Moschos Nichos, Gratitude, 2019, acrilico su legno.

Il viaggio dell’icona

Le icone non sono tutte uguali. Lo spiega bene un volume, Il viaggio dell’icona, che lessi anni fa poco prima di un altro viaggio – stavolta non autour de ma chambre – compiuto tra la Croazia e la Bosnia, dove risiedeva una famiglia con cui avevo stretto amicizia negli anni della guerra. In quella circostanza, non so per quale ragione, visto che nella penisola balcanica le icone si venerano soprattutto in Serbia, nutrivo la certezza che ne avrei acquistata una. Non, s’intende, un’immagine seriale, ma “la profezia”, per citare Trubeckoj, “della futura umanità trasfigurata”. L’icona non rappresenta infatti il vero nella sua oggettività, bensì il senso dell’esistenza in una realtà spirituale. Trovai la mia icona nella località più travagliata: a Mostar, la città del ponte. Quando vi giunsi, lo Stari Most, col suo arco luccicante, era stato ricostruito, ma la ferita sanguinava ancora. Il suo abbattimento era calato come una lastra di piombo sulla possibilità, per i gruppi etnici e religiosi della zona, di convivere in pace. A cedermi la tavola, dopo un’estenuante trattativa, fu un bosniaco musulmano, che la aveva recuperata chissà dove e la teneva accatastata al suolo insieme a stampe, piccolo mobilio, pipe ottomane e oggetti desueti di ogni tipo. Si trattava di un’interpretazione della celebre icona costantinopolitana della Eleusa, detta di Vladimir dal nome della città russa che a lungo la ospitò. Mostra la Madre e il Figlio guancia a guancia, con un braccino del bimbo disteso intorno al collo e un altro aggrappato alla veste della Vergine. Quest’ultima, nel modello, ha un’espressione grave e pensosa, presaga della futura passione. Espressione che – salve le opportune distanze – si riconosce pure nella mia, ma è stemperata dalla gioia del contatto, dalla certezza della Resurrezione. Era questo il messaggio che l’icona mi recava: un domani è possibile, occorre solo stabilire se accettarlo – con tutto ciò che esso comporta – o cedere agli impulsi distruttivi. Davvero, lo asseriva Florenskij, l’icona è “una porta spalancata su due mondi”. Mondi che sono pure differenti concezioni della storia, a cominciare dai trascorsi individuali: da una parte ne esiste infatti una sciatta, superficiale che riduce ogni fatto al terrestre; dalla parte opposta si fa invece avanti quel sentimento mistico che riconosce in essa e al di là di essa una quantità di sfere, una varietà di piani, e sente con immediatezza la possibilità di oltrepassarli in tutti i sensi. Questa duplicità mi fu confermata anni dopo in un viaggio in Grecia, alle Meteore, dove mi imbattei in un Cristo Pantocratore che, da un lato, mi appariva misericordioso e benevolo, dall’altro si ergeva come un Giudice inflessibile a condannare le mie colpe. Stavolta non considerai neppure di striscio di acquistare il dipinto: era bastata un’occhiata! Preferii concentrarmi, neanche fossi un medico che scannerizza, meccanicamente, il colorito dei passanti, sulla correzione ottica attuata dall’artefice: il volto discontinuo, come diviso a metà, secondo una cesura di cui si ricorderanno Leonardo nella Gioconda e Matisse in Linea verde. Ne parlo come di autori futuri perché l’icona era recente, ma il prototipo remoto. Più antico del Pantocratore di Monreale o di Cefalù. Nel mondo delle icone il tempo, come lo conosciamo, non esiste: “Il nostro passato produce il nostro presente così come l’oggi rilegge immancabilmente la sua storia”. Questo pensiero appartiene al saggio di Francesco Piazza Iconostasi contemporanea: tra spiritualità e pragmatismo in calce al catalogo della mostra Icone. Tradizione/contemporaneità che, dopo Monreale, si è spostata dal 13 dicembre 2019 nell’Ex Convento di Sant’Agostino a Taormina fino al 18 aprile 2020. Qui dodici importanti icone di scuola greco-cretese, create tra il XVI e il XVIII secolo in Sicilia da iconografi come il monaco Ioannikos da Cornero, Leo Moschos o il Maestro dei Ravdà e conservate a Mezzojuso, Monreale e Piana degli Albanesi, sono affiancate ad altrettante icone contemporanee, ad esse ispirate, opera di artisti greci e siciliani. La Grecia è rappresentata da Manolis Anastasakos, Dimitris Ntokos, Nikos Moschos, Konstantinos Papamichalopoulos, Zoi Pappa e Christos Tsimaris. La Sicilia da Giuseppe Bombaci, Sandro Bracchitta, Giorgio Distefano, Roberto Fontana, Antonino Gaeta e Ignazio Schifano. “L’insegnamento di Florenskij”, prosegue Piazza, “emerge in ciascuno dei lavori realizzati appositamente per questo progetto, nei quali è evidente la necessità di rappresentare non solo la figura nella sua complessità teologica e artistica – volta a coprire il gap esistenziale tra uomo e santità – ma anche innalzare la coscienza dello spettatore ad un livello di partecipazione e di consapevolezza, oggi più che mai drammatica perché legata ad una realtà sociale in bilico, in cui il rapporto tra uomo e religione diventa medium espressivo e viatico per un approfondimento più concreto sull’attualità, sulla coscienza civile e su concetti come la solidarietà, la guerra, la globalizzazione, attraverso una simbologia senza artifici e non distante da quella solennità propria dell’iconografia classica religiosa”. La reinterpretazione delle icone del passato è stata quindi concepita da ogni artista secondo la propria cifra personale, mantenendo in alcuni casi l’iconografia originale o astraendone, in altri, il significato, anche in rapporto con la propria visione della fede e attingendo al proprio vissuto come bagaglio esperienziale. Certo, per gli antichi maestri la strada era spianata. Non dovevano far altro che adeguare l’iconografia allo stile: ogni artista ha il proprio, ma tutti obbediscono a un credo universale. I contemporanei, al contrario, sono figli di Babele: loro retaggio è la mescolanza dei linguaggi. Perciò le relative opere fanno della contaminazione stilistica la chiave per accedere a un nucleo sigillato. E tuttavia, gli uni e gli altri, cambiano a contatto con l’Altro prospettiva e posizione. I primi, dipingendo quasi in partibus infidelium, appesantiscono i profili di naturalismo antonelliano. I secondi, pur abbeverandosi alla Metafisica, all’astrazione novecentesca o ai Manga e alla computer grafica, risentono dell’aulicità severa dell’Immagine divina. No, l’icona non è una riflessione su uno specchio: è un incontro che conduce alla visione. Come ha scritto Anca Vasiliu, “se per Narciso l’attrazione blocca il movimento verso l’altro e rinchiude il bel giovane nel cerchio del mondo fisico e della tautologia, l’icona, che in un primo momento si definisce con un riferimento quasi obbligato a quest’illustrazione del mortale meccanismo dello sguardo e dell’arte, propone, invece, di rompere il cerchio eludendo con un richiamo alla diversità la reciprocità attiva/passiva del vedere/essere visto e, d’altro canto, inserendo il ‘salto’ del desiderio nel suo stesso spazio e non verso l’esterno. Essa ribalta lo slancio dell’anima all’interno stesso dell’alterità ricercata, in altre parole, rimanda a una sorta di identità o di non differenza che assume il divario del mondo e del tempo rendendolo coestensivo al percorso stesso, o alla vita, all’esistenza stessa dell’essere”. Di più non saprei dire. La tappa successiva sarebbe ricordare che ho deciso con mia moglie di sposarmi alla Martorana, sotto i più bei mosaici di Palermo, mosso dalla fede che in quel luogo le immagini si volgessero in presenza. Un grazie ai curatori della mostra – impeccabile sotto il profilo critico ed espositivo – per questa, e le altre, emozioni ridestate.   

Icone. Tradizione/Contemporaneità. Le Icone post-bizantine della Sicilia nord-occidentale e la loro interpretazione contemporanea

mostra e catalogo a cura di Francesco Piazza (arte contemporanea) Giovanni Travagliato (icone storiche)

Ex Chiesa di Sant’Agostino – Sala Giovanni di Giovanni. Piazza IX Aprile – Taormina

dal 14 dicembre 2019 al 18 aprile 2020

orario: tutti i giorni dalle 10 alle 19

ideazione: Francesco Piazza e Vassilis Karampatsas

organizzazione: Comunità Ellenica “Trinacria” Palermo

con il patrocinio di Eparchia di Piana degli Albanesi Diocesi di Monreale Arcidiocesi di Messina, Lipari, Santa Lucia del Mela Università degli Studi di Palermo – Dipartimento “Culture e Società” Università degli Studi di Messina Soprintendenze Beni Culturali ed ambientali di Palermo e Messina Ambasciata di Grecia a Roma Consolato di Grecia a Catania Accademia di Belle Arti di Palermo Federazione delle Comunità Confraternite Elleniche in Italia Fondazione Orestiadi di Gibellina Fondazione Ellenica di Cultura Italia Istituto di Cultura italiano Atene