"The Crown of Love. The ultimate performance", docufilm su Jan Fabre, Napoli

Jan Fabre. La prode Epifania del Rubrum Gorgonia

The Crown of Love. The ultimate performance, diretto da Giovanni Troilo e scritto insieme a Melania Rossi, non è solo un docufilm del maestro belga Jan Fabre. È massimamente la messa a nudo di un suo tempo interiore e intimo, il giorno del suo matrimonio.

The Crown of Love. The ultimate performance, diretto da Giovanni Troilo e scritto insieme a Melania Rossi, non è solo un docufilm del maestro belga Jan Fabre. È massimamente la messa a nudo di un suo tempo interiore e intimo, il giorno del suo matrimonio.

L’arte è dono e per Fabre non c’è distinzione tra il vivere e l’agire artistico. Non potrebbe mai essere assunta ad altro fine, se non al suo unico e nodale essere, quello di fiato esistenziale.
Melania Rossi, durante la presentazione in anteprima al Cinema Barberini, racconta di “un momento, in cui è Fabre artista ma soprattutto Fabre uomo”. E prosegue, descrivendo la sua “furente e folgorante attività notturna di scrittura e di disegno dei diari notturni, in cui è contenuto il pensiero più intimo dell’artista”.

La struttura filmica abbandona i classici meccanismi narrativi per una sceneggiatura che predilige un tempo asincrono e in grado di ricucire i diari notturni, redatti dal maestro dal Settantotto ad oggi. Il climax non è univoco e si disperde nelle sue diverse affermazioni.

“L’arte è il Padre, la bellezza è il Figlio e la libertà è lo Spirito Santo” è l’assunto iniziale che apre all’ascolto di una profondità incommensurabile. È una preghiera di quel respiro dell’arte coincidente con la sacralità della vita stessa.
Il luogo scelto per la cerimonia è la città di Napoli, un vero atto d’amore verso il centro partenopeo e il suo Duomo, sede di due sacramenti rilevanti per la vita dell’artista: il suo matrimonio e il battesimo del figlio.
Statue di carne e sangue immergono la profusione di un legame viscerale nella loro epidermide corallina. Nella Real Cappella del Tesoro di San Gennaro e nella Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, sono installate – con la cura di Melania Rossi – le opere Per Eusebia e Il numero 85 (con ali d’angelo). Entrambe realizzate nel 2022, sono ‘presenti’ dell’artista, dell’industriale e amateur d’art Gianfranco D’Amato e di Vincenzo Liverino, membro del board della World Jewellery Confederation alla città.
“È per noi motivo di grande gioia contribuire alla presenza di uno dei maggiori artisti viventi in due tradizionali luoghi di devozione e d’arte di Napoli. Questa donazione nasce dalla volontà di proseguire e rinnovare committenze artistiche di pregio, affiancando a straordinari lavori del passato importanti opere d’arte contemporanea. Le sorprendenti opere in corallo realizzate dal maestro Jan Fabre, ispirate ai luoghi che le accolgono, trasmettono e riattualizzano emozioni e valori delle nostre tradizioni di culto” – affermano D’Amato e Liverino. 
L’apparato delle opere non distingue una materia interna da una esterna. La pelle è sangue, fluido inviolabile legato alla morte.
Giovanni Troilo definisce lo sguardo del maestro fiammingo come una “miniera inesauribile di umanità che ci consente di far riemergere una Napoli totalmente inedita, attraverso un’immersione che Fabre opera tra i flutti del mare dinanzi alla città, dal quale riemerge con le creature di sangue, lava e carne viva”.
Nell’anti-sacrestia della Cappella del Tesoro del Duomo, si staglia alla vista il rubro trionfo di Per Eusebia, un eminente pannello corallino del Mediterraneo, scudo tutelare per le chiavi dello scrigno, contenente l’ampolla con il sangue di San Gennaro. Amplesso nel sangue.

Sangue che dal piccolo involucro si solidifica saldamente nella manifestazione visiva con le lingue di fuoco, la mitra, le chiavi e le ampolle, simboli di San Gennaro, da cui dipoi il mistero si ripete nelle stille sanguigne. Il Barocco dei maestri che, nel passato, hanno operato a Napoli si fonde con il maestoso Neobarocco di Fabre, in una comunione di preziosa altezza.
L’opera reca la scritta “Urbs sanguinum”. La “Città dei sangui” è Napoli, secondo la definizione di un osservatore dell’epoca (1632), rimasto attonito di fronte alle tremila reliquie di martiri cristiani, conservate nei conventi e nelle dimore private in città. Le piccole rose, invece, ricordano la passione cristiana. La Rosa del martirio è nota per i suoi cinque petali corrispondenti alle piaghe di Cristo e alla scomposizione del numero cinque in “quattro più uno”: il quattro è il ciclo completo, la morte, mentre l’uno è il nuovo inizio, la vita eterna.
Nulla è stato vano nella morte che si rigenera con la vita e con l’eterna ascesi. Una donna, il cui nome greco Eusebia, tradotto in latino, esprime il senso del dovere e del rispetto, a seguito della decapitazione del Vescovo di Benevento, il 19 settembre del 304, raccolse il sangue di San Gennaro. Sigillato nell’ampolla, diede vita al miracolo della liquefazione. Nel “Chronicon Siculum”, si evince che Benedetto Croce avesse letto del miracolo del 17 agosto 1389: “…e nel seguente giorno 17 fu fatta una grandissima processione per il miracolo che il Nostro Signore Gesù Cristo mostrò mediante il sangue del nostro beato Gennaro conservato in una ampolla e che allora era liquefatto come se quel giorno fosse uscito dal corpo del beato Gennaro”. Così da una conchiglia rinasce il sacro fuoco della passione e dell’esistenza che attraversa la palpitante membrana per giungere fino al cuore e, in un battito, diffondersi ancora all’esterno verso i fedeli.

La voce di Lino Musella ci inoltra nei diari notturni dell’artista. Dalla vita alla morte. Il passaggio si fa stretto nelle parole pronunciate “Dall’angelo della morte: c’è una certa somiglianza tra noi nella nostra perfezione naturale che riflette la nostra bellezza passeggera. La vita ci fa dormire, la morte ci tiene svegli. Il nostro desiderio è che per ogni esistenza ci sia una fine”.  
Nel buio notturno, sussulta la vita che riconosce la bellezza del finale. Una fine che si riconosce con l’eternità del celeste. Il culto delle anime pezzentelle attribuisce ad ogni anima un nome iscritto all’anagrafe dell’eternità. Così, si consacra la morte nella vita e la vita nella morte. A Napoli, dimora il Purgatorio delle “anime purganti”, in cui il mondo dei morti dialoga con il mondo dei vivi. L’esistenza piena e libera, fondata sull’amore è in grado di mutare il male in bene e la morte in vita, come suggerisce il barocco napoletano e Teschio Alato (1669), rilievo della bottega di Dionisio Lazzari per la parete presbiteriale dietro l’altare maggiore della Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio, e simbolo della medesima chiesa, come sintesi della morte seguita dalla resurrezione. 

Nella nicchia a sinistra dell’altare, Fabre colloca Il numero 85 (con ali d’angelo), anch’essa simbolo gemello del Teschio Alato. Il materiale, il corallo del Mediterraneo, nobilita l’installazione scultorea.  Indossato dal Bambino Gesù nei dipinti di tradizione; nella cultura classica è Ovidio a narrarne la nascita leggendaria da Medusa: “Quanto a Perseo, attinge dall’acqua e si lava le mani vittoriose; ma perché la ruvida rena non rovini la testa irta di serpi della figlia di Forco, Medusa, egli rende più soffice il terreno con uno strato di foglie, vi stende sopra dei ramoscelli nati sott’acqua, e posa la testa sul mucchio, a faccia in giù. I ramoscelli ancora freschi e vivi assorbono nel midollo poroso il potere del mostro, e a contatto con questo s’induriscono, e assumono nel legno e nelle fronde una rigidità inusitata. Le ninfe del mare provano con molti altri ramoscelli, si divertono a vedere che il prodigio sempre si ripete, e li fanno moltiplicare gettandone i semi nelle onde. Ancora oggi i coralli conservano questa proprietà: d’indurirsi al contatto dell’aria, per cui quello che sott’acqua era un vimine, spuntando fuori dall’acqua si pietrifica” (P. Ovidio, Metamorfosi, Libro quarto, Perseo e Andromeda, v. 740).
Il numero “85”, parte del titolo dell’opera, fa riferimento alla tradizione cabalistica napoletana e rappresenta il numero delle anime del Purgatorio. Guglie del volo, le ali librano l’anima dalla materia al suo levarsi iniziatico nella novizia veste trascendentale.
Al Pio Monte della Misericordia, nell’ambito della mostra “Oro Rosso. Sculture d’oro e corallo, disegni di sangue”, erano già state allestite altre opere del maestro che innescavano il legame non solo con il valore simbolico del barocco ma anche con l’eminente esponente della pittura barocca, Caravaggio. Il simbolismo prende così nuova linfa nell’albero della vita.
Achille Bonito Oliva chiarisce come “Caravaggio sembra che realizzi degli eventi, immaginandoli. Sembra più un’iconografica mentale, oltreché pittorica. Sono interessanti anche i quattro interventi di Jan Fabre perché in qualche modo rispetta, impreziosisce e riconosce la grandezza di Caravaggio. Anche i materiali che usa sono particolari, valorizzano e rendono preziosa l’immagine finale”.

Giacinto Di Pietrantonio afferma che “Fabre ha dichiarato più volte che è cavaliere della bellezza, difensore della bellezza dell’arte. …si rifà alla tradizione medievale, da cui affonda l’arte di Fabre. I cavalieri nascono appunto nel Medioevo, con la veste bianca, la croce rossa e il sangue che anima le performances e molte opere di Fabre che ha intitolato Je suis sang. I cavalieri erano quegli esseri che non difendevano i potenti ma difendevano i poveri. E dalle loro gesta nasce anche l’arte”.

“Sogno di creare una rappresentazione che ipnotizzi completamente il pubblico. Nessun applauso scrosciante ma un lungo e assordante silenzio. Il pubblico ha dimenticato che il silenzio è ammesso. Anche il silenzio è una buona cosa. Il silenzio come estrema forma di gioia e rispetto” (Jan Fabre, Anversa, 11 settembre 1984).
E il silenzio si provoca istantaneamente alla conclusione della proiezione. Una reazione agognata e trovata. Dall’inizio fino al termine della visione, gioia e rispetto si muovono nello sguardo del percipiente.

Il docufilm, in onda su Sky Arte e disponibile anche on demand sul canale e su NOW TV, vede la coproduzione di La Compagnie des Indes con Angelos bv, realizzata da Ballandi.
Il montaggio è di Adriano Patruno, la fotografia di Marco Tomaselli mentre le musiche originali degli spettacoli di Jan Fabre sono di Alma Auer.