Marco De Leonibus

Marco De Leonibus intervistato da Lorenzo Kamerlengo per The Hermit Purple, Luoghi remoti e arte contemporanea su Segnonline.

Parlami di un tuo maestro, o di una persona che è stata importante per la tua crescita.

È una domanda piuttosto difficile. A seguire una mia pulsione anarchica e
antiautoritaria ti direi che non ho maestri, che non sopporto i maestri. Con una pistola puntata alla tempia confesserei alcuni nomi. Da mia madre ho
conosciuto il lato genuino degli esseri umani, la dignità e l’amore
incondizionato. Lei rappresenta per me l’ultimo barlume di speranza nei
confronti della natura umana. Grazie a mio padre, invece, ho imparato la
passione per il lavoro. Lui mi ha aperto gli occhi su un mondo che altrimenti, forse, non avrei mai conosciuto. Capisco i suoi pensieri e lui capisce i miei. C’è una qualche intesa genetica. Credo, però, che la tua domanda si riferisse a eventuali maestri “scelti” e non imposti dalla casualità della natura. Esistono dei maestri nel vero senso del termine; ne ho incontrati alcuni negli anni del liceo e dell’accademia che hanno lasciato un segno profondo nella mia formazione. Uno di questo è senza dubbio Stefano Marotta. Pagherei caro per risentire una sua lezione e mi pento della leggerezza con cui, in quel periodo, ho seguito il suo corso. Pagherei caro anche per rivederlo e scambiarci quattro chiacchiere, ma non sono stato mai bravo a preservare le relazioni umane. Mi dico sempre -oggi lo chiamo!- ma poi non lo chiamo mai. In quegli anni si era troppo giovani e ingenui per stare dietro alla sua erudizione, ma non una sola parola dei suoi lunghi monologhi é andata persa. Ogni volta che “scopro” un artista o un filosofo che trovo interessante mi chiedo -ma dov’è che avevo già sentito questo nome?- Ebbene, quasi sempre la risposta è – da Stefano Marotta – e subito un eco nella testa fa riverberare una sua lontana lezione. Poi che dire del suo carattere di fuoco? Della sua libertà di pensiero e di parola? Era un professore d’altri tempi, ma era anche l’unico che ci faceva fumare in classe. Mi manca molto. Uno di questi giorni trovo il coraggio e lo chiamo. Ma forse tu intendevi dei “maestri artisti”? Beh, questi, mi dispiace, ma non te li dico. Me li porterò nella tomba. Ti dico però che oltre a portarli nella mia di tomba, quasi tutti questi maestri ne posseggono già una. Dico quasi non perché ne é rimasto qualcuno in vita, ma perché non tutti hanno avuto il privilegio di una sepoltura. Dai, forse esagero. Qualche vivente esiste,
ma a loro manca sempre un nonsocchė, forse manca proprio la loro morte. La morte sacralizza gli artisti e forse gli uomini in generale.

Quali sono secondo te il tuo lavoro/mostra migliore ed il tuo lavoro/mostra peggiore? E perché?

Esistono dei lavori, quelli più giovanili, che disconosco completamente. Erano frutto di un sentire che negli anni é mutato radicalmente. Ne ho distrutti parecchi perché mi infastidivano. Poi ne esistono alcuni, anche recenti, che sono nati come conseguenza di un bisogno di sperimentazione. Li lascio lì, in stanby; ogni tanto me li riguardo. Alcune cose hanno l’esigenza di invecchiare. L’occhio si deve abituare alla loro presenza, poi capita che di colpo assumono un valore, mostrano un’anima celata che, a forza di spinte, prima o poi esce fuori. Sono così quasi tutti i lavori pittorici. Vanno guardati a lungo prima che avvenga una catarsi. Appena questa avviene inizio a sentirli lontani, persi nella loro strada, completamente indipendenti da me, autonomi. Di mostre ne ho fatte davvero poche; solo due personali e mezzo, tutte auto-organizzate ed in luoghi rimediati. Dico mezzo perché me l’hanno fatta smontare in dieci minuti con la minaccia di una denuncia. Non era ancora completa ma nonostante tutto rimane la mia preferita. C’erano lavori che in seguito ho strutturato meglio. In quel periodo mi sono fatto un’idea sul mondo dell’arte, degli artisti e delle istituzioni culturali: un’idea amara e sconfortante. È stato utile per diventare quello che sono e per rivendicare le mie idee senza la
preoccupazione di essere compresi e tantomeno apprezzati. La mia ricerca da quel momento ha preso la strada che sto percorrendo tutt’ora, una strada sterrata. Comunque i miei lavori meno riusciti erano composti da una serie di fogli a4 su cui riscrivevo senza spazi e punteggiature alcuni classici della letteratura. Chissà che mi diceva la testa? Ero sicuramente influenzato da cattivi maestri dell’arte concettuale. Lavori così presuntosi e saccenti ora quando li vedo rabbrividisco. In fondo lo sapevo anche che erano finti ma giocavo a fare l’adulto. Erano molto più interessanti i miei disegni, le mie visioni, gli schizzi notturni sui taccuini che invece bistrattavo e consideravo cartacce…chissà quanti ne avrò cestinati? Infatti ora, se dovessi scegliere i lavori più riusciti, ti direi che questi sono i miei diari intimi dove appunto i miei pensieri, invento le mie storie e abbozzo le mie visioni più recondite. In quelle pagine ci sono io senza nessuna forma di mediazione, senza nessun istinto di comunicazione. Il fatto che rimangano vergini agli occhi altrui li rende speciali e, in qualche modo, puri.

Se ti ritrovassi su un’isola deserta, proseguiresti la tua ricerca artistica? Se sì, in che modo?

Ritengo che l’isola deserta sia la condizione ideale per un arte finalmente
libera dal peso della materia. L’opera perfetta risiede nel pensiero. I feticci che noi chiamiamo lavori, o opere, sono soltanto “ombre di pensiero”.

In che modo sta influendo l’isolamento di questo periodo su di te?

In questo periodo sto facendo molte considerazioni politiche. La situazione
che viviamo ci offre la possibilità di ripensare radicalmente la società. Sarebbe logico. Sarebbe logico abbandonare per sempre le vacuità dogmatiche del sistema neoliberista che sta mostrando in questo momento tutte le sue crepe. Sarebbe logico che uno spettro tornasse ad aggirarsi da qualche parte nel mondo, ma ahimè non ve n’è traccia. Sono molto pessimista. L’isolamento non ha influito sulla mia vita. Ero isolato anche prima. Per ciò che riguarda la mia ricerca, invece, un mutamento c’è stato: nell’ultimo anno ho lavorato molto, scrivendo e con delle installazioni, sull’apocalisse e sulla palingenesi. Stavo continuando, ma con la pandemia che dilagava ho avuto l’impressione di essere influenzato dalla cronaca, per cui ho smesso subito. Riprenderò il lavoro s u questi temi non appena torneranno nuovamente ad essere desueti.