L’etica trash e il nuovo pressappochismo liberal in viaggio … ovvero la scoperta del Vampiro 19 [prima parte]

Tremila anni prima, le forze del Buio erano emerse dagli abissi della terra per distruggere l’Umanità. Ed ora erano nuovamente apparse, uccidendo tutti quelli che avevano la sventura di trovarsi sul loro cammino. Solo poche migliaia di persone, dopo una strage inenarrabile alla quale era possibile opporsi con vaccini e mascherine, erano riuscite a trovare rifugio nell’antichissima fortezza del proprio Io, del proprio Narcisismo Politico, denominata The Tower of Neo-liberal Certainty. E qui il mago di Microsoft, aveva offerto a questo esiguo gruppo di sopravvissuti una speranza seppur tenue, con la sua Mouse-Magia.

Per riuscire a debellare quell’errore selvaggio e crudele della natura e dei Porcostrelli, era necessario riuscire ad ottenere l’aiuto della Città Cablata di New York City, la capitale mondiale del XXI secolo, dove vivevano tutti i maghi del Beneficio e del Maleficio. Ma la Tecnologia, incarnata nel nome di Molly Bloom, non era in grado di oltrepassare le mura di illusione che separavano la Città del Malefico dal resto del Mondo. Per raggiungere questo scopo, il vecchio CyberMago, insieme al suo adepto Fumetto Stronzetto, si era accinto ad attraversare duemila miglia di un deserto irto di pericoli, che lo separavano dalla città dei Micromagosoft. 

Ma non aveva certo l’idea di quello che li aspettava … 

Questo è lo stupendo ed affascinante seguito del Il Tempo del Covid 19: tra le molte forme di produzione di negatività e di conferma di negatività, da parte del potere turbo-liberista, a quella malefica spetta una posizione di oscuro ma elevato prestigio nella cultura contemporanea. Ma si tratta anche qui, come in tanti altri campi, di valori che non riescono a mutare, ma solo a nascondersi meglio. Dal marchio di infamia che rendeva la figura del male carico di motivi autodistruittivi e proprio per questo perversamente affascinante – ai tempi del più acceso affermazionismo malefico, monarco-malefico (o anarcomalefico), del neo-capitalismo – si è passati alle nevrosi provocate dalle scissioni tra la fede post-decadentistica del male, alla realpolitik del Male, come affetti del Male nell’epoca della contrapposizione dei blocchi. E ora, come vedremo, il male stesso (o, più modernamente, l’agente dei servizi di informazione della maleficità) fa i conti con l’innovazione tecnologica: il male diviene biotecnologico. Si è indagato sui problemi di identità che tormentano gli eroi del doppio gioco liberista e sulla sindrome del «tradimento liberale». Infine, poiché, come si legge in Walter Benjamin, il male è talmente ampio che se ne vede solo un poco per volta, può accedere alla defezione del male elementale e liberale, come direbbe E. Levinas, di avere svolto un ruolo e di avere prodotto effetti diversi da quelli che credeva. Il mestiere del «paradigma indiziario negativo» diventa così facilmente l’unica metafora viva di una condizione tardo-liberista in cui l’ambiguità del capitalismo terminale investe ogni elemento e ogni prospettiva: morale, economica, politica etc…

«Nel capitalismo va scorta una religione, vale a dire, il capitalimo serve essenzialmente all’appagamento delle stesse ansie, pene e inquietudini alle quali un tempo davano risposte le cosiddette religioni. La prova di questa struttura religiosa del capitalismo – non solo, come intende Weber, come una formazione condizionata dalla religione, ma piuttosto come un fenomeno essenzialmente religioso – condurrebbe ancora oggi nella falsa direzione di una smisurata polemica universale. Non possiamo serrare la rete nella quale ci troviamo. In futuro, tuttavia, ne avremo una visione d’insieme. Già nel momento presente possiamo però riconoscere tre aspetti di questa struttura religiosa del capitalismo. In primo luogo il capitalismo è una religione puramente cultuale, forse la più estrema che si sia mai data. In esso nulla ha significato se non in una relazione immediata con il culto; esso non presenta alcuna particolare dogmatica, alcuna teologia. L’utilitarismo acquista, in questa prospettiva, la sua tonalità religiosa. Un secondo aspetto del capitalismo è connesso a questa concrezione del culto: la durata permanente del culto. Il capitalismo è la celebrazione di un culto sans [t]rêve et sans merci. Non esistono “giorni feriali”, non c’è alcun giorno che non sia festivo, nel senso terribile del dispiegamento di tutta la pompa sacrale, dell’estrema tensione che abita l’adoratore. Questo culto è, in terzo luogo, colpevolizzante/indebitante. Il capitalismo è presumibilmente il primo caso di un culto che non espia il peccato, ma crea colpa/debito. In ciò questo sistema religioso è preso nel gorgo di un movimento spaventoso. Una coscienza spaventosamente colpevole, che non sa come espiare, si afferra al culto, non per espiare in esso questa colpa/debito, ma per renderla universale, per conficcarla a forza nella coscienza e, infine e sopra ogni cosa, per implicare Dio stesso in questa colpa/debito, al fine di suscitare in Lui stesso interesse per l’espiazione. Questa espiazione non ce la si può attendere dal culto stesso, ma nemmeno dalla riforma di questa religione (che dovrebbe potersi basare su qualcosa di certo in essa) o dalla sua abiura. L’essenza di questo movimento religioso che è il capitalismo implica perseveranza fino alla fine, fino all’ultima e completa colpevolizzazione/indebitamento di Dio, fino al raggiungimento di una condizione di disperazione cosmica in cui proprio ancora si spera. Qui sta ciò che nel capitalismo è senza precedenti: che la religione non è più riforma dell’essere, ma la sua completa rovina. L’estensione della disperazione a condizione religiosa cosmica dalla quale ci si attende la salvezza. La trascendenza di Dio è venuta meno (a vantaggio dell’emulazione trash del male liberista e finanziario, ndr). Ma Egli non è morto, è stato incluso nel destino umano» (Capitalismo come religione, testo tedesco a fronte, traduzione e cura di Carlo Salzani, Il Melangolo, Genova, 2018, pp.59-63). 

Ma quand’è che trionfa lo stile trash? Il trashismo liquido è una possibilità che si schiude in determinate epoche storiche, e non in altre. Così Penelope La Cordella in viaggio fiorisce – e perisce – nella apparente democratica situazione groupie e il poeta Vito Sbordiello barcolla e cade sotto l’urto prepotente della menzogna fotografica, alla cui vittoria pure ha contribuito. Infatti, come diceva Hermann Broch, il grottesco è un sole al tramonto, una luce ricca e difficile che brilla meglio nella luminosità torbida e incerta che precede l’ambiguità definitiva del radical trash, come nelle epoche di crisi e di trapasso. Come il sole al tramonto, il radical trash assomma su di sé la magia dell’impossibile trascorsa e consumata nell’assassinio distopico e l’illusione di un “qualcosa di futuro”, ben imbottito di menzogna. Nell’alone fascinoso della sua figura, il passato fallimentare del radical trash sprigiona tutta la sua carica infettiva, la sua ansia di ritrovarsi, migliorato, nel futuro di una situazione politica post-pandemica. Ora, Penelope La Cordella in viaggio, con una silloge fotografica di fuffe, trashismi e altre menzogne ben articolate, ci offre l’occasione di viaggiare in un mondo di oscura perversione, brillanti malefici, anoressiche trasgressioni tessute di ironia e ignoranza, bizzarre sospensioni nervose nella pura volgarità vigliacca, impalpabili trapassi umorali, aggraziate contese col destino, sfide addolcite dal disincanto, tranche de vie su cui anche l’ala della bugia si posa con naturale inganno, liberando gli occultamenti più estremi, perché diventino levigate sentenze. È il Mondo del trasformismo “liberal” di Molly Bloom ispirato al modello formalistico di Hans Kelsen, a quello contrattualistico di Rawls, all’infatuazione sistemica di Luhmann; è il mondo che il falsificazionismo attraversa e contempla, senza lasciarsi trascinare da alcuno zelo riformatore. Non c’è da scomporsi e a che vale agitarsi nel rimpianto o nella rivalsa? Bisogna piuttosto agire con distanziato fervore di chi ha capito che la furbizia vale quanto la menzogna, la violenza, il sopruso, l’imitazione dell’essere alternativi, la repressione alle manifestazioni della critica, la stortura della verità contro il perbenismo della balla. 

Cosa? Verità inavvertibili. Il trash è il gesto di un’idea; il Covid 19 volge al tramonto, ma la coscienza di questo tramonto è arte sublime per spargere malefici; l’istante del Virus è un gioiello prezioso nelle mani della pulizia etnica, una stoffa invisibile da accarezzare, un gatto il cui pelo manda scintille sotto gli artigli della stregoneria; vivere e far vivere la precarietà, raccontando utopie socialisteggianti, mondi paralleli del benessere da distribuire come nuove filosofie persuasive, è aristocratica adozione del male supremo, del male elementale; l’emulazione è la più pura forma di pietà per chi non inquina con la sciatteria timica, ma con la grazia dell’ultimo colpo; la noncuranza con cui Molly si sa spogliare di se stessa è la sua strategia fatata, quando la voce s’incrina e l’occhio della macchina fotografica si appanna e radi e bianchi si fanno i capelli, fino alla sottile padronanza funesta. 

Il termine strega è associabile alla parola strix esistente sia in greco antico che in latino. È citata da vari autori latini, come Ovidio, Plauto e Plinio il Vecchio. In entrambe le lingue viene utilizzata per indicare una creatura alata, ma in latino fa riferimento ad una creatura totalmente mitologica, quella della strige o de La maschera della morte rossa di Edgar Allan Poe. Questa era un uccello notturno presente in antiche favole, che succhiava il sangue dei bambini nella culla e istillava loro il proprio latte avvelenato anche se qualche volta questi bambini portavano il nome di Vittorio Alfieri ed erano lì stacca dal loro “volli, sempre volli, fortissimamente volli”. In effetti, la strega è un’anti-Mater e, quindi, un’Anti-Penelope nascosta dentro il cavallo di Troia dell’altra se stessa e delle sue psichiatre, che può essere principio dell’una e dell’altra figura, e quindi una Penelope La Cordella stravolta, che si fa chiamare: “Penelope La Cordella in viaggio o più comunemente Molly”.  Nel greco antico strix, di origine indoeuropea, indicava semplicemente un uccello notturno. Il termine è rimasto nella nostra lingua, strige di fatti indica uccelli rapaci. Da questo termine greco, vista la natura onomatopeica della definizione, proviene il verbo latino strideo, cioè stridere, emettere suoni acuti e sibilanti. Il verso dei rapaci, quindi, ha portato alla creazione di questa parola, e se il rapace è notturno ecco che la fantasia popolare si accende e nella mente semplice degli uomini di quei tempi si formano le immagini di creature fantastiche, che a loro volta danno vita a esseri dotati di poteri sovrannaturali e che scambiano la musica col rumore, le urla vigliacche con il canto delle Muse, il liberismo groupie con il socialismo radicale, il politicamente corretto con l’idiozia collassata. Niente è rilevante, giacché tutto è rilevante, e tutto è rilevante, giacché niente è rilevante, recita la furfantella, reduce da Itaca, il personaggio fuoriuscito dalla stenografia su carta igienica di James Joyce. Una nobile menzognera, scetticamente woolfiana e, dunque, piena di meri desideri per Una stanza tutta per sé, che non vuole escludere niente dalle proprie strategie liberiste, poiché ogni cosa appartiene al Tutto e all’Uno, e non c’è altro luogo dove mettere ciò che si è escluso dall’individualismo che non sia la corrispondenza stessa, uno spirito legato al maleficio, dispensatore di tarocchi della malafede non vincolanti, e lasciati cadere in una balenante inconsistenza da travestita liberale di mondo, che va cercando la sua via tra nuovo-femminismo e verità omofoba. E si sa che quella strada non è dato palesarla nella positività, né nell’affermazione. Arte dell’occultamento e della vigliaccheria, quella celebrata da Molly; adesione, meditata assenza ed eccezionalità vissuta come se fosse la norma l’istigazione a delinquere e come se fossero gli altri i colpevoli: sbandieratori di idee incoerenti e di principi insani, giudici giudiziosi del male e giustizieri si adoperano per l’autovalorizzazione trash, fino a comportarsi in modo disumano. 

Ho tanti ricordi della strega. Ricordi che non si cancelleranno mai. Molti sono tremendi, inverosimili, trucidi e sanguinari, come il paziente zero de La Maschera della Morte Rossa: mi restituiscono la sua figura, la rendono presente, viva dentro l’immagine di Penelope La Cordella, in ogni momento della telepresenza di Molly Bloom ammaliata. Altri, ugualmente intensi, sono come un macigno, mi riportano al «grande omicidio di impotenza» ch’Ella ha vissuto con se stessa, ch’ella ha vissuto transitando nell’altra Penelope La Cordella, che tutti noi abbiamo provato quando esplose la vicenda delle sue menzogne della Fuffa perpetrata ai danni della Critica e della Poesia. 

Ricordo quei giorni di marzo del 2018. Cercavo, cercavamo di tenere dentro di noi l’amarezza nel vedere così trasformato il baratro; volevamo essere distanti come punti di abbandono, come catastrofe già precipitata in qualsiasi voragine, fonti di forza di qualsiasi abisso, sostegni cui potesse appoggiarsi l’inutile. Ma lei si sentiva abbandonata al suo essere stregonesco e pronta a togliere la parola e il respiro, come se fosse una furia repressiva, condizionata dal Virus che doveva dominare.

Non erano i poeti di Patrie sconosciute, la sua famiglia, i tanti cui aveva ridato la malinconia di vivere ad avergli voltato le spalle. Nemmeno quelli che non l’avevano ricambiata dell’odio e del disprezzo che aveva avuto per loro, quando li aveva raccolti disperati, sulla strada, in quella sorta di album fotografico. 

Alla fine degli anni 2000, la città di Malefic City o Trashnia in Tauride, divenne protagonista di una serie di sconvolgimenti, tra epidemie e minacce di contagio da uccelli-pipistrelli, che ne trasformarono il volto. Ebbe tutto inizio da Contagio, arco narrativo del 1996 pubblicato sulle principali testate di Batman dell’epoca, scritto e disegnato da un team composto da Alan, Chuck, Dennis, Doug, Garth, Christopher, Tommy, Mike, Dick, Barry e Kelley. Nella narrazione epica, ispirata al racconto di Edgar Allan Poe La maschera della morte rossa, il Sacro Ordine di Saint Dumas si trasforma ne Il Sacro Ordine di Penelope La Cordella, un gruppo di “cavaliere omicide”, votato allo sterminio di poeti e critici, diffonde per tutta Gotham il virus Ebola-A (detto “Virus dell’Apocalisse o Virus dell’Omicidio della Parola e del respiro”), in grado di corrodere la carne dell’ospite dall’interno, minacciando la vita della popolazione e partendo dall’ottundimento della bocca, dall’ingoio dei respiri e dall’annientamento della parola. Una comunità di ricchi cittadini si segrega nel cuore di Gotham-Mollam, nel complesso residenziale Babylon Towers, sperando di scampare al virus, salvo scoprire che uno dei loro membri è il paziente zero e che forse si chiama Molly Bloom.

La piaga inizia a spargersi perché i ricchi hanno esiliato la loro servitù che, senza saperlo, ha contratto il virus e lo sta diffondendo per la città. Batman, pardon Bloomtman parte alla ricerca di eventuali persone immuni e di una cura, che verrà poi trovata grazie all’aiuto di Azrael, Catwoman, Cacciatrice, Nightwing e Robin. Il virus si ripresenterà, mutato, nella successiva maxi-saga Eredità, in cui Bloomtman dovrà combattere nuovamente contro l’Ordine e l’arcinemico socialista e democratico, che sarebbe il nome maschera di Penelope La Cordella o Molly Bloom replicante e che ha il compito di legittimare in maniera definitiva, sul Pianeta Terra, le ultime risorse di liberismo trash. Forse è tempo che ciascuno si chieda: che cosa accade, che cosa le accade nel momento, anzi nell’atto, in cui Bloomtman odia, sparge virus e diffonde la melatonina malefica del trash? Forse, risalendo all’origine della nostra mutazione del male, singolo, ripetitivo conoscere nei suoi atti liberisti e pur carichi di significativa responsabilità reazionaria, l’essere di un mondo del quale cerchiamo il volto peggiore potrà aiutarci a rispondere insieme alle risposte del neo-liberismo e a quelle dell’ignoranza, scientifica e no. Anzi or sono, leggendo il suo ultimo gesto di maleficio, che recava, in copertina, un’illustrazione fotografica di un Orrendo Riverbero che si chiedeva: “Oddio! E se tutto veramente fosse un sistema di malefici?” Un recensore commentò: “Una strategia divertente per opporsi alle idee di critica e di emancipazione!” Un giovanissimo fotografo, invece, pose l’accento sulla cattiva abitudine di Penelope La Cordella di emulare l’anarchismo trash: “Aveva più ragione di me: Al principio è l’atto del maleficio condizionato dal nuovo capitale finanziario. E l’atto malefico è Principio non principiato. E l’atto di occultamento è senza tempo; e tutti i tempi sono il suo tempo”. È l’atto della moneta finanziaria che segna il destino alle cose dell’evoluzione e la destinazione di ciò che va condannato. E il malefico si fa nuova etica protestante. L’atto malefico principia ogni distribuzione di benessere e fonda ogni nuovo autoritarismo. Tutte le tipologie, tutte le dottrine del male, tutte le gradazioni della menzogna e del Virus. Il virus è sovrapposizione immutabile e ripetitiva di atti maleficizzanti della stessa natura dell’atto primo. Tutte le attività groupie hanno il presupposto indispensabile e necessario dell’atto elementale. L’atto elementale è l’atto unico che unifica tutte le impressioni sensibili che attivano l’inscindibile unità fisico-psichica dell’essere in viaggio e lo stile che esso si dà di io prima ingenuo e inconsapevole, poi mediato di pensare-fare che supera l’etica protestante e lo spirito del capitalismo, l’io vuoto vedere, per sostituirlo con l’io pieno dell’estetica finanziaria e liberista della simulazione totale. L’io malefico del liberismo crea i nomi di tutte le presenze catturate dalle implementazioni fisiologiche eccitate dal virologico: toccare, odorare, gustare, udire,  i quali di esse costituiscono la prima ontologia del male liberista. La loro verità, per la quale si dice che esse sono il vaniloquio di una stanza. Il maleficio è il ripiegarsi dell’atto simulatorio del liberismo su se stesso, per scoprire prima o poi perché si odia e si truffa. Ma nelle dottrine dell’anarco-trashismo si domandano il come, si scavalca il perché. Ossia che l’anarco-trashismo è prima di tutto l’esercizio di un diritto che nasce da un fatto. Quello, appunto, che vive come mistero dell’atto politico estetico-liberista.