Tic-tà, tic-tà e il verso del cuculo mi riporta a un giorno che ha cambiato la mia vita, il 29 settembre 2018. Un sabato come tanti, se non fosse stato che un istante prima sorseggiavo un caffè e un istante dopo ero sospeso tra la vita e la morte. In quel momento l’Onnipotente decise di concedermi una seconda opportunità: comprendere che ogni alba è un dono e che il valore di una vita non si misura in anni, ma in qualità.
Durante la lunga convalescenza rimisi ordine nei miei archivi, consapevole che non dovevo essere colto impreparato un’altra volta. Decisi di dedicarmi con rinnovata intensità alla collezione di Museum e di preparare il passaggio della campana, assicurando un futuro alla mia passione. Proprio oggi ho colmato un vuoto importante: è entrata in collezione Donna con gli occhi azzurri (1950) di Fausto Pirandello, opera di grande intensità.
Durante questo periodo, rileggendo documenti dimenticati, mi resi conto di aver collaborato con Guttuso molto più di quanto avessi consapevolezza: pubblicazioni, articoli, edizioni grafiche, allestimenti espositivi, autentiche e altro ancora. Allo stesso tempo constatai come troppe vicende che mi legavano al Maestro fossero state alterate dai media. Da qui nacque l’esigenza di correggere la narrazione, recuperando la complessità dell’uomo e dell’artista. Iniziai dunque a raccogliere articoli, lettere, fotografie e testimonianze con l’intento di costruire una base documentale solida, da cui poter fare scaturire una biografia più autentica.
Il mio nuovo libro, che ho appena finito di scrivere, non vuole essere la versione definitiva della vita di Guttuso: è piuttosto un archivio ragionato di spunti, documenti e memorie, un punto di partenza per chi vorrà affrontare con rigore la storia del grande pittore bagherese. Una storia che comprenda anche le zone d’ombra: la sua morbosa passione per le donne, quindi le lettere d’amore a Topazia Alliata e a Marta Marzotto; i ritratti censurati di Marta, in particolare nella mostra Ritratti e autoritratti al Museo Guttuso di Bagheria; gli aspetti più privati e dolenti di una vita segnata anche dall’alcol; gli ultimi cento giorni segnati dall’isolamento, interrotto solo dal suo “cerchio magico”: Andreotti, Angelini, Bufalini e Sapegno.
E ancora: il suo rapporto complesso con il Partito Comunista, vissuto con fedeltà ma senza un’autentica fede ideologica; la dimensione spirituale, tutt’altro che marginale, come dimostrò lui stesso nel 1985, quando dichiarò a la Repubblica che la sua Crocifissione era nata da un’ispirazione religiosa. Senza dimenticare i contrasti con gli amministratori di Bagheria, documentati in una lettera a un amico, forse mai spedita, e la dolorosa frattura con Leonardo Sciascia, ferita che Guttuso dovette portare dentro di sé fino alla fine.
Questi sono solo alcuni dei punti che meritano di essere affrontati per restituire un’immagine autentica di Guttuso. Non un santo, ma un mito: un artista attraversato da passioni e fragilità spesso taciute, che proprio per questo raccontano con maggiore verità la sua grandezza e la sua umanità.

