Danny Avidan: The Tragedy of Acis and Galatea
Tra mito, tragedia e pittura

Il 14 settembre 2022 ha inaugurato il solo show di Danny Avidan, The Tragedy of Acis and Galatea, che chiuderà le porte al pubblico il 29 ottobre.

L’evento è l’esito di un sodalizio tra Andrea Festa Fine Art e Tube Culture Hall. L’autore del testo critico, Domenico de Chirico, ha tenuto un talk su mito, tragedia e pittura, con Luca Zuccala, giornalista, e Camilla Previ, che gestisce la Tube Culture Hall insieme alla fondatrice, Federica Ferrari.

Conosciamo più da vicino i protagonisti:

Camilla Salvi: The Tragedy of Acis and Galatea sta giungendo ormai al termine: cosa ha significato per te collaborare con Tube Culture Hall e come hai conosciuto Danny Avidan?

Andrea Festa: Ho conosciuto Danny Avidan tramite Domenico de Chirico, curatore e amico. La mia galleria ha un focus sulla pittura e di Dannymi è piaciuto subito questo suo tratto feroce e drammatico ma dai toni romantici. Tutto ciò di cui parla nelle sue opere nasce da un contrasto insanabile, dalla ricerca dell’infinito da parte di una persona umana, di per sé finita. Attraverso l’arte, l’eros, il tragico, Avidan cerca di sconfiggere questo limite umano, è come se cercasse di sconfiggere la morte stessa. In mostra c’è il richiamo alla mitologia greca. Il tratto dell’artista, così nervoso, tra l’astratto e il figurativo, ricorda quasi un action painting misurato. Tutto il suo corpo – ogni muscolo – si mette in gioco in queste enormi tele, mentre nelle tele più piccole, dove è il polso che ha guidato ogni movimento, appare invece evidente un segno più delicato. Ho deciso di collaborare con Tube Culture Hall proprio perché le opere di Avidan sono caratterialmente forti e di grandi dimensioni, e ho constatato che forse la mia home gallery, ambiente intimo, domestico e contenuto, non avrebbe dato il giusto sostegno alle opere. Così ho pensato di creare un link con un luogo più ampio, che si prestasse meglio a queste opere, ho pensato subito a Milano perché è una città che guardo con curiosità per via della forte energia culturale e del suo spirito innovatore. A metà aprile 2022 ero a Milano per MIART e ho iniziato a visitare molti spazi con questo obiettivo, tra i quali, appunto, Tube Culture Hall, che già conoscevo perché ha un programma che si sposa perfettamente con il mio: siamo molto affini nella ricerca di artisti emergenti internazionali e si è creata fin da subito una bella complicità. Per me è stato un segno e da subito abbiamo deciso di iniziare a lavorare su The Tragedy of Acis and Galatea.

C.S.: Questo progetto è la conferma che Andrea Festa Fine Art è una galleria in continuo movimento: progetti in corso e futuri?

A. F.: Il 25 ottobre apriamo ABABAB che avrà come protagonisti gli americani Ryan Cosbert e Luke O’Halloran insieme a Beatrice Scaccia, italiana ma di base a NY e a novembre avrò il piacere di ospitare i lavori di Corydon Cowansage e Matt Phillips in galleria. Si è appena conclusa Bienvenue Art Fair a Parigi dove ho partecipato con Jade van der Mark e Dylan Hurwitz. Sono molto felice di aver appena iniziato una collaborazione con l’artista francese Yann Leto, ora di base nella Capitale, che avremo il piacere di portare ad ART021, Shanghai, e a Roma ad Arte in Nuvola, inoltre con Yann abbiamo appena creato il suo primo NFT. Durante la programmazione in home gallery ne portiamo avanti anche una online su Artsy: l’ultimo show “The appearance formula”, curato da Benedetta Monti, ha visto la promozione di Antonio Barbieri, Anna Bochkova, Matheus Chiaratti, Maria Positano de Vincentiis, Carolina Pozzi, Davide Quartucci, Heidi Ukkonen e Theresa Weber.

C.S.: Domenico, Danny Avidan attua una metamorfosi materica che trova concretezza in un tratto pittorico denso e graffiato, così in poche parole sintetizzi lo stile dell’artista. Come la dimensione della distruzione si inserisce nel suo fare?

Domenico de Chirico: Quella di Danny Avidan è una pittura lirica, chiaramente ispirata dalla trasfigurazione mitica di momenti cruciali, unici e irripetibili, sentiti come traversie spirituali soggettive e indipendenti, in perfetto equilibrio tra uno stile vagamente figurativo ed uno lievemente astratto. Dalle fattezze sia sulfuree sia sanguigne, è una pittura impregnata di storia, vita e morte, elegie, miti e leggende. Nasce da dentro e si presenta come viscerale. Pertanto, più che di distruzione, parlerei di trasfigurazione materica che si presenta al contempo, appunto, come densa e graffiata.

C.S.: Da tempo immemore l’altalena dell’arte oscilla tra l’annuncio nevrotico della morte della pittura e il suo eterno ritorno in una costante perenne. Che momento è questo per la cartella clinica della pittura?

D. d. C.: Non è forse l’ordine naturale delle cose? Nonostante l’inconfutabile interconnessione, come osservava Epicuro, «quando ci siamo noi, la morte non c’è, e quando c’è la morte, noi non ci siamo» (Lettera a Meneceo, 125). Tuttavia, al di là della questione fondamentale dell’esperibile, noi tutti la consideriamo, da tempo immemore, come la «possibilità dell’impossibilità dell’esserci» (Martin Heidegger). Personalmente, mai smetterò di sperare nel suo eterno ritorno.

C. S.: L’arte si sta proiettando in modo naturale verso un mondo sempre più virtuale e digitale, come vedi questo cambiamento?

D. d. C.: La nostra società, di stampo debordiano, fortemente lussata, sempre più bisognosa e acutamente labile, si basa sull’importanza dell’immagine volta a creare una mistificazione della realtà e a giustificare rapporti sociali eterogenei, auspicabilmente col fine ultimo di aprire la mente verso nuove e inopinate prospettive all’interno della realtà stessa. Detto ciò, credo che la connivenza tra “vecchio” e “nuovo” sia di fondamentale importanza perché è bene non cancellare o dimenticarsi di ciò che è stato, privilegiando, oltretutto, ciò che non sappiamo come sarà poiché, probabilmente, è proprio questo che ci ha condotti allo stato vigente delle cose. Più che di naturalezza, parlerei di inevitabilità.

C.S.: Danny, le tue opere in mostra in The Tragedy of Acis and Galatea sono ispirate all’omonimo mito. Perché questa scelta e perché è importante che il pubblico ne faccia esperienza attraverso la tua arte?

D. A.: Anzitutto parliamo di ispirazione. Non sono sicuro che sia la parola giusta. La pittura è una pratica continua, quotidiana, non distinta dalla vita. Ci sono sempre idee e problemi che mi occupano e lo studio è un luogo dove dare forma ai miei traumi, alle mie mancanze, ai miei amori e alle mie passioni. Lavoro continuamente. Poi a un certo punto osservo un corpus di lavori e cerco di capire quali sono i temi comuni, il filo conduttore. E poi cerco di dare una forma a questo tema comune, di concettualizzarlo a me stesso – ed una narrazione, mitica o meno, è uno strumento utile e potente per farlo. Il mito risuona. Risuona perché il mito è un deposito cristallizzato del vasto mare del subconscio collettivo umano. Comprende, in forma narrativa, tutte le nostre più profonde questioni esistenziali – sulla vita, la morte, la creazione, il sesso, il potere e il significato. Nel mio fare arte prendo il mito stesso, questa storia, e la uso come una pala per scavare più a fondo, per vedere quanto vanno in profondità alcuni di questi simboli e quali altri significati nascondono. Non è così lontano dalla terapia, in cui dare parole e forma al ‘non detto’ ti aiuta ad avvicinarti a una verità. Il mito è un modo per dare forma ai miei problemi personali che ritengo universali e questa forma mi permette di approfondirli, guidato dalla saggezza percettiva raccolta di generazione in generazione. C’è un detto che dice ‘la rima è il più grande poeta’. Similmente, seguire questi percorsi spesso aiuta a raggiungere luoghi in cui non saresti mai arrivato. In questa mostra, dopo alcuni mesi di lavoro nel mio studio di campagna e alcuni viaggi a guardare le pitture tombali etrusche in giro per l’Italia, ho pensato al mito di Aci e Galatea. Racconta la storia di Polifemo il Ciclope (lo stesso dell’Odissea) innamorato di Galatea (il cui nome significa bianco latte). Lei però è innamorata di Aci. Nella sua gelosia Polifemo uccide Aci – schiacciandolo sotto un’enorme roccia. Il suo sangue versato scorre, Galatea piange su di lui. Così le sue lacrime bianche si mescolano al suo sangue rosso e trasformandolo in un fiume che sfocia nel mare. Ci sono molti motivi per cui amo questo mito, lo trovo utile e interessante. Penso che la cosa più profonda, semplice e ovvia, che stiamo cercando di fare nell’arte e nella vita, sia scappare dalla finalità. Siamo creature finite, maledette e benedette dalla conoscenza della nostra finalità e dalla capacità di immaginare l’infinito. Tutto ciò che facciamo è volto al tentativo di rompere questo confine, questa limitazione. Penso che l’arte, come il sesso e la maggior parte delle altre cose che facciamo, sia una sublimazione di questo bisogno. Cerchiamo di far esplodere i confini del sé – nell’infinito, nell’altro. Questo mito lo mostra magnificamente. C’è Galatea che sta cercando di sconfiggere la morte, di salvare il suo amante. Trasforma il suo corpo in liquido, in pittura, e nel suo lamento mescola se stessa, il suo bianco con il rosso di Aci, il sangue. Ovviamente lei non può sconfiggere la morte, lui non torna in vita. Ma lui cambia. Da macchia diventa flusso. Attraverso una metamorfosi diventa movimento. Non vita, ma vicino ad essa. Questo si presta come ottimo modello per l’arte. Avere questo tema, la lotta contro la morte – lo stesso tema che vediamo alla nascita dell’arte sulle pareti delle grotte 20000 anni fa, o in altri miti che ci raccontano della nascita dell’arte dove l’amante disegna l’ombra del suo amato sul muro della caverna prima che vada in guerra – avere questo tema così vividamente mescolato con qualcosa che ricorda la pittura, è un tema perfetto per un pittore. E non solo, hai anche Polifemo – la bestia, il mostro con l’occhio che tutto vede – anche lui un ottimo modello per un artista. Questa miscela di violenza e bestialità con l’osservazione, il rapporto che ha con il mondo è definito dal vedere e questo ha frustrato tutte le sue passioni. Sappiamo anche che verrà penetrato proprio in quell’occhio, quindi questa creatura molto maschile diventa femminile, e Galatea insemina con il suo liquido bianco il liquido rosso del suo amante – abbiamo qui un intero ciclo di passione, trasformazione e creazione di genere. Ecco perché lo trovo interessante. E mi dà sia un modo per pensare all’arte, sia alcune immagini e colori con cui lavorare.

C.S.: Cosa pensi del panorama artistico contemporaneo e come ti collochi rispetto a questo?

D. A.: Ho lasciato il paese in cui sono cresciuto ormai dieci anni fa. Il che significa che non faccio più parte del quadro artistico di riferimento in cui sono cresciuto e in cui ho i miei maestri e colleghi. Vivo in campagna con la mia compagna e tanti animali, in isolamento e lontano da qualsiasi scena artistica o grande città. Quindi non sono la persona giusta a cui chiedere informazioni sulla scena dell’arte contemporanea. Ho una visione distorta di questo. Una scena per come la intendo io deve avere una geografia, valori e obiettivi, e una comunità che lavora per qualcosa. È un cliché che non esista più una scena unificata. A causa di processi di decentramento e comunicazione molto importanti e giusti ma difficili e problematici, viviamo in un tale mare di abbondanza e diversità (che per fortuna sta diventando sempre più diversificata), in cui tutti tracciamo distinti lignaggi individuali e comunità immaginate e orizzonti futuri. Costruiamo una rete di persone con cui vogliamo relazionarci. Forse stare fuori rafforza solo ciò che esiste per tutti – potrebbe essere che per me è più facile perché tutto ciò che devo fare è guardare online e scegliere a chi voglio rubare e connettermi. Ma ovviamente ha un prezzo, non ho davvero una scena e non sono davvero connesso, osservo e basta. Quindi, più specificamente, solo per fare alcuni nomi: ultimamente ho guardato molto Ambera Wellman e Siro Cugusi, che penso siano fantastici. Pittori che scoprono i propri dipinti mentre li dipingono, esplorano se stessi attraverso la pittura e hanno una relazione corporea con l’artigianato.

C. S.: Quali sono i tuoi progetti futuri?

D. A.: È sempre una domanda difficile per un pittore. Andrò in studio e dipingerò, e lo scoprirò. È una scoperta anche per me. Voglio dipingere più grande, voglio dipingere meglio, voglio dipingere più morbido e più forte, più semplice e più complesso. Quindi proverò a farlo. Ma tornando a ciò che ho detto sul modo in cui vedo il processo – stavo guardando il tanto materiale lasciato in studio da quest’anno di lavoro – cose che mi sentivo davvero di fare ma non si adattavano alle linee che ho iniziato a seguire per questa mostra – e lì ho iniziato a riconoscere alcuni temi. È un po’ come la scienza forense per il tuo subconscio. Ho visto i materiali per la prossima mostra. Se questa mostra riguarda la pittura come il tentativo di rompere i confini del sé nella sua relazione con la sessualità – piena di fluidi corporei, carne, potere e coppie – la prossima mostra sarà più trascendente. La fuga in un assoluto, non attraverso la carne ma attraverso il sublime, il disastro, il paesaggio, il diluvio. Se questa mostra è greca, la prossima sarà più medievale: rivolte contadine e xilografia. Ma questo è solo l’inizio del processo. Vedremo dove andrà. (In mostra è presente un’anteprima – un piccolo pezzo su legno con una copia dell’acquerello di Dürer, che è il primo passo del processo).

Danny Avidan: The Tragedy of Acis and Galatea

Testo di Domenico De Chirico

Dal 14 settembre al 29 ottobre 2022

in collaborazione con Andrea Festa Fine Art

Tube Culture Hall

Milano, Piazza XXV Aprile 11/B

Orario: dal martedì al sabato dalle 15:00 alle 19:00, sabato solo su appuntamento

Tel: +39 3297924986

email: info@tubeculture.it

sito: https://www.tubeculture.it

Maila Buglioni

Storico dell’arte e curatore. Dopo la Laurea Specialistica in Storia dell’arte Contemporanea presso Università La Sapienza di Roma frequenta lo stage di Operatrice Didattica presso il Servizio Educativo del MAXXI. Ha collaborato con Barbara Martusciello all’interno dei Book Corner Arti promossi da Art A Part of Cult(ure); a MEMORIE URBANE Street Art Festival a Gaeta e Terracina nel 2013 e con il progetto Galleria Cinica, Palazzo Lucarini Contemporary di Trevi (PG). Ha fatto parte del collettivo curatoriale ARTNOISE e del relativo web-magazine. Ha collaborato con varie riviste specializzate del settore artistico. È ideatrice e curatrice del progetto espositivo APPIA ANTICA ART PROJECT. È Capo Redattore di Segnonline, coordinando l'attività dei collaboratori per la stesura e l’organizzazione degli articoli, oltre che referente per la selezione delle news, delle inaugurazioni e degli eventi d’arte. Mail maila@segnonline.it; maila@rivistasegno.eu