La conversazione con Chiara Parisi affronta il ruolo della mostra come spazio del pensiero, attraverso l’esperienza del Centre Pompidou-Metz e la relazione tra collezione, architettura, tempo espositivo e libertà dello sguardo.
Margherita Artoni: La mostra è una forma di scrittura attraverso opere, spazi e tempi diversi. Quando un’esposizione riesce a diventare un’esperienza capace di modificare lo sguardo del visitatore?
E come si costruisce l’equilibrio tra la necessità di comunicare con pubblici sempre più ampi e il compito di preservare complessità e profondità?
Chiara Parisi: Il museo ha una funzione insostituibile perché parla agli occhi. Gli occhi sono straordinari: sono gli organi della seduzione, dell’amore, della curiosità. In fondo il museo è un luogo d’amore.
Più che modificare lo sguardo, penso che il museo ci renda meno autocensurati. Meno intimiditi. Meno complessati. Gli artisti sono i migliori coach che si possano incontrare. Frequentandoli, da vivi come dopo la loro morte, impariamo non soltanto a guardare le opere, ma anche a guardare noi stessi. Ci insegnano che si può cambiare continuamente punto di vista, che si può essere eleganti, radicali, leggeri, profondi… Ti suggeriscono libri da leggere, musiche da ascoltare, modi di abitare… Con loro tutti i tempi diventano possibili. Si piange, si ride… Ed è forse questa la più grande funzione del museo: offrirci, attraverso l’arte, una libertà più grande di quella con cui siamo entrati.
I musei sono anche luoghi di miracoli. Credo profondamente nella forza di un’équipe che lavora insieme con una stessa visione. Quando persone diverse condividono un obiettivo comune, accadono cose straordinarie.
E non credo che il museo semplifichi per raggiungere un pubblico più vasto. La semplicità non è il contrario della complessità. Lo dimostra il fatto che oggi i musei conoscono una frequentazione senza precedenti: l’arte ha talmente ‘vinto’ che il problema, ormai, è quasi quello opposto, quello della sovraffollazione. Si può essere profondamente accessibili senza rinunciare alla complessità.
In Dimanche sans fin, realizzata per i quindici anni del Centre Pompidou-Metz, la collezione del Centre Pompidou è stata riorganizzata attraverso lo sguardo di Maurizio Cattelan. Cosa cambia quando a costruire un percorso attraverso una collezione è la sensibilità di un artista invece di quella di uno storico dell’arte o di un curatore?
Non ci interessava sostituire uno storico dell’arte, un curatore con un artista. Ci interessava sostituire un ordine conosciuto con una possibilità inattesa. Una collezione non è un archivio immobile; e ancor meno quella del Centre Pompidou, la più importante al mondo per il XX secolo. Quando un artista la attraversa, non aggiunge semplicemente un punto di vista: rimette in circolazione le opere. Le libera per far emergere relazioni che forse erano sempre esistite.
Cattelan non ha costruito una mostra come artista contrapposto al curatore. Ha costruito un dispositivo poetico. Ha liberato la collezione per permettere alle opere di incontrarsi secondo altre affinità: emotive, politiche, esistenziali… e si tratta delle affinità di uno dei grandi artisti di tutti i tempi.
Lavorando insieme per oltre due anni, Cattelan è molto lento, ha potuto anche presentare sé stesso, una persona di straordinaria sensibilità. Credo che questa dimensione profondamente intima attraversi tutta la mostra. Dimanche sans fin non parla della domenica come giorno della settimana, ma di quel tempo in cui ciascuno costruisce la propria memoria affettiva: è una mostra sui ricordi, sull’infanzia, sull’assenza delle madri e, sulla voglia di ritrovarle.
Il rapporto tra contenitore e contenuto è centrale nell’esperienza espositiva, così come ciò che una mostra sceglie di lasciare in sospeso. In che modo l’architettura, il luogo e gli spazi di silenzio tra le opere modificano la percezione e il significato di ciò che viene esposto?
Più che l’architettura in sé, credo sia un programma, una visione costruita nel tempo, un anno, dieci anni, una generazione… a dare significato a un museo. Le mostre non esistono isolate: dialogano tra loro, si rispondono, costruiscono una storia comune.
Più ancora dell’architettura, sono le persone a creare significato. Un museo è prima di tutto una comunità di intelligenze, di savoir faire e di urgenze.
I luoghi, però, bisogna amarli. Bisogna dare fiducia alla pelle delle mostre. Al Centre Pompidou-Metz viviamo ogni giorno l’architettura di Shigeru Ban. È bello abitarlo, così come è bello parlare con Shigeru Ban.
Le grandi mostre nascono spesso da intuizioni capaci di mettere in discussione letture consolidate. Fino a che punto un curatore può proporre un percorso che il pubblico non è ancora pronto a riconoscere?
È proprio nella distanza iniziale tra opera e spettatore che il museo può generare un cambiamento dello sguardo?
Se aspettassimo soltanto ciò che il pubblico riconosce, produrremmo mostre rassicuranti e prive di rischio. L’incomprensione non è necessariamente un fallimento. Può essere l’inizio della curiosità.
Mi preoccupa molto di più un altro fenomeno: l’autocensura. La censura è sempre esistita, ma oggi il rischio maggiore è che le istituzioni rinuncino spontaneamente a certe domande, immaginando in anticipo le possibili reazioni. Quando il museo comincia a selezionare ciò che può essere mostrato in funzione del consenso, perde lentamente la propria funzione critica.
Il museo non deve cercare lo scandalo. Ma non deve nemmeno cercare il consenso. Deve meritare la fiducia del pubblico. Sono due cose profondamente diverse.
Questa centralità del Centre Pompidou-Metz, emersa in una fase in cui la sede parigina del Centre Pompidou resta chiusa fino al 2030, rappresenta un’opportunità ma anche una responsabilità per un’istituzione nata come sede decentrata del Centre Pompidou?
Non credo che il Centre Pompidou-Metz sia diventato più necessario perché il Centre Pompidou, Parigi, è temporaneamente chiuso. Penso piuttosto che questa situazione renda evidente ciò che il Centre Pompidou-Metz rappresenta fin dalla sua nascita. Non è mai stato concepito come un annesso o una sede decentrata, ma come un luogo di sperimentazione.
È il luogo in cui la collezione può essere continuamente riletta con una libertà che sarebbe impossibile altrove, dove nuove forme di mostra possono essere sperimentate e dove il museo può interrogare continuamente sé stesso.
Oggi questa responsabilità è certamente più visibile, ma è la stessa che abbiamo sempre avuto: mantenere viva la collezione.
Guardando ai prossimi vent’anni, quale equilibrio spera si sia stabilito tra le due sedi, e quale libertà — quella di costruire mostre come percorsi di pensiero più che come semplici inventari — vorrebbe che il museo del futuro conservasse?
Tra vent’anni il Centre Pompidou continuerà a essere una costellazione di luoghi diversi, uniti da una stessa visione. Le collezioni appartengono al patrimonio pubblico, ma il loro significato cambia continuamente. Ogni generazione ha il diritto di rileggerle, di interrogarle e di farle parlare al proprio tempo.
Vorrei che il museo non fosse più considerato per ciò che conserva, ma per ciò che rende possibile: nuove letture, nuove relazioni, nuove forme di immaginazione. Fra vent’anni mi piacerebbe che i musei fossero riconosciuti come beni dell’umanità: extraterritoriali e inalienabili. Luoghi che appartengono a tutti e a nessuno, capaci di custodire non solo il passato, ma anche la libertà per tutti di creare e di esprimersi.
