Fondatore di Flash Art, Giancarlo Politi è stato per decenni figura centrale nel costruire reti, dialoghi e visioni che hanno contribuito a definire il sistema dell’arte internazionale. Ma al di là del ruolo pubblico, molti ricordano soprattutto la sua capacità di creare relazioni, condividere intuizioni e sostenere progetti anche quando provenivano da realtà diverse dalla propria.
Da questi ricordi prende avvio la conversazione tra Roberto Sala e Giacinto Di Pietrantonio: un dialogo che attraversa incontri, trasformazioni e momenti condivisi con Giancarlo Politi, restituendo il ritratto di una figura che ha segnato profondamente il mondo dell’arte contemporanea.
Chi era e chi è stato Giancarlo Politi?
Giancarlo Politi è una persona difficile da descrivere. Era un uomo intuitivo, intelligente, apparentemente un uomo tutto d’un pezzo, che però spesso cambiava anche idea, il che per me non è un demerito, ma una qualità. Tutti lo vedevano come un “bastian contrario”, in realtà quella era la sua tecnica per cercare di capire il mondo, attraverso la messa in discussione, prima di tutto delle proprie idee. Intercettava infatti le varie tendenze proprio perché non si fermava mai alla conferma di quella che aveva già intuito, anche se questa aveva riscosso successo. Era un curioso, sempre alla ricerca del nuovo.
Possiamo quindi dire che la sua caratteristica principale è stata proprio quella di vedere in anticipo alcuni movimenti, alcune situazioni e soprattutto le qualità di alcuni artisti?
Sì, sicuramente. Giancarlo Politi era un editore, questo non è forse mai stato detto o capito: lui è stato, secondo me, il primo editore d’arte, inteso come editore di una rivista d’arte. Prima di Flash Art, che nasce nel ‘67, le riviste d’arte erano tutte delle house organ. Prendiamo ad esempio la rivista Notizie di Luciano Pistoi, che si chiamava così perché era la rivista della galleria, oppure la rivista Cartabianca di Fabio Sargentini o le riviste dei movimenti, a partire dai Futuristi. Erano riviste di tendenza e, soprattutto, prodotte da gruppi di artisti, critici, o da galleristi, che non erano degli editori esterni, editori d’arte che pubblicano quello in cui non credono. Lui pubblicava cose che in quel momento riteneva interessanti anche se non le condivideva. Flash Art è stata la prima rivista d’arte fatta da un editore, possiamo dire che in Italia è lui che ha inventato questa professione.
La rivista fu fondata nel ‘67 a Roma e si chiamava solo ‘Flash’. Nel 1970 Politi si trasferisce a Milano, lui che comunque veniva dalla provincia. Qual è stata la sua bravura nel non farsi ingoiare dalla grande città?
Come diceva Warhol “È il locale a essere è internazionale”. Politi proviene da un piccolo paese dell’Umbria, Trevi, anzi da una sua frazione Borgo Trevi– questa è una caratteristica fondamentale dell’Italia, che è un Paese provincia, un Paese campanile – cosa che lo accomuna a tante altre persone, che dalla provincia sono riuscite a realizzare progetti internazionali. Alcuni addirittura rimanendo in provincia, come per esempio Enzo Ferrari, che ha fondato la Ferrari a Maranello – e la Ferrari è tuttora ancora a Maranello! – o come Federico Fellini, che è andato a Roma. Gli esempi possono essere tantissimi. Se andiamo ad approfondire, tra gli artisti affermati che vivono in grandi città come Roma e Milano, molti sono nati in provincia, e questo da sempre: Giotto viene da Bondone, Masaccio da Sa Giovanni Val d’Arno, Michelangelo da Caprese, Caravaggio da Caravaggio, ecc, persone che, spesso, fino all’adolescenza hanno vissuto nel paesello di origine o nella piccola cittadina. Insomma, questa è una caratteristica tutta italiana. Perché chi viene dalla provincia si porta dentro dei desideri e dei sogni, e magari la persona che vive in città, non dico che non li abbia, ma avendo più possibilità a portata di mano e più soddisfazioni, forse ha meno sogni. Poi è chiaro che per cercare di realizzare certi progetti è necessario spostarsi nella grande città.
Per questa ragione Politi si trasferisce a Roma, per andare a lavorare alla Fiera letteraria di Cardarelli, che era una importante rivista di poesia e letteratura, perché faceva il pittore, ma era anche un poeta: aveva infatti, nel 1961, pubblicato per l’editore romano Carucci, una raccolta di poesie, Linea umbra, Antologia di poesia contemporanea.
Avendo sempre avuto la volontà di emergere, partecipa a Lascia o Raddoppia, arrivando fino alla penultima puntata: non vince denaro, ma una automobile FIAT 1100. Parliamo dell’inizio degli anni ’60, e la 1100 era una macchina di lusso per i tempi. Lui sceglie, anziché andare in giro a sfoggiarla, di venderla e con il ricavato di fondare la rivista che poi diventerà Flash Art.
Lui aveva già chiare le idee in testa fin da quando viveva a Trevi, ed erano tre amici al bar con Italo Tomassoni, di Foligno – che poi diventerà critico d’arte – e Claudio Verna, pittore. Erano tre giovani della provincia, che si interessavano e facevano arte contemporanea. Si frequentavano, erano amici e lo sono rimasti per sempre. Claudio Verna, lo aiuterà molto con la rivista, collaborando con lui fino agli anni ’70, nella edizione italiana. Dalla provincia c’è questo spostamento verso la città: come Politi anche Verna si sposta a Roma. Tomassoni continua a vivere a Foligno, ma frequentando Roma, perché in quel momento era uno dei centri culturali importanti in Italia. Tomassoni, negli anni p’80 conia il termine Ipermanierismo in cui raccoglie artisti che guardano al passato classico, scrive e cura mostre di Beuys e Burri, il catalogo generale di De Dominicis e tanti altri. Verna diventa uno dei protagonisti della Pittura Pittura.
Ma tornando a Giancarlo Politi va detto che ha inventato una professione, riuscendo a vivere del suo sogno: non bisogna dimenticare che era partito da zero, non avendo una lira. Provenendo da una famiglia di operai – il padre era un camionista, la mamma casalinga – sapeva che si doveva arrangiare e dar da fare.
Quindi nel ‘70 è riuscito con le sue forze a spostarsi a Milano, avendo capito che l’editoria era a Milano, e che rimanendo a Roma non sarebbe arrivato da nessuna parte.
Roma è una città indolente, nel senso che volendo fissare degli appuntamenti, se ne riesci a portare a termine uno o due in un giorno sei fortunato, mentre a Milano se tu fissi 10 appuntamenti in un giorno li concludi tutti, e questo è solo un esempio, ma vale per tante altre cose. Quindi lui si era reso conto che se voleva dare un senso e un futuro alla rivista, dove trasferirsi a Milano. Anche se io preferisco Roma
E a Milano come ha fatto ad attirare a sé le grandi firme e a far diventare ‘Flash art’ quello che è stato nel panorama delle riviste italiane?
Diciamo che quando si pensa all’operato di Politi, ad esempio con Germano Celant e l’Arte Povera, lo si pensa nei termini odierni, pensando già alla storia, ma quando lui l’ha intercettata, Celant era un giovane. Questa è stata una grande capacità di Politi, quella di circondarsi sempre di giovani curatori, giovani critici, che collaboravano con la rivista. Perché il motivo fondamentale – e lui l’ha anche detto più volte nelle discussioni e nelle chiacchierate che facevamo, e credo che l’abbia anche scritto – è che lui diceva: “Per capire il presente, io devo confrontarmi con persone del presente”.
Lui faceva parte della sua generazione, ma man mano che andava avanti io l’ho visto cambiare idea: l’idea fondamentale rimaneva la sua, però se lui vedeva che c’era un interesse delle nuove generazioni su certi fenomeni artistici, verso certi artisti, lui gli dava spazio. Diceva “a me questo non interessa, però è una realtà che in questo momento è sul piatto, crea discussione, per cui io come editore sono tenuto a riferire”. Lui diceva “io voglio essere il Time magazine dell’arte”.
Pubblicava anche quello che a lui non piaceva, perché dava fiducia ai giovani che gli proponevano le cose che stavano cambiando. Questa è stata una sua grande forza: anche con Helena, molto più giovane di lui, che è stata nella sua vita l’amore ma anche un’iniezione di novità. Flash Art International è nato grazie a Helena, che glie lo ha suggerito – lo ha detto più volte – di fare un numero separato dall’italiano, in inglese, e di realizzare una rivista internazionale. E quella è stata la fortuna di Flash Art, che poi è esplosa nel mondo.
Una delle fortune di Giancarlo, almeno economicamente, è stato anche l’’Artdiary’, l’annuario internazionale del mondo dell’arte contemporanea che elenca artisti, gallerie, critici d’arte, istituzioni e curatori.
Sì, l’Artdiary sicuramente lo è stato. L’idea era nata dalla sua agenda gigantesca, piena di indirizzi e di numeri di telefono e da una pubblicazione del tempo, il ‘Pozzo Orario’, (che raccoglieva l’orario di tutti i treni italiani): gli è venuto in mente di mettere insieme queste due idee, in una pubblicazione che oggi ovviamente risulta desueta, ma che allora – senza Internet e senza i limiti della privacy – risultava uno strumento utilissimo, che ha avuto un successo internazionale. Andy Warhol la definì la “Bibbia dell’arte”.
Sì, io trovo che sia la cosa più geniale che abbia fatto Giancarlo Politi.
Flash Art International ha avuto un grande successo anche per la debolezza delle altre riviste. Art Forum, la rivista più importante in quegli anni, non aveva capito quello che stava succedendo, anche perché in quegli anni all’interno di Artforum ci sono stati critici e curatori molto ideologici, legati all’Arte Concettuale, all’Arte Povera, come anche Germano Celant, che rifiutavano il Post Moderno, quello che stava cambiando. Per cui se in quegli anni volevi sapere cosa stesse succedendo nel mondo dell’arte e quindi le novità – la Transavanguardia, il Neo-espressionismo, Schnabel, la pittura tedesca – dovevi leggere Flash Art. Perché su Artforum non lo trovavi. Quindi in quel momento storico Flash Art ha praticamente sbaragliato il campo e si è affermata non solo negli Stati Uniti, che ovviamente era il luogo principale dove si faceva arte contemporanea, ma in tutto il mondo.
Il giovane Giacinto Di Pietrantonio come e quando arriva nella redazione di Flash Art?
Nel 1984 avevo curato una mostra a Palazzo Farnese ad Ortona, era la mia terza mostra. Erano delle mostre un po’ autoprodotte, nel senso che in quegli anni (io questo l’ho capito dopo) se tu volevi fare il critico d’arte e curatore, in qualche modo ti dovevi associare come assistente, fare un po’ di gavetta, con un critico, curatore già famoso. Io questo non l’ho fatto, ho saltato questa parte, non per spavalderia, ma perché non sapevo che bisognasse fare così.
Parlando della curiosità di Politi, in mostra c’erano 30 artisti – in realtà 29, ma non mi chiedere perché 29, perché non lo so – presi un po’ da tutta Italia, e avevo realizzato un catalogo in cui c’erano le fotografie di tutti gli artisti, tra i quali Luigi Carboni, Corrado Levi, Maurizio Arcangeli, … e un mio testo. Poi, nel catalogo, avevo creato una sezione che si chiamava Schegge, e avevo chiesto a vari curatori e critici che avevo intercettato di realizzare un testo con delle piccole fotografie; gli artisti non li mettevo in mostra, era una sorta di regesto di informazioni, non solo di arte visiva, ma anche di progetti interessanti realizzati da giovani nel campo del design, cinema, musica e altri ambiti creativi. Sulla Campania l’aveva realizzato Gabriele Perretta, dal Piemonte Francesco Poli, dal Friuli Venezia Giulia Maria Campitelli, dalla Toscana Andrea del Guercio, per l’Emilia Romagna l’avevo fatto io, perché allora vivevo a Bologna e frequentavo l’università.
Durante le vacanze di Natale Politi mi chiamò a Lettomanoppello – premetto che io non lo conoscevo, lo conoscevo di fama, ma non l’avevo mai visto e non sapevo neppure che voce avesse – “Buonasera, sono Giancarlo Politi” e io pensai che fosse il mio amico Luigi Mastrangelo che mi faceva uno scherzo. “Vorrei che scrivesse un testo sulla giovane arte in Emilia-Romagna a Bologna. Io ed Helena abbiamo visto il suo catalogo con tutti questi giovani artisti e ci sembra molto interessante”. Nel numero di novembre 1984 era stata pubblicata una recensione su quella mostra, perché GiulioCiavoliello, (al quale avevo chiesto di realizzare un testo su Milano per il catalogo) che collaborava con Juliet, mi disse che non se la sentiva di scriverlo, ma era venuto a vederla fino ad Ortona, con tutte le difficoltà del tempo, e aveva scritto una recensione, proponendola a Giancarlo Politi per Flash Art.
Politi si accorse che ero un po’ titubante; in precedenza c’era stato anche un articolo di Cerritelli sulla giovane arte a Bologna, per cui mi sembrava strano che dopo due uscite mi chiedesse un articolo sulla giovane arte nella stessa città, e continuavo a pensare che fosse uno scherzo. La mattina seguente chiamai in redazione per verificare che fosse vero, me lo passarono (erano gli anni ’80 per cui era ancora possibile una cosa del genere) e lui mi rispose e confermò tutto: è così che è nato il rapporto con Politi.
Tornato a Bologna scrissi l’articolo e non glielo inviai via fax, presi invece il treno e andai a portare il testo di persona. Mi prese subito in simpatia, forse perché un po’ come lui arrivavo da un paesino – forse rivedendo in me la sua storia di giovane partito da un piccolo paese di provincia per andare in una grande città – e dopo poco ebbe inizio la nostra collaborazione.
Questo a conferma di come Giancarlo desse fiducia ai giovani, anche se erano sconosciuti: se lui vedeva che c’era qualcosa in te, ti chiamava, non c’era bisogno di raccomandazioni o di frequentazioni, nella completa libertà che lui aveva di considerare le persone.
Facciamo un salto temporale notevole, arrivando al momento in cui perde il controllo della rivista, nel senso che decide di dare tutto in mano a Gea, sua figlia. Questo secondo te perché avviene?
Non è stato un perdere il controllo, perché Politi non ha mai fatto niente senza che ci fosse una regione precisa, e perché non era uno sprovveduto. Sempre per la sua necessità di accogliere i giovani per poter capire il presente, per capire il mondo che cambiava nell’arte, lui è arrivato a un certo punto a dichiarare di non riuscire più a capire quello che accadeva nell’arte e a viaggiare come prima, essendo un mondo sempre più globale, e di voler passare la palla a sua figlia Gea, perché giovane e in grado di vivere il momento, e di portare avanti la rivista, insieme a suo marito Cristiano Seganfreddo, nel modo in cui lui non era più in grado di fare. Un passaggio di consegne quasi scritto nel suo modo di interpretare la vita e la rivista.
Ma non credi che questo passaggio di consegne abbia portato verso un declino del successo degli anni precedenti?
Beh, no, nel senso che le riviste d’arte sono cambiate molto, hanno subito un cambiamento fortissimo negli ultimi 10-15 anni, con l’avvento di Internet. Di questa “lotta” con internet me ne parlava già Giancarlo. Secondo me non si può più fare una rivista d’arte – ma non solo d’arte – come la si faceva prima, perché tante informazioni che prima era possibile trovare solo consultando il cartaceo – appunto Flash Art, Segno o Artforum – …, oggi per almeno il 50% le si trovano da altre parti. Le riviste non hanno più il mordente che avevano una volta, la rivista d’arte deve essere comunque ripensata.
Questo dal punto di vista dell’informazione: come detto, è possibile sapere cosa fa una galleria, o un artista tramite Internet, da Instagram, ecc. Poi però c’è l’altro aspetto, che è quello critico. Noi sappiamo che la critica negli ultimi anni sta subendo un cambiamento molto forte, almeno a partire dagli anni ’80. Se una volta una recensione, un articolo di un critico importante o magari anche mediamente importante, e quindi di una rivista in cui questo veniva pubblicato, poteva fare molto per la carriera di un artista, oggi non è più così, è inutile nascondersi dietro a un dito.
E quindi è chiaro che i critici e la critica sono cambiati, e che ci si interroghi su come fare una rivista d’arte che abbia appeal sulle persone, nel mondo dell’arte, e soprattutto sugli artisti.
Flash Art, anche con la storia gloriosa che ha, non potrebbe oggi avere una posizione di egemonia non solo dal punto di vista critico, ma non potrebbe neanche riuscire a sostenersi dal punto di vista economico, e questo ovviamente è fondamentale. Quindi la rivista va ripensata ed è quello che stanno facendo Gea e Cristiano.
Tra i molti episodi che testimoniano questo rapporto, Di Pietrantonio ricorda anche l’invito alla Biennale d’arte contemporanea di Praga, dove accanto a Flash Art l’unica rivista presente fu proprio Segno: un gesto che confermava il rispetto e l’attenzione che Politi riservava alla loro esperienza editoriale, in un clima che Di Pietrantonio descrive come quasi fraterno.
L’atteggiamento di Giancarlo non è mai stato da competitor, ma era come un compagno di squadra, cioè la squadra era l’arte contemporanea, poi loro giocavano in un ruolo e noi in un altro, ma la squadra era la stessa, che doveva andare avanti. A me questo sembrava allora. Poi negli anni le cose sono un po’ cambiate. Però ad esempio, quando organizzarono la Biennale d’arte contemporanea a Praga, l’unica rivista a parte ‘Flash Art’ ad essere invitata è stata ‘Segno’. C’erano, nei nostri confronti, un rispetto e un’attenzione con un atteggiamento quasi fraterno.
Infatti Politi appariva come una persona scostante, ma in realtà non lo era. Era una persona leale perché le cose le diceva in faccia, aveva questa trasparenza, che è una grande qualità. Io l’ho conosciuto come una persona umile, non in senso negativo, ma nel senso che teneva in considerazione gli altri; anche quando era scostante e diceva le cose pane al pane e vino al vino.
Anche con me, che con lui ho avuto un rapporto privilegiato. Devo tantissimo a Giancarlo, perché prima di Flash Art ero uno sconosciuto, quindi per me è stato un trampolino di lancio pazzesco. Però anche a me diceva le cose come le pensava, sulle cose sulle quali non eravamo d’accordo. Poi aveva quei modi un po’ rudi da uomo di provincia, e quindi te le diceva come stavano, non ci girava intorno alle cose, stava poi a te capire come fare tesoro di quanto ti aveva detto. Non lo faceva con intenzioni negative, lo faceva per aiutarti. Sembra strano ma è così.
Che eredità lascia Giancarlo e a chi?
Nel mondo dell’arte lascia una grande eredità: ha dimostrato che anche venendo da un piccolo paesello da sconosciuto si può arrivare ovunque, dando fiducia alle persone. Ha formato generazioni di critici, perché non dimentichiamo che Flash Art è stata una palestra non indifferente per generazioni. Lui sosteneva che se credi in qualcosa, non importa da dove vieni o chi sei, se ci credi e ti impegni ce la puoi fare. Quindi penso che la più grande eredità che Giancarlo Politi ha lasciato è stato il concetto che tutto è possibile e il grande insegnamento di avere fiducia in se stessi.


