo delle rondini (come nella mostra del 2009 da Cesare Manzo), l’incisione e la fotografia, soggetti che uniscono le diverse sedi, si giunge nuovamente all’oblò che incornicia il verde del giardino e l’opera Compete al pittore di paesaggio ciò che spetta al giardiniere di un giardino: un quadro è un giardino potato e accudito dalle pennellate, la cui cromia e composizione si fondono poeticamente nel verde dell’hortus conclusus.
Nella sala grande di posa, anche sala degli studi di Michetti, in cui domina il colore bianco, alternate alle foto del pittore di Francavilla al Mare, sono state collocate le opere di Fato come Tableau vivant (d’après I cercatori di telline, F.P. Michetti), Barche alla foce del Pescara (d’après Francesco Paolo Michetti, 1880 circa) e Barche alla foce del Pescara (d’après Francesco Paolo Michetti, 1890 circa). Nella sequenza, gli eredi hanno deciso di girare verso la parete alcune foto adiacenti alle opere di Fato. Al centro è posizionata, su un cavalletto in legno, la tela di lino preparata e bruciata in fusione in bronzo a tela persa Prima di dipingere ancora, per essere più solido, per consumarmi (i quadri sono esche per gli occhi).




Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara. Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca, Pescara
(Convento Michetti)
La tela bruciata ricorre anche nell’ultimo ambiente, in cui è conservato il materiale dell’artista. Il percorso si corona con il cavalletto originale di Francesco Paolo Michetti, su cui poggia Prima di dipingere ancora, per essere più solido, per consumarmi (i quadri sono esche per gli occhi), tela di lino preparata e bruciata, in cui fluttua il pigmento blu che ha resistito al processo di fusione. Due foto pellicola Tavola bandita e Il solletico fanno parte, insieme alle altre fotografie esposte, di un grande archivio di foto a pellicola, prodotto dall’artista negli anni.
“La fotografia è stata per me fondamentale per la pittura, perché era il mezzo con cui cogliere, prendere appunti. A volte, la fotografia diventa opera e Michetti è stato un profeta in questo senso. Lui è stato anche un grandissimo fotografo. La fotografia per Michetti era come un appunto per la pittura, ma usava anche la fotografia per essere solo fotografia. Tutto ciò è molto affascinante” – chiarisce l’artista.
L’allestimento rispecchia la sensibilità di Fato nell’entrare nei luoghi segnati e caratterizzati da una presenza, con il massimo rispetto del loro animo; modalità già perseguita nel Museo dell’Ottocento e Nel Museo delle Genti d’Abruzzo.
Difficile è dimenticare ciò che si è visto per casa come è difficile entrare visceralmente nella comprensione delle trame pittoriche di Matteo Fato, senza aver respirato a fondo l’aria di Pescara, sua città natale e in cui, tuttora, vive.
Vivere la mostra significa anche cogliere come il gesto insito compiuto dall’artista abbia una tensione fortemente relazionale con il territorio, senza dover abusare del termine “relazionale” per la sua aderente realtà all’azione attuata nella città. In effetti, si possono usare i termini di un’uguaglianza nell’affermare che Fato è utile a Pescara tanto quanto Pescara è utile a Fato.
In uno dei file audio, realizzati da EARS, l’artista ricorda il pensiero di Degas. Secondo l’artista impressionista, “La pittura è innanzitutto un prodotto dell’immaginazione, non deve mai essere una copia. L’aria che si vede nei quadri non è respirabile”, in quanto la realtà del quadro è diversa dalla realtà della realtà. Purtuttavia, dimenticare la natura è, per Fato, non solo dannoso per la stessa pittura e per l’“aria” che anch’essa contiene nel significato di portato storico e respiro di una dimensione interna ma anche per quella melodia che unisce la tensione attuale di un luogo alla sua storia, in quanto per “Natura” non si intende un paesaggio fine a sé stesso ma l’interezza del trascorso che vi è immerso all’interno. La pittura, in tal senso, è valorizzazione e conservazione di ciò che, seppur per sua natura è fragile e può scomparire, ne costituisce la fonte primaria di origine e di vita.
Tra le sei affissioni pubbliche a Pescara, quali i manifesti Le immagini nutrono le cose che rappresentano, uno tra questi ben esprime in scrittura quanto esplicitato finora, riportando le parole “Rinunciare a raffigurare la Natura/è non curare il cielo e la terra?/Se la pittura, come una stregoneria,/avesse la potenza di incidere sul mondo?/Se l’arte avesse un’influenza magica benigna o maligna?/Perché non potrebbe essere causa del mutamento del clima/il disinteresse della pittura per il paesaggio?/Ciò che non è rappresentato deperisce”.
Anche la Lectio Non pitturare invano del filologo musicale, traduttore e drammaturgo Gianni Garrera a Spazio Matta, nel mese di giugno, ci viene in soccorso. Il discorso – che vede sullo sfondo la scenografia teatrale realizzata dall’artista – prende in analisi Il capolavoro sconosciuto di Balzac e la raffigurazione astratta del paesaggio ne L’Infinito di Leopardi. L’opera di Balzac – sostiene Ciglia – “E’ il racconto di un pittore che consuma la sua stessa vita nel tentativo di creare un capolavoro: un ritratto del femminile che, dopo anni e anni di lavoro viene finalmente svelato a due colleghi e amici”. Indaga – come si legge dal comunicato – la storia della dissoluzione della forma nell’arte moderna, il conflitto creativo tra creazione e distribuzione (…), ma soprattutto racconta il distacco dell’imitazione e la rinuncia dell’attenzione della Pittura alla Natura per la custodia stessa del mondo.


Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara. Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca, Pescara
(Spazio Matta)
Questo è il motivo che mi ha spinta a trattenermi qualche giorno in più nella città, rispetto ai miei soggiorni precedenti. Pescara assume il volto della propria casa per chi vi è nato e vi ha trascorso gran parte della propria vita. Conseguenza naturale del soggiorno è stato anche l’acquisto di un prezioso volume “Una settima in Abruzzo”. La malinconia si unisce al sentimento di amore profondo verso la città che Matteo Fato non trattiene ma anzi dichiara apertamente quando assurge a una Pescara come territorio fertile con la sua storia artistica degli anni Ottanta e Novanta e della sua scelta di restare e di invitare i giovani artisti del luogo a permanere nella città che “ha tuttele carte in regola”.
Quel clima è ben descritto nell’appendice del libro di Ojetti, scritta da Filippo Tommaso Marinetti. Nell’introduzione si legge come, alla fine dell’Ottocento, l’Abruzzo acquisì un ruolo sempre più eminente nell’immaginario collettivo, uscendo dal suo anonimato, per merito di artisti e letterati come d’Annunzio, Michetti, Tosti e Barbella, in grado di restituire, nei loro capolavori, il volto di una regione magica, mitica che perdurerà nei decenni seguenti. La regione divenne, infatti, meta di pellegrinaggi laici di personaggi del mondo della cultura, come accadde sia a Ugo Ojetti, nel 1895, sia a Filippo Tommaso Marinetti, nel 1897, entrambi in visita per conoscere Gabriele d’Annunzio al Convento di Francavilla al Mare.
In “Filippo Tommaso Marinetti in Abruzzo” (testo tratto da: Scritti Francesi, Volume I, Mondadori, Milano, 1983, pp.392-400), l’artista scrive sotto il titoletto “Nel paese di d’Annunzio”: “Nel 1897, verso la fine di settembre, mi recai a Pescara, città natale di Gabriele d’Annunzio… . …il paesaggio rude e aspro degli Abruzzi, che sembra modellato dalla foga dei Titani, con la ruggine delle piante autunnali e, in lontananza, montagne dalle creste bronzee. … il treno avanza rumorosamente attraverso l’alta gabbia di un enorme ponte di ferro mentre osservo in un rapido susseguirsi di sbarre nere le acque giallastre del Pescara evaporare verso il cielo, la corrente rabbiosa sembra trasportare torsi ramati, groppe bruciate dal sole, grugni irsuti, insomma, tutta la tavolozza del pittore Michetti, l’amico fedele di d’Annunzio. … le rive si allargano a formare un’ampia foce splendente d’oro solare, e il mio sguardo sale fino alla seta azzurra e ondulata del mare aperto.
È l’ora in cui le paranzelle (brigantini, barche da pesca) si dondolano dolcemente all’ ancoraggio con indolenza e lamenti di culla. Sono allineate in fila indiana, lungo le rive, con le incerate ripiegate come una tenda, con l’albero circondato dai fumi grassi che salgono dall’interponte, dove friggono il pesce. Le grandi vele triangolari, di zolfo, ocra e tanno, sono calate, increspate ai piedi degli alberi nudi, e il bompresso esita sulle innumerevoli pupille delle onde al largo. Quarantasei anni fa, sul ponte di una di queste minuscole paranzelle. nacque Gabriele d’Annunzio.
Il treno fischia serpeggiando tra terrazze fiorite e tetti in rovina che si affacciano su piazzette assolate e corsi umidi e azzurri. Posso tuffare lo sguardo all’interno di Pescara. Il treno si ferma.
Entrando nella cittadina al trotto di un cavallo tintinnante, lascio dietro di me, sullo sfondo del paesaggio, la Maiella e il Gran Sasso, la montagna più alta degli Abruzzi …”.
Il blu del mare di Pescara è luce che, concettualmente, il nostro porta all’interno della sede della Fondazione La Rocca come monito del mare, l’elemento naturale che, insieme alle alture selvagge, ha reso Pescara una terra-città unica; dunque, impossibile da obliare se è stata luogo della propria infanzia. Dal mare si può esplorare l’estensione della mostra diffusa, come ulteriore arteria blu della città.
La paranza in legno, di Mario Camplone membro di una storica famiglia di pescatori abruzzesi, è punto preferenziale d’osservazione, anch’esso parte di quel luogo dell’anima che è anche nido e casa. La paranza ha ospitato, nel suo percorso (il 28 e 29 giugno e il 27 luglio, giorno del talk sulla pittura con il critico, curatore e direttore artistico di Arte Fiera, Davide Ferri nell’ambito del Public Program della mostra), l’artista e il curatore Simone Ciglia che ha letto, tramite un megafono, una raccolta dei titoli delle opere in mostra, lungo il tratto del fiume Pescara che fronteggia la Fondazione La Rocca:
“(La bellezza del mondo, nel suo paesaggio, brucia gli occhi); bisogna arrendersi, sventolare una bandiera bianca sporca delle ceneri che cadono dagli occhi, farla pulire dal vento, per poterli curare; prima di dipingere ancora. /Il cielo e la terra non appartengono alla parola. / (i quadri sono esche per gli occhi)”.
L’imbarcazione assume, per l’artista, la valenza di riparo, a cui assegna ritualmente un valore apotropaico, tramite i due grandi occhi di Cubia, dipinti sul fiocco dell’imbarcazione, con la funzione di protezione contro i pericoli della navigazione, secondo le tradizioni marinare. L’intervento l’albero reale e l’albero dipinto si sostengono a vicenda (2015/2025) è l’opera – vela per la paranza in lino, decorata con stracci impiegati per la pulitura dei pennelli e conservati da circa dieci anni per una vela di sette metri di altezza. Lo straccio è per l’artista «una sorta di Sindone del dipinto» – come afferma Caliandro.


Rito altrettanto esorcizzante risulta l’esposizione delle opere danneggiate durante l’alluvione del 2019 che colpì il suo studio, allestite per la sola giornata del 29 giugno. I lavori sono stati mostrati per la prima volta, dopo aver dimorato per anni all’interno di casse adepte per la loro conservazione, all’interno dello spazio zerozerosullivellodelmare, dotato di un’ottima risultanza espositiva, e diretto dall’architetto Lucio Rosato. Oltre all’installazione delle opere, è il Sony a tubo catodico a riproporre le immagini originali dell’allagamento.


Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara. Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca, Pescara
(Zerozerosullivellodelmare)
Le stesse casse, simbolo di protezione, riparo e mura sono divenute elemento principe nelle diverse sedi espositive, trasformandosi in un elemento visivo sia di raccordo e di riconoscimento del percorso, sia di contenimento degli stessi lavori ma anche di diversi ambienti allestiti.
La mattina prima di ripartire per Roma, al fiorire delle prime luci dell’alba, mi sono imbattuta, in via Mazzini, in una vetrina ricca di orologi di diverse tipologie di un’orologeria fondata nel 1956, e attiva a Pescara dal 1971. L’orologeria è subitaneamente divenuta naturale conclusione del percorso suggerito dalla mostra che trascende, dalle pennellate materiche increspate, tutta la temporalità che travolge il passato e il presente di Pescara, senza mai rinunciare a una verità artistica identitaria. Il vero, nel linguaggio pittorico, è tematica di ricerca continuativa per l’artista che ha affrontato anche durante la mostra personale La verità è tutto ciò che abbiamo dimenticato (2023) alla galleria Monitor di Roma e che, nel Project Space/FLR, si pone –dichiara l’artista – come “una messa in scena della pittura”, attraverso una Wunderkammer con opere di pittura, di scultura, e con materiali d’archivio, video-documentazioni e oggetti di studio. L’artista: “Abbiamo pensato un’installazione sperimentale che sviluppa un lavoro creato alla Galleria Monitor di Pereto nel 2023; questa sorta di archivio, Wunderkammer che esponeva opere ma anche non opere ovvero opere d’arte canonicamente intese ma anche materiali che sono legati all’arte ma non sono intesi strettamente come opere. Quindi penso che la questione fondamentale di interrogarsi sulla necessità di presentare al visitatore qualcosa che in realtà è adiacente e circonda la pittura o l’arte ma non è l’arte stessa. Sì, è molto difficile spiegarlo. Mi viene in mente il paragone con la figura del pianista che per me è stata sempre fondamentale come riferimento. Adoro i concerti di solo piano o quando si sente un pianista da solo però molto spesso per capire il solo devi sentire un concerto. Quindi, se vogliamo, questo potrebbe essere inteso come una sorta di concerto di tutti quegli strumenti che, per me, sono fondamentali per dipingere. È un concerto che spero serva a non uscire dalla mostra. Volevo che in città si desse la possibilità di non entrare in una mostra e di non uscirne mai, di rimanere in una mostra all’interno della città perché la città è anche un museo”.



Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara. Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca, Pescara
(Project room FLR)
Le stesse pennellate delle opere di Fato contengono quanto Giorgio Agamben riferisce sulla necessità di essere inattuale per poter meglio cogliere il proprio tempo. Di tale inattualità anacronista parla anche Matteo Fato, all’unisono con le affermazioni del filosofo, in un secondo file audio prodotto da EARS. I Musei sono un rifugio dal proprio tempo, come la storia dell’arte è un presente costante, come ricordando le parole di Sokurov, secondo cui “ogni città ha bisogno di un museo, ogni uomo ha un Oceano in sé e le città sono circondate dall’Oceano”. Afferma l’artista che “un museo è un oceano di possibilità, per me è un tesoro perché io ho la possibilità di andare a guardare negli occhi qualcosa che non è più presente. Cioè, quando si guarda un dipinto fondamentalmente per me c’è la possibilità di avere una macchina del tempo perché si vede come le persone guardavano che quello che fa il tempo, in questo caso il d’après, è una cosa che per me è molto cara perché si copia un lavoro. Io lo faccio con l’ambizione di tornare indietro come quando si andava nei Musei e si copiava per studio, una delle forme più belle di limpidità che ancora resistono perché, per me, la pittura e l’arte in generale sono delle resistenze di limpidità fondamentali per l’essere umano”.
Matteo Fato non è un artista che guarda alle “mode” pittoriche o si rifà ai discorsi convenevoli per la pittura contemporanea, non costringe la pittura e la sua materia al seguito del mercato, quanto piuttosto al ricordo di alcune visioni infantili che, tra i riferimenti storici e acuti, e unendosi nel tempo ai simbolismi colti, popolano ancora le sue opere.
All’interno della Fondazione, assistiamo a una produzione che, oltre alla pittura, si appropria di altre dimensioni: dall’installazione al video, dall’incisione alla scultura.
Nella sala principale torna l’invasione spaziale del “paesaggio”. Nell’opera Io penso effettivamente con il paesaggio, perché la mia testa spesso non sa nulla di ciò che i miei occhi vedono (Wittgenstein che guarda il cielo di Pescara), un paesaggio, il cielo di Pescara, reimmagina la presenza del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein. Due figure si svelano dal celato: il filosofo e una rondine che richiama il progetto del 2009 con Manzo e la serie di opere realizzate in quell’occasione, per cui le parole di Wittgenstein vennero in soccorso all’artista: “Con i miei numerosi segni d’interpunzione, ciò che in realtà vorrei è rallentare il ritmo della lettura. Perché vorrei essere letto lentamente. (Come leggo io stesso)” [L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, N. d. R.].
Un’esclamazione cara all’artista che sostiene che la cultura ha bisogno di essere letta con lentezza e non di velocità e afferma “volevo far vedere il cielo di Pescara a Wittgenstein”.
Altra opera rappresentativa è il d’après di Degas che si dirama in tre parti. Accanto alla reinterpretazione pittorica, abbiamo una seconda tela che potrebbe sembrare astratta; in realtà è lo straccio su cui l’artista ha pulito i suoi pennelli durante il lavoro, ben lontano da qualsiasi volontà di astrazione. Ci restituisce la dimensione del tempo e del sogno che si confonde con il processo pittorico. La terza parte è un’incisione, in cui vediamo emergere nuovi elementi rispetto al quadro originale. Un ricordo dal Sogno del Cavaliere di Raffaello a destra, due angeli in cielo che citano Giotto, una tigre sullo sfondo tratta dalle incisioni di Degas e una foglia di palma simbolo di martirio proveniente da un quadro di Scipione (Gino Bonichi). L’originale di Degas è quindi reimmaginato in una nuova composizione che sottolinea la continuità dell’intera storia dell’arte fino alla contemporaneità. Il titolo viene dalla citazione di Degas ed esprime che, nella pittura, dimora qualcosa che esiste, seppur trasposto in un’altra realtà. Tra l’arancione dei nuovi paesaggi interiori e la bellezza delle opere grafiche, si colloca l’opera Autoritratto (d’aprés Scipione, 1928) quella dedicata a Scipione, il suo autoritratto che nel segno della pittura sembra ripercorrere tutta la storia della sua vita e dell’intensità della sua pittura.





Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara
Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca, Pescara
(Fondazione La Rocca)
L’ex edificio della Banca d’Italia restaurato, oggi accoglie il Museo dell’Ottocento, grazie all’ingresso della collezione di capolavori dei coniugi Venceslao Di Persio e Rosanna Pallotta che hanno raccolto, in circa trentacinque anni di ricerca, centinaia di opere che danno voce all’Ottocento tra l’Italia e la Francia, quando il legame ai valori tradizionali coesisteva con la spinta alla modernità.
Il Museo ospita, per la prima volta, l’intervento di un artista contemporaneo.
L’artista si confronta con il notturno del ‘27 di Catel, con l’Arabo in preghiera del ‘75 di Morelli, sia con la pittura sia con la grafica. La frase “La pittura precede la natura” è invece posizionata sotto l’opera Cosarella di Morelli del ‘78, mentre la grafica – che riproduce il cavalletto posizionato sulla spiaggia – si trova al di sotto di Scena di pesca nel Golfo di Napoli del ’66 di Alessandro La Volpe. E ancora, le due incisioni con i cavalli al di sotto de La parigina del ’77 di Migliaro e il d’après La pesca delle telline, al di sotto dell’originale del ’78 di Michetti.
Un’opera che ritrae un gatto nero è allocata vicino all’opera Le gioie della famiglia del ’75 di Laccetti, in cui un bambino è in procinto di giocare con un piccolo gatto; quasi un ricordo d’infanzia, di cui parlano anche le grafiche di Fato. Un’altra grafica con cavallo sembra provenire dall’opera Laghetto al Parco Spinelli di Monteforte. Al centro della Sala V, incentrata sulla rappresentazione della natura, su un tavolo è aperto il libro Florilegio (2018) fatto di casse e contenenti sette tele dipinte, in cui colore e luce trasformano il soggetto di pagina in pagina.
Una foto di una piccola palma rievoca La tenda araba di Cammarano, mentre il cielo infuocato di un tramonto è pendant di Coucher de soleil sur un lais à marée basse dell’80 di Léon Germain Pelouse, e Il cielo che si affaccia sul lago è d’après dell’opera La Vallée de la Toques. Normandie del ’65 di Constant Troyon, come Il paesaggio innevato è d’après di Inverno dell’80 di Rossano.
Sicuramente, coglie nel segno il d’après Prevetariello in preghiera del ’73 c.a. di Mancini, per la congiunzione delle mani, in cui sembra passare il trascorso e il presente nel turbinio di ricordi che la vita rimette all’anima.



Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara. Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca
(Museo dell’Ottocento)
I Bagni Borbonici, ex carceri della fortezza di Pescara, hanno visto diverse vicende dell’arte contemporanea. Sono stati sede delle gallerie di Mario Pieroni e di Lucrezia De Domizio e sono oggi abitati dal Museo delle Genti D’Abruzzo nato, nel 1982, dalla donazione del Comune di Pescara e di due precedenti iniziative museali realizzate nel 1973 dall’Associazionismo cittadino: il Museo delle Tradizioni Popolari Abruzzesi e la Mostra Archeologica Didattica Permanente.
All’interno del Museo etnografico, il lavoro di Matteo Fato si pone in relazione con i temi del percorso espositivo dedicato alla storia culturale e al materiale dell’Abruzzo. Si crea così una risonanza materiale e visiva tra le opere dell’artista e gli oggetti della collezione. Le pareti delle sale del Museo sono state dipinte con il colore blu, gesto-omaggio allo scrittore pescarese Ennio Flaiano. C’è un contatto tra i temi e il materiale del Museo e quelli impiegati da Fato, per esempio nell’uso della ceramica ma anche di soggetti come San Michele o altre figure sacre.



Una mostra diffusa di Matteo Fato, a cura di Simone Ciglia
Veduta dell’installazione, Fondazione La Rocca, Pescara. Ph. Michele Alberto Sereni
Courtesy dell’artista; Fondazione La Rocca
(Museo delle Genti d’Abruzzo)
L’opera Tutto questo cominciò così tanto tempo fa. Umana ricerca della figura in opposizione al simulacro. Il grido, il lamento, la scoperta dell’anima. La mano è più viva dello spirito. Crea la forma prima del pensiero affianca la scultura del Museo che ha ben 9.000 anni. La scultura è stata, infatti, scoperta in Giordania nel 1972. Il dittico, così composto, raffigura, tramite due tecniche differenti, lo stesso soggetto: la statua neolitica, tra le più antiche rappresentazioni dell’essere umano. L’opera sembra essere una ricerca sulle origini della raffigurazione intesa non dal punto di vista simbolico ma della verità. Quindi, tornando al titolo dell’opera della “figura in opposizione al simulacro”, Fato indaga l’immagine primordiale con la pittura e con la scultura ma bisogna ricordare come, per l’artista, ogni tecnica, come anche la scultura, è sempre considerata in relazione alla pittura. La ceramica di Castelli entra in relazione con l’opera del nostro. Il lavoro nasce nell’estate del 2020 per la mostra “La forma della terra. Geografia della ceramica contemporanea in Italia”, alla Fondazione Malvina Menegaz di Castelbasso, come risultato di una residenza parigina del 2012. Dopo aver visto l’originale al Museo Louvre, e averla riconosciuta anche all’interno del documentario “Francofonia” sul Museo Louvre durante la Seconda Guerra Mondiale di Alexander Sokurov, si è certi che il titolo dell’opera discenda dalle parole di Sokurov quando incontra la statua. Il significato ricorda che, quando si dipinge, si cerca l’immagine più antica della propria memoria e la si trasforma in presente.
Alla fine del percorso museale, si osserva una piccola opera che, immaginativamente rimanda alla paranza di Camplone, riprendendo il soggetto ed essendo vicino alle paranze realizzate e donate da Arnaldo Camplone allo stesso Museo.
Le casse sono depositi della temporaneità della pittura che, dirigendosi oltre i due oblò michettiani, risulta dilatata in entrambe le direzioni, per farsi, ora, finalmente parte consapevole dell’esistenza dell’artista.
Il difficile è dimenticare ciò che si è visto per casa (Ritratto di Pescara per caso)
Mostra diffusa di Matteo Fato
A cura di Simone Ciglia
1 luglio – 27 settembre 2025
Prodotta e promossa dalla Fondazione La Rocca, Pescara
Via Raffaele Paolucci, 71 65121 – Pescara
T.: +39 0854491455
Mail: SEGRETERIA@LAROCCA.FOUNDATION
Fondazione La Rocca – fino al 27 settembre
Project space / FLR – fino al 3 agosto
Museo dell’Ottocento – fino al 27 settembre
Museo delle Genti d’Abruzzo – fino al 27 settembre
zerozerosullivellodelmare – 29 giugno
