Idomeni, Grecia, 2016

In prima linea. Intervista a Livio Senigalliesi

“Livio Senigalliesi (Milano, 1956) è un fotografo da sempre impegnato sui fronti caldi del mondo, ma sarebbe riduttivo etichettarlo come un ‘fotografo di guerra’: nella grande tradizione della concerned photography Livio ha vissuto e vive la propria vita professionale e privata mettendo al centro del suo interesse l’uomo. Sempre in prima linea nelle situazioni più tragiche e pericolose non per sprezzo del pericolo ma per esigenza di documentazione, Livio ha seguito molti conflitti armati a partire dagli anni Ottanta ma si è interessato anche alle vicende non bellicose ma comunque drammatiche dei popoli del terzo mondo o delle vittime delle guerre e delle relative conseguenze”.

Così scrivevo in apertura di un testo quando Livio nel 2017 mi chiese una introduzione per il suo libro Memories of a war reporter, un corposo volume in cui ripercorre in ventitré capitoli le sue storie di fotografo di guerra impegnato su molti fronti caldi del pianeta. E aggiungevo, nel corso del testo: “Le guerre, il male, la vita nella sua concretezza e durezza: questo ha voluto raccontare per molti decenni con le sue fotografie Livio, scevro da inutili formalismi, fedele a una fotografia diretta, senza compiacimenti estetici, una fotografia squisitamente politica nel senso alto del termine.” A questo fotografo così passionale e impegnato ho rivolto alcune domande.

Pio Tarantini: Nel 2017 ho avuto il piacere di partecipare, scrivendone la presentazione, alla realizzazione del tuo libro Memories of a war reporter: in quel volume, oltre alle tue fotografie, sono presenti i tuoi scritti, le tue memorie appunto, che ripercorrono le tue innumerevoli esperienze in tanti Paesi del mondo. La lunga esperienza di fotogiornalista impegnato ‒ che quel volume forse più di tanti altri tuoi racconta in modo più completo ‒ in questi ultimi anni l’hai divulgata in innumerevoli incontri in molte città italiane: puoi raccontarci come è andata e che riscontri trovi nei tuoi ascoltatori?

Livio Senigalliesi: Memories of a war reporter nacque dal mio bisogno di fissare sulla carta le innumerevoli tragedie umane a cui avevo assistito negli ultimi 40 anni. Lo sentivo come un dovere civile che andava ben oltre la portata delle mie fotografie. Non avrei mai immaginato che sarebbe diventato un testo usato nelle Facoltà universitarie e nelle Scuole di giornalismo. Per i fatti e i nomi riportati, questo volume è stato acquisito dal Tribunale per i crimini di guerra de L’Aja. Credo che questo valga più di un premio alla carriera. I progetti didattici legati ai contenuti del libro, mi danno l’opportunità di raccontare le conseguenze della guerra a una generazione che per fortuna è cresciuta nella pace e nell’abbondanza. Rendere questi ragazzi più consapevoli dà un senso anche alla mia vita. L’età e le ferite di guerra non mi permettono di documentare i conflitti in corso ma rendono le mie esperienze utili ad altri. Gli studenti si dimostrano assetati di verità e sentono la passione con cui racconto i tanti fatti storici a cui ho assistito. Il loro interesse e la sincera partecipazione mi confortano. Credo in questi giovani e sono certo che sapranno costruire un mondo migliore.

Sarajevo / Bosnia 18 marzo 1996 l’ultimo giorno dell’assedio per effetto degli accordi di Dayton. Sarajevo passa sotto il controllo dell’esercito bosniaco. tutti i serbi si ritirano verso la repubblica serba e dalle alle fiamme le loro case affinché non cadano nelle mani di un musulmano. Nella foto un abitante del quartiere di Grbavica membro di una famiglia mista cerca di salvare la sua casa dalle fiamme. Foto Livio Senigalliesi

P. T.: Adesso hai preso parte a un documentario, intitolato “In prima linea”, che presto sarà proiettato nelle sale. Racconta questa tua nuova esperienza.

L. S.: Il più delle volte la gente comune ma anche gli addetti ai lavori non si rendono conto di quanto sia impegnativo il nostro mestiere. Fare il reporter è di certo un privilegio, una vita straordinaria! Ma lavorare per decenni su temi scottanti lascia delle tracce indelebili. Francesco Del Grosso e Matteo Balsamo – co-registi del docu-film “In prima linea” ‒ hanno avuto il coraggio di fare luce proprio sugli aspetti meno noti del mestiere di fotoreporter evidenziando il lato umano.
Per una volta nella vita mi sono trovato di fronte ad un obiettivo e ho raccontato con sincerità il mio stato d’animo e i retroscena di tante immagini famose. I protagonisti del documentario sono 13 reporter, donne e uomini uniti dal medesimo impegno. Non voglio svelare di più… vi aspettiamo nelle sale cinematografiche! Finora “In prima linea” ha ottenuto pareri positivi della critica e varie nomination in Festival cinematografici in Italia e all’estero. Ora attendiamo il giudizio del pubblico.

Nyamata / Ruanda 2003 Nyamata, 25 km a sud di Kigali, è uno dei luoghi del genocidio perpetrato dagli Hutu nella primavera del 1994. Nella chiesa di Nyamata furono massacrate diecimila civili inermi. Nella foto Epimaque Rwema (50), sopravvissuto al genocidio, ha perso tutti i famigliari. Sullo sfondo i teschi di alcune vittime raccolti nei sotterranei della chiesa. Foto Livio Senigalliesi

P.T.: Cosa pensi delle mutazioni in atto in questo periodo di profonda trasformazione del modo di fotografare, divulgare e fruire l’informazione fotografica? C’è ancora spazio per la fotografia di qualità o tutto si consuma in fotogrammi veloci, magari colti al volo da chiunque sia in possesso di un telefono cellulare, strumento che oggi è in grado di fornire immagini di qualità apprezzabile?

L. S.:   Penso che la risposta al mordi e fuggi imposto dai tempi moderni sia proprio la qualità. Il mondo va veloce ma c’è un ritorno alla pellicola e anche tra i giovani colleghi scopro grandi capacità di racconto e di approfondimento. La pandemia ha dato occasione a molti fotografi emergenti di misurarsi con la morte e il dolore degli altri. Aspetti che sono generalmente legati al lavoro dei reporter di guerra sono invece entrati a far parte della quotidianità e della cronaca di casa nostra. In questo lungo anno vissuto in lock-down ho potuto apprezzare reportage straordinari. Molti colleghi hanno pubblicato sulle più importanti testate internazionali e questo certifica la qualità assoluta raggiunta con grande impegno in situazioni di stress e di pericolo. Alcune delle immagini più famose sono state scattate col cellulare e questo la dice lunga sulla comodità e immediatezza dello strumento. Permettimi comunque una nota personale. Se oggi dovessi partire per un servizio, mi affiderei alla mia fotocamera ed il cellulare lo userei per telefonare. La scelta dell’ottica è determinante.

Kabul / Afghanistan Ospedale della Croce Rossa Internazionale per la cura e riabilitazione delle vittime di mine anti-uomo. Nella foto alcuni pazienti si esercitano all’uso degli arti artificiali. Foto Livio Senigalliesi Kabul / Afghanistan Victims of land-mines train with new prosthesis in the orthopaedic centre of ICRC hospital. Photo Livio Senigalliesi

P. T.: Attualmente, non potendo andare in giro per il mondo ‒ anche a causa della pandemia in corso ‒ tu svolgi una intensa attività di informazione sui social e non passa giorno che tu non pubblichi notizie, documenti, fotografie che informano su alcuni drammatici eventi che costellano la vita dei popoli più martoriati dai problemi sociali e politici. In particolare attualmente hai a cuore il problema dei profughi e delle grandi migrazioni in corso: tenendo conto che sono problemi epocali che non si possono risolvere in poco tempo ritieni che ci sia qualche barlume di speranza per un miglioramento della situazione?

L. S.:   Le migrazioni fanno parte della Storia dell’uomo. Non andrebbero enfatizzate per creare sentimenti di paura e usate in modo distorto per costruire delle carriere politiche o promulgare leggi inique. È necessaria una narrazione corretta che parte dalla conoscenza dei motivi che costringono milioni di persone ad abbandonare la loro terra in cerca di pace e di un futuro migliore. Molto spesso le cause delle migrazioni sono guerre scatenate dai bisogni del nostro sistema produttivo e tecnologico. Mi riferisco al petrolio ma anche a materie prime strategiche nel settore dell’elettronica e della telefonia. Di fronte agli interessi delle multinazionali possiamo influire davvero poco. Ma aumentare la sensibilità dell’opinione pubblica è lo scopo di un giornalismo giusto ed etico. Dobbiamo smettere di trattare i migranti come cose. Se li conoscessimo più da vicino ci renderemmo conto che abbiamo tutti gli stessi sentimenti e gli stessi sogni. L’indifferenza è il male più grande della nostra società. Non ci rendiamo conto che un olocausto è in corso da anni qui vicino a noi, nel Mediterraneo e lungo la rotta balcanica. Troppi muri e troppi reticolati sono stati eretti per difendere la “fortezza Europa”! Se vogliamo sperare davvero in un miglioramento della situazione dobbiamo auspicare leggi più giuste ed umane ed un giornalismo migliore.

Cukurca – Kurdistan – Turkish Iraqi border – April 1991 Consequences of Gulf War. Thousands of ethnic kurds fled Iraq becouse of fightings between Saddam Hussein and NATO troops. In the picture clashes between refugees during one delivery of food. Life conditions in the camp were very bad due to the cold and the lack of humanitarian aid. Photo Livio Senigalliesi

P. T.: I segnali che arrivano da larghi strati delle popolazioni giovanili ‒ in Occidente soprattutto sui problemi ambientali e in altri Paesi sui problemi della libertà dai regimi totalitari ‒ possono essere un segnale importante nel senso di un cambiamento radicale? 

L. S.:  Auspico una maggiore partecipazione e capacità di lotta per costruire un presente ed un futuro diverso sia dal punto di vista ambientale che nel rispetto dei diritti umani ma permettimi un certo scetticismo. I media mainstream condizionano l’opinione pubblica mondiale ed anche i social sono sotto controllo quindi non mi aspetto radicali cambiamenti ma spero di essere smentito.