Ancora una donna in mostra nella Galleria Maja Arte Contemporanea a Roma, fino al termine di aprile. Ancora un’artista che migra da un linguaggio all’altro, dall’inglese all’italiano, dal cinema alla pittura, scoperta tardi e direttamente affrontata con lo strumento più sofisticato e classico, l’olio su tela.
La quieta superficie della normalità è ritratta da Monica Stambrini con una tecnica piana ed efficace, a metà strada tra il gesto pittorico reso palese, con pennellate evidenti, e il realismo fotografico: né l’uno, dunque, né l’altro. Non c’è la freddezza dell’iperrealismo, che oggi, fatte poche eccezioni, stanca, e non c’è nemmeno il grumo impressionista, lontano dalle esigenze del racconto di una contemporaneità abitata da troppe luci e devastanti ombre.
Flattered by any masterful representation
of things we knew,
scriveva nel 2000 il premio Nobel antillano Derek Walcott nella raccolta poetica Il levriero di Tiepolo: lusingati da ogni magistrale rappresentazione di cose a noi note.
Sono cose a noi note, accadimenti e abitudini delle nostre giornate, quelle che Monica Stambrini ritrae in questi quadri: amici e familiari, come dice il titolo della mostra, sofà di casa, piante sul davanzale, libri letti e bicchieri bevuti a metà. Tanto correnti da ripetersi da una tela all’altra: un cuscino arancione che riappare da un tavolo a un divano, un quadro che si rivede dentro un altro, rimpicciolito e citato, divenuto già parte dell’arredamento familiare.


I volti degli amici e dei familiari guardano l’osservatore come dentro la lente di una polaroid, per lo più sorridenti, trasfigurati dal passaggio da soggetti a oggetti, liberati più che spogliati della propria individualità per farsi, temporaneamente, cosa quotidiana.
E tuttavia questa superficie pacata è increspata da venature e indizi di spaccature, così come i quadri stessi sono a loro volta attraversati da sagomature di arancio vivo, emerse dal primo strato di pittura, quasi fosforescente, passato sulla tela in preparazione della successiva stesura ad olio.
E non potrebbe essere altrimenti: perché chi ha dipinto quelle scene familiari e quotidiane non è una persona qualunque, è una regista coraggiosa e artisticamente spregiudicata, che è passata da videoclip e ritratti di artista all’incursione irriverente nel porno reinterpretato in chiave femminile e femminista.


Ecco dunque che quei riflessi arancioni spezzano la superficie della quotidianità per insinuare in chi guarda il dubbio che dietro la facciata serena vi sia dell’altro: non necessariamente tradotto in termini drammatici – anzi, piuttosto con un’irriverenza giocosa, come in un nudo maschile esplicito o nella presenza di un sex toy ritratto come un soprammobile qualunque.
E infine anche con la malinconia appena svelata da un gruppo di piante grasse in vaso su un davanzale che si affaccia su una notte resa come una cortina di nero puro, assoluto. Oltre il quale la luce, più che provenire da un abatjour domestico, può forse arrivarci in una spiaggia indiana, alle spalle di una vacca bianca semisdraiata, che rumina come solo un santo o un filosofo sono capaci di fare.

