Il curator dei curatori: Francesco Piazza

Vincenzo Monti si era visto affibbiare da Ugo Foscolo questo sapido epigramma: “Questi è Monti poeta e cavaliero / Gran traduttor dei traduttor d’Omero”. Appellativo, a pensarci bene, non proprio benevolo, ma rivelatore di una pratica essenziale per chiunque intenda tradurre un testo: confrontarsi con le traduzioni dei colleghi. Ora, applicare lo stesso schema alla curatela artistica, cambiando per giunta l’oggetto della cura, non è affatto scontato. Francesco Piazza, infaticabile fautore di trame trasversali, è uno dei pochi ad esserci riuscito.

Il mestiere di curatore è di solito molto individualistico. Ma, a quanto mi risulta, a te collaborare non dispiace. Hai persino provato a fare rete!

La questione è spinosa. È innegabile che fare il curatore preveda una buona dose di narcisismo e individualismo e io non faccio eccezione. Sono sempre stato un maniaco del controllo, ma negli anni ho cercato di stemperare questo aspetto del mio carattere attuando delle collaborazioni importanti per la mia crescita con persone che condividevano insieme a me un certo modo di fare cultura lontano da ipocrisie, prevaricazioni e inutili protagonismi. Circa due anni fa, rientrato a Palermo, in qualità di direttore artistico della rassegna d’arte contemporanea Dintorni. Luoghi circostanti per l’arte, ho invitato curatori provenienti da tutta la Sicilia a realizzare progetti espositivi diffusi nel centro storico. Questa esperienza è andata molto bene favorendo scambi proficui e dando vita a nuove conoscenze e collaborazioni. Purtroppo questi restano episodi isolati, non saprei spiegare se per mancanza di volontà o per quell’individualismo che impedisce il necessario distacco critico finalizzato alla costruzione di attività culturali condivise. Mi accorgo sempre di più che a parole siamo bravi tutti a parlare di condivisione, rete, comunità ma in realtà credo siano solo affermazioni di facciata. Una sorta di mea culpa momentaneo al quale non crede più nessuno. La dimostrazione, e non penso di essere smentito, è la totale mancanza di empatia tra una certa critica nostrana, gruppetti curatoriali e gallerie. Una precisa volontà a non voler condividere e sostenere progetti altrui. Se siamo in questa situazione, e lo siamo, parlare di rete mi sembra grottesco oltre che totalmente fuori luogo. Una rete dovrebbe formarsi naturalmente senza accordi preventivi, senza protocolli d’intesa. La sua essenza dovrebbe essere intrisa di sentimenti condivisi, di rispetto e collaborazione. 

Oggi, però, vanno di moda gli artisti curatori. E non mi riferisco solo a Gian Maria Tosatti. L’edizione di Documenta che, Covid permettendo, dovrebbe inaugurarsi il prossimo settembre, è curata da un collettivo di creativi. Cosa pensi di queste sovrapposizioni?

L’aver affidato Documenta15 al collettivo ruangrupa non mi stupisce; visto il periodo da cui stiamo uscendo, penso si sia sentita la necessità di riorganizzarsi attraverso una compagine variegata di artisti e creativi che fossero in grado intercettare dall’interno linee di pensiero e tematiche che inevitabilmente si sono modificate a causa della pandemia. Per rispondere alla tua domanda, penso che si debba decidere cosa si vuol fare e chi si vuole essere. In linea generale non sono d’accordo su questo scambio di ruoli. Se il punto d’arrivo è comune, sono i punti di partenza e i percorsi ad essere assolutamente differenti. Indubbiamente sembrerebbe che l’artista possa fare il curatore, ma non necessariamente che sia vero il contrario, e questo, a mio avviso, genera l’equivoco. Un’altra motivazione potrebbe essere la necessità di alcuni artisti di contrastare quel certo sistema curatoriale chiuso che spesso, ahimè, gioca su cavalli vincenti, senza dare spazio ai giovani e alla sperimentazione. 

Come scrive San Wiki, Il curatore può seguire “una metodologia pragmatica o idealista, un approccio scientifico (basato su modelli storici) o creativo (basato su connessioni libere tra le forme d’arte)”. Come definiresti la tua “strategia curatoriale”?

Trovo questa definizione riduttiva e fuorviante; quasi da manuale di istruzioni del bravo curatore. La mia “strategia” consiste nel rendere fruibile ogni progetto ad un pubblico formato anche da persone fuori dal “sistema dell’arte”, francamente quelle a cui tengo di più perché, fuor di polemica, posseggono un animo aperto e non viziato da preconcetti. Non credo in un’arte per l’élite, quanto invece nella capacità di comunicare a più livelli arrivando al cuore delle persone. Già dall’esperienza della costituzione del Museo delle Trame Mediterranee della Fondazione Orestiadi di Gibellina insieme a Enzo Fiammetta, attuale direttore e fraterno amico, l’idea di una lettura trasversale e di dialogo tra linguaggi apparentemente dissimili è stata la spinta per realizzare un percorso in cui il visitatore potesse interpretare e leggere assonanze e derivazioni provenienti da culture differenti, ritrovando in questo scambio reciproco radici comuni della cultura mediterranea. Forte di questa esperienza altamente formativa, le mie mostre sono sempre pensate su piani differenti di lettura, con un progetto, un’idea forte alla base che di volta in volta ne modifica la struttura e l’approccio. Non parlerei quindi di strategia ma di un metodo che mi appartiene da sempre.

In termini più pratici – ma credo non banali – dai carta bianca agli artisti, limitandoti a organizzare ciò che essi producono, o poni loro precise condizioni?

Se dessi carta bianca farei altro. Non è nelle mie corde semplificarmi il lavoro e avere un prodotto preconfezionato. Con tutta la fiducia e la stima nei confronti degli artisti con cui lavoro penso che le mostre e i progetti che concepisco sono frutto di una mia visione alla quale tengo tantissimo e che deve essere accolta e condivisa da chi ha accettato di darle corpo e anima. Unica condizione: totale attinenza al tema. Il divagare non è consentito. Non mi interessa collocare opere bensì riuscire già in fase progettuale ad immaginare come il visitatore le potrà percepire nello spazio e quali sentimenti esse risveglieranno nel suo animo. Per questo motivo il processo di dialogo e revisione è la parte più importante, creativa e irrinunciabile del mio lavoro.

Nella tua ultima mostra – WAAGWe Are All Greeks –, la documentazione era molto ben curata, ma senza esagerare con i supporti tecnologici o le note didascaliche. L’aspetto emozionale – correggimi se sbaglio – viene sempre al primo posto.

Assolutamente. Dico sempre che una mostra è come una rappresentazione teatrale e di essa conserva le fasi ideative, organizzative e soprattutto la “messa in scena” in cui ogni attore ha il compito di trasmettere emozione, pathos. Sono distante da eccessi di concettualità e lungaggini didascaliche fini a se stesse, utili solo all’autoreferenzialità del curatore di turno. Abbiamo superato da parecchio questa fase, necessaria a suo tempo ma ormai anacronistica. A mio avviso bisogna attuare delle modalità accoglienti e senza orpelli nei confronti di un pubblico sempre più abituato a masticare velocemente le informazioni. Incuriosirlo senza annoiarlo, mantenendo alta la qualità ma allo stesso tempo dando alla componente emotiva un ruolo di rilievo. Siamo ancora capaci di emozionarci ma non sappiamo per quanto tempo ancora durerà questo stato di grazia.

Restando a WAAG, il cui titolo è ispirato ai versi del poema Hellas di Percy Bysshe Shelley, tu e Vassilis Karampatsas, che ha condiviso con te l’ideazione della rassegna, riflettete, insieme a un manipolo di artisti greci e siciliani, su come “Le nostre leggi, la nostra letteratura, la nostra religione, le nostre arti hanno la loro radice in Grecia”. Greci e siciliani, per quello che hai visto, si sono capiti al volo?

In questo progetto la collaborazione con Vassilis Karampatsas è stata fondamentale sia per il supporto logistico sia e soprattutto, in quanto profondo conoscitore della storia greca, per indirizzare alcuni aspetti teorici della mostra nella giusta direzione. Guardando le opere di WAAG e mettendole a confronto, salta all’occhio che la differenza tra greci e siciliani consiste nell’approccio al tema. Mi spiego. Occupandomi da tempo di arte contemporanea in Grecia e portando avanti la mia ricerca sui nuovi linguaggi e su possibili dialoghi con l’Italia, in particolare con la Sicilia, ho sempre riscontrato una forte componente identitaria e tradizionale che nel tempo ha subito sapienti e intense rielaborazioni. Ricordiamoci che i greci sono cresciuti con lo spettro della “rivoluzione” e della protesta che, seppur diversa nelle motivazioni e inevitabilmente modificata negli anni, ha accompagnato la storia della nazione fino ad un decennio fa. Questo sentimento si è riversato nella produzione artistica di quella generazione under 40, rappresentata in parte in WAAG, che ha vissuto la crisi e ne ha estratto le componenti più drammatiche. I siciliani, diversamente, non hanno vissuto la stessa situazione ma hanno avuto la capacità di fondere la loro esperienza personale con la storia di un popolo tanto vicino per i motivi a tutti noi ben noti, eludendo la retorica a beneficio di una narrazione critica e allo stesso tempo celebrativa.

Ti è mai capitato, come i greci, di lottare per la tua indipendenza di critico e di curatore?

Per me la libertà è un valore inestimabile, in qualsiasi ambito. Non so se per fortuna, bravura, casualità o altro, ho sempre potuto realizzare i miei progetti con grande autonomia sia come critico che come curatore. Non sono legato a gruppi o a schieramenti e questo mi consente di assecondare i miei tempi e, soprattutto, i miei desideri. D’altra parte non sono affezionato alle idee e se capisco che non ci sono le condizioni per attuarle, volto pagina e aspetto la congiunzione astrale più propizia. Il momento arriva sempre, basta saper attendere. 

Potresti parlarmi di una mostra che, per qualunque motivo, non sei riuscito a realizzare? Magari la facciamo insieme [ride]!

Ti posso parlare di una mostra che ho realizzato e che mi piacerebbe riproporre con i dovuti aggiornamenti e cambiamenti. Parlo di Dialogica. Atemporali Connessioni Contemporanee, una collettiva che presentai nel 2017 al Museo Bellomo di Siracusa. Il progetto espositivo si snodava attraverso le 12 sale del Museo proponendo inusuali dialoghi tra le opere della collezione permanente che va dal 1200 al 1800 e quelle contemporanee di artisti come Francesco lauretta, Andrea Buglisi, Romina Bassu, Giovanni Viola, William Marc Zanghi, Ettore Pinelli e altri. Leggendo i nomi, si intuisce che la scelta è stata volutamente e geograficamente determinante nel tentativo di instaurare un dialogo tra Oriente e Occidente della Sicilia. Il confronto, il dialogo, la compenetrazione lessicale sono temi con il quale mi sono misurato spesso e Dialogica è sicuramente una mostra che vorrei rifare, mantenendo intatto il suo concept ma declinandola oggi attraverso tematiche più attuali, come la questione ambientale, la tecnocrazia, il colonialismo, l’integrazione. 

Progetti per il futuro? 

In Sicilia si stanno concretizzando importanti appuntamenti per il 2022 e il 2023 dei quali, per ovvie ragioni scaramantiche, non posso parlare. Tra la primavera e inizio estate invece due progetti in Grecia. Il primo ad Atene dedicato al Collage con artisti italiani e greci che dialogheranno su memoria e futuro: una mostra sicuramente diversa e stimolante. A seguire, una grande collettiva internazionale dedicata al fiume e ai suoi miti, all’interno di un Festival molto importante che si tiene ogni anno in Tessaglia.

A sinistra Theophilos Chatzmichalis 1902. Attr. A destra Nikos Moscos Tema il Sacrificio
A sinistra William Marc Zanghi. A destra Stelios Faitakis. Tema Potere Politico