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La Galleria Giovanni Bonelli cambia casa e riparte da Mattia Moreni

La Galleria Giovanni Bonelli inaugura la nuova sede di Corvetto con The Future Will Be Weird, una mostra che mette in dialogo l’opera di Mattia Moreni con dodici artisti contemporanei.

C’è qualcosa di deliberatamente provocatorio nel fatto che una galleria scelga di aprire un nuovo spazio con un titolo rubato al senso comune del disordine. The Future Will Be Weird apre il 14 aprile 2026 alla Galleria Giovanni Bonelli, che con questa occasione inaugura la sua nuova sede milanese in via Arcivescovo Romilli 20. La mostra è curata da Denis Isaia e realizzata in collaborazione con l’Associazione Mattia e l’Archivio Mattia Moreni.

Dopo quattordici anni nello spazio di via Porro Lamberteghi, la galleria ha scelto di affrontare una nuova fase, spostandosi in un contesto urbano diverso e in uno spazio progettato per offrire agli artisti condizioni di lavoro e di confronto differenti. La trasformazione riflette dinamiche in evoluzione, come la pressione immobiliare e i cambiamenti economici della città, che stanno spingendo molte realtà dell’arte contemporanea a cercare spazi più sostenibili, capaci di garantire continuità nel tempo. In questo senso, l’apertura della nuova sede non è solo un cambio di indirizzo, ma una presa di posizione rispetto al modo in cui oggi si può continuare a fare ricerca artistica.

Mattia Moreni (Pavia, 1920 – Brisighella, 1999) è al centro della mostra, eppure non si ha la sensazione che questa sia un omaggio. Considerato uno dei pittori più scomodi del secondo Novecento italiano ed europeo, fu capace di attraversare le grandi stagioni dell’arte internazionale senza mai diventare rassicurante, mai addomesticabile. La sua pittura aggredisce, interroga e esagera nutrendosi di tutto ciò che la civiltà produce di grottesco e restituendolo amplificato e irriverente. Isaia lo definisce un pittore che attraversa decenni di storia con una padronanza tecnica rara, capace di passare dal gesto informale degli anni Cinquanta alla brutalità cromatica degli anni Ottanta senza mai perdere la propria voce.

La struttura della mostra segue una logica quasi narrativa, distribuita sui due piani della nuova sede. Il piano superiore è dedicato all’esercizio del potere nelle sue forme più viscerali: il dominio del corpo, la sessualità come campo di conflitto, il gesto anarchico come atto politico.

Nicola Samorì, che alla pratica e al pensiero di Moreni ha dedicato parte della propria formazione accademica, porta nella mostra un’idea di materia che si consuma e si trasfigura. Pierpaolo Campanini, con la sua capacità di caricare oggetti quotidiani di una tensione simbolica sproporzionata alla loro umiltà, stabilisce un ponte meno ovvio ma ugualmente efficace: ogni elemento del reale diventa pretesto per una drammaturgia della perdita e della violenza. Giovanni Morbin attraversa questa sezione con L’angolo del saluto, una serie che costruisce un’equazione spietata tra sistemi di potere e il rapporto di sopruso che l’uomo esercita sull’ambiente naturale. Alessandro Pessoli, infine, affronta direttamente il repertorio moreniano, concentrandosi sul motivo dell’anguria — uno dei simboli più densi e ricorrenti nell’opera del maestro — e sul ritratto dell’espressione facciale, dove le convergenze diventano ancora più stringenti.

Il secondo livello porta la mostra in un territorio più beffardo e inquietante: quello della regressione culturale come fenomeno di massa. Moreni aveva sviluppato negli anni Ottanta una serie di opere in cui metteva a fuoco la semplificazione progressiva del gusto collettivo e la sua deriva verso forme di infantilismo culturale. Il risultato era una pittura che abbracciava quella regressione attraverso cromie eccessive, figure deformate e un uso spregiudicato degli strumenti, trasformando l’abbandono del controllo in un atto consapevole.

È in questo territorio che la mostra incontra Giovanni Blanco, la cui scimmia pittrice funziona come specchio deformante della condizione umana contemporanea. Una creatura che dipinge perché è stata istruita a farlo diventa emblema di una specie che ha delegato all’apprendimento imitativo ciò che un tempo chiamava creatività. Vedovamazzei e Gelitin aggiungono strati di ironia e dissacrazione che si intrecciano con la regressione moreniana senza sovrapporsi ad essa.

Enrico Minguzzi entra in scena con la sua ricerca sulla natura ferita, segnata dall’intervento industriale, affrontando in modo più delicato il rapporto compromesso tra uomo e ambiente. Cult of Magic inserisce nel percorso una figura di dimensioni ridottissime che disorienta la percezione scalare del visitatore. Vera Portatadino e Pesce Khete completano il piano con due proposte opposte e complementari: la prima costruisce composizioni che oscillano tra astrazione e suggestione naturalistica; il secondo porta nella mostra una risposta alla componente più gestuale e impetuosa del pittore. A chiudere l’intero percorso è Silvia Dal Dosso, con un trittico video che mette a fuoco la saturazione informativa del presente digitale, la sovrabbondanza di immagini e la conseguente difficoltà di orientamento collettivo.

Moreni muore nel 1999, all’alba di ciò che cambierà tutto. Non fa in tempo a vedere la proliferazione degli schermi e la liquefazione dell’attenzione. Eppure la sua pittura tarda sembra anticipare esattamente questo scenario. Non per profezia, ma per coerenza: aveva capito che la civiltà si muoveva verso una mutazione di specie e aveva cominciato a dipingerla. La mostra raccoglie questa intuizione e la porta nel 2026, in dialogo con artisti che quella mutazione la vivono dall’interno. The Future Will Be Weird non è una mostra sul passato, ma usa il passato per rileggere il presente con occhi meno abituati alla resa. Moreni è uno strumento di visione e la Galleria Giovanni Bonelli, scegliendolo, dichiara con chiarezza in quale direzione intende guardare.

The Future Will Be Weird
Mattia Moreni
Nicola Samorì, Pierpaolo Campanini, Giovanni Morbin, Alessandro Pessoli, Giovanni Blanco, Vedovamazzei, Gelitin, Enrico Minguzzi, Cult of Magic, Vera Portatadino, Pesce Khete, Silvia Dal Dosso
Galleria Giovanni Bonelli, via Arcivescovo Romilli 20, Milano
a cura di Denis Isaia
dal 14 aprile al 13 giugno 2026

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