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Alicja Pakosz, Fight, Flight, Freeze, Friend. Installation view at ADA, Rome Courtesy of ADA, Rome. Photo by Roberto Apa

È la pittura a parlare. Fight, flight, freeze e friend, personale di Alicja Pakosz ad ADA Project di Roma

Fino all’11 Gennaio 2025, presso la galleria Ada Project di Roma, Alicja Pakosz in mostra con Fight, flight freeze and friend

Rivendico di fronte ad un opera pittorica l’elogio del silenzio, laddove possibile. Lasciamo che sia la pittura a parlare di nuovo e non il suo interprete. Se la stesura visiva si può considerare propriamente compiuta, le parole battute o scritte del critico o del giornalista risultano ridondanti, una manifestazione di un ego bramoso di emergere. La drammaticità che assale questi tempi è il suo esatto contrario: una povertà imbarazzante di segno, di tecnica, stile e contenuto, da par te di una produzione artistica recente,  che per giustificarsi si avvale di una penna scaltra e un pò furba, in cerca di un pò di gloria. Ma quando queste componenti sono presenti e visivamente riconoscibili, le mani dello scrittore, dell’intellettuale o del giornalista, prudono per il bisogno di dover arricchire, argomentare, aggiungere un qualche quid arguto che possa conquistare un’epifania celata, men che mai, però, questa potrà aspirare ad un eureka

Sulla personale di Alicja PakoszFight, flight freeze and friend, inaugurata lo scorso 7 Novembre 2024 presso la galleria Ada Project di Roma, mi limiterò ad essere sintetica e di poche parole. Non ci saranno ulteriori argomentazioni, credo sia dunque doveroso parlare solo di pittura non di significati né di vani tentavi, da parte mia, verso una traduzione goffa  dei molteplici simbolismi visibilmente presenti.

Nell’osservare le opere di Pakosz sono caduta in quell’affermazione un pò retrò pronunciata da quei vecchi intenditori che valutavano la veridicità dell’operato artistico semplicemente mediante la famosa “mano adoperata”, per intenderne la bravura tecnica e stilistica. Ed era grazie a questa mano meritevole che si acquistava un’opera con il forte desiderio di vantarla nelle pareti di casa nostra. Questa considerazione, seppur nella sua enunciazione apparentemente ingenua, valutava l’esperienza artistica per la sua concreta verosimiglianza e anteponeva apparentemente la priorità verso la bravura stilistica più che al suo significato più recondito, per quanto questo risultasse poco attraente e “sempliciotto” per chi viveva, se non vive tutti’ora, di intellettualismi.

Nuotiamo ormai in questa pozza stagnante, fanghiglia argillosa frutto di vanità e convenzioni sociali,  che se un’opera non comunica intellettualismi, per mezzo del suo mediatore, allora è poco affascinante; non esalta il suo vero “valore”, errore tipicamente italiano, sul presupposto che l’arte debba essere necessiariamente interpretata. Questo patto tacito ormai insidiato nel pensiero comune e vittima di un perbenismo falso, ci spinge ad arricchire la parola di sfarzosità vane. La riposta più semplice, appare noiosa e non sufficientemente elitaria. Rompendo questa lancia mi tengo ugualmente in prima linea, seppur con un pò di prolissità, nell’affermare che tutto ciò non dona alcunché a delle opere che di per sè parlano da sole per la loro qualità contenutistica e stilistica.La domanda, però, che mi pongo ultimamente è: si è davvero in grado di saperlo riconoscere? O ci si mostra oro nascondendo di contro bigiotteria?

L’unica parola che può essere enunciata guardando Pakosz è unicamente chapeau

Per non cadere nell’interpretazione è bene focalizzare l’attenzione sulla modalità espressiva delle opere dell’artista . Pakosz viene da una formazione accademica polacca, ancora (e per fortuna) volutamente distante dalla quella tendenza ad elaborare quella pittura un pò sfarzosa e accesa, acida e carica, stucchevole alle volte. Certamente mi astengo anche solo dal farmi pervadere dal pensiero di provare a realizzarla o adoperarla e ne  tantomeno di entrare nella retorica bieca del “potevo farlo anche io”. La pittura è sacra, ma la sua sacralità non risiede in una qualche religiosità attribuibile quanto, per citare Georg Simmel, nella sua possibilità intriseca di saper equilibrare  l’atto di formazione del vedere e del sentire con tale purezza e forza da assorbire completamente la materia data ricreandola in se stessa. Ed è per questo che non transige interpretazione, poiché la chiave simbolica che ne nasconde al sui interno, non è certamente traducibile in assoluto, anche se si prova goffamente, ma certamente può essere intuibile e  quella dimensione intellettiva necessita di uno spazio di intimità profondo che spetta solo a chi la fruisce e, al massimo, a chi la produce, non a chi ne scrive o parla.

AlicjaPakosz, Nesting Season, 2024. Acrylic on paper, 30 x 21,5 x 0,5 cm
Courtesy of ADA, Rome. Photo by Roberto Apa

Di fronte alle opere di Pakosz, lo spettatore china il capo in forma di rispetto accogliendo quella dimensione di intimità che la stessa artista rivendica e ricerca attraverso l’immagine. Le situazioni che Pakosz immagina e che elabora grazie alla pittura, mantengono nel significato recondito una la loro universalità visibile ed immediata, ma seppur nella franchezza narrativa espressa proprio dalla loro riconoscibilità figurata, l’importanza della loro  traducibilità lascia spazio alla qualità della loro resa.

Non ha senso tentare di tradurre o questionare le situazioni che l’artista ritrae, ma conviene focalizzare l’attenzione sui rapporti che si creano per mezzo delle stesse. Le figure presenti all’interno delle loro opere appaiono centrali ed ingombranti: campi visivi estremamente ristretti e claustrofobici, dove la figura umana, seppure protagonista e soggetto di riferimento, indirizza spontaneamente l’occhio dello spettatore negli campi interstiziali (Keeping it cool, 2024). La peculiarità delle opere di Pakosz è proprio il rapporto spaziale che lei stessa ha con la superficie della tela. La scelta verso  una lavorazione pittorica su carta rimanda, in fase iniziale, ad una dimensione diaristica, personale e segreta, pensieri profondi in equilibrio fra immaginario e reale, che l’artista sceglie, però, di disvelarne il suo contenuto segreto allo spettatore,  alternando opere di grande formato su tela a quelle più intime e delicate di piccolo formato. 

I soggetti da lei ideati, seppur descrivono atti narrativi surreali e fulcro di attenzione da parte di chi li osserva, cedono la scena al loro contorno, il quale, paesaggio naturale o domestico, appare soffocato dall’incombenza ingombrante del corpo, dalla minuziosa attenzione riposta nel dettaglio espressivo, che sia oggettuale o naturale, come la ciocche di capelli sottili come lame, un lacrima che scende come un sussurro all’orecchio (Spilling,2024) o un coltello fra le labbra pronto all’attacco (DiY,2024). 

L’interpretazione è un arma a doppio taglio. È un tentativo di discernere il vero dall’immaginario, ma il pensiero più recondito dell’artista non ci è dato saperlo; bisognerebbe riporre l’attenzione più che sui significati delle situazioni che Pakosz manifesta, sulle modalità di rappresentazione delle stesse. Avere padronanza del medium scelto, da parte di Pakosz è un elemento che cade subito alla mente dello spettatore: innanzitutto nella proprietà di linguaggio adottata. Il tratto pittorico è delicato e minuzioso, e la modalità espressiva del disegno è resa ancora meritevole grazie alla sicurezza visibilmente acquisita, da parte dell’artista e resa immediata dalle sfumature adottate e dal senso di profondità che le stesse emanano. Pakoszsi giostra fra chiari ed evidenti riferimenti al trompe oeil  magrittiano fino ad un suo effettivo sviluppo contemporaneo, dove la figurazione si discosta dalla attuale e sempre più frequente tendenza verso una sua deformazione morfologica. Nelle opere presenti, l’essere umano è reale e non distoglie lo sguardo dallo spettatore anche nei suoi aspetti più oscuri. Sembrerebbe dunque che l’artista abbia totale coscienza dell’originario istinto dello stesso, della sua fragilità ma allo stesso tempo della sua  profonda umanità.

Alicja Pakosz, Fight, Flight, Freeze, Friend. Installation view at ADA, Rome. Courtesy of ADA, Rome. Photo by Roberto Apa

Alicja Pakosz
Fight, Flight, Freeze, Friend
Ada Project
Via dei Genovesi 35, Roma
dal 7 Novembre 2024 all’11 Gennaio 2025

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