Artissima

Chiara Druda

Chiara Druda intervistata da Lorenzo Kamerlengo per The Hermit Purple, Luoghi remoti e arte contemporanea su Segnonline.

Parlami di un tuo maestro, o di una persona che è stata importante per la
tua crescita.

Chi è il maestro? Se il maestro è colui che possiede interamente un sapere e può essere assunto a modello, posso solo chiedere: a quale uomo è dato non avere mancanze? Ma ammorbidendo un po’ le guance e ridimensionando il termine allora sì, provo a rispondere: mio padre, che mi ha orientata indicando dove sono il mare, il cielo, la terra e il cuore; Eraclito che mi ha insegnato che non bisogna badare a chi parla ma a quel che viene detto; Socrate, che sapeva solo di non sapere; Siddharta che abbandonò la casa del padre per cercare un maestro e poi eleggere maestra la vita. A pensarci bene, maestri sono tutti, chiunque abbia osservato, siano stati umani virtuosi o no, umani ma anche no, comunque esempi di quel che si può essere. Tra quelli che ho incontrato fugacemente ma sono stati inneschi, Elvira a Stromboli e Franco Summa.
Poco più che bambina mi chiesi: i maestri come e da chi imparano? La mia risposta fu che imparano dalla Natura, intesa come complesso di fenomeni e forze, facendone esperienza. Per questo ho scelto di ricevere insegnamento di preferenza e direttamente da lei. La natura mi ha ispirato fiducia perché non ammaestra, non ha idee, concetti, precetti, passioni e volizioni, la natura si mostra e induce. Non è giusta né sbagliata, non è buona né cattiva, ti lascia libero di essere attento e disattendere, ti mostra insieme i contrari, mai solo una parte, cambia sempre, resta coerente. Socrate, l’ignorante, diceva “conosci te stesso”, l’ ho inteso: divieni maestro di te stesso, impegnati ad essere onesto, riconosci la mancanza, domanda, dubita, non avere certezze. L’Arte è maestra, per me è un modo di fare conoscenza, educazione per esperienza, un rimanere in perpetua fascinazione, ardere e scorrere insieme, una sorta di sentimento capace di accordare mente e cuore, si può insegnare un sentimento? Si può imparare un sentimento? Provandolo, credo.

Quali sono secondo te il tuo lavoro/mostra migliore ed il tuo lavoro/
mostra peggiore? E perché?

Non è facile centrare una risposta unica ed esauriente perché peggiore e migliore sono dei comparativi e bisognerebbe mettersi d’accordo sui termini di riferimento. Ragiono mentre rispondo, passo in rassegna e distinguo due insiemi che sono agli estremi: ci sono le opere più spontanee, a volte timidi segni, che in modo autentico, sincero, hanno mantenuto nel tempo un potenziale di evocazione, appunti distratti a volte, ma capaci di ricostruire un intero discorso; ed altre, opere composte e ragionate, che nel tempo non hanno conservato vigore, costipate da un’ epurazione eccessiva, basate sulla fallacia di certi ragionamenti, scarrocci e sentieri interrotti. La verità è che non sono mai stata in grado di giudicare le mie opere o forse non ne ho sentito l’esigenza, e ci risiamo con una domanda, può una preghiera essere migliore di un’altra? Perchè così ho inteso la pratica artistica, un esercizio spirituale teso a niente, e l’ho fatto spontaneamente, come spontaneamente erompono le idee, i sogni, le intuizioni, invadendo ogni aspetto dell’esistere. L’esigenza di fare mostre non è stata esattamente una necessità benché l’arte sia stata l’unica ragione per cui sento di aver vissuto. L’opera migliore, riconoscendola tale solo relativamente alle opere mostrate, è Pane Bagnato, esposta nella collettiva Sabbiadoro al Museo Laboratorio di Città Sant’Angelo. Sabbiadoro è stata anche la mostra migliore cui ho partecipato perché, al di là della compresenza, è stata una comunanza.

Se ti ritrovassi su un’isola deserta, proseguiresti la tua ricerca artistica?
Se sì, in che modo?

Quella dell’isola deserta è una condizione che amerei sperimentare, per dimensionare l’ego, per scoprire i limiti dell’idea di potere e sapere bastare a me, per sperimentare il nudo integrale, per disconoscere la scansione temporale, la connessione internet, l’ingerenza pubblica. Soddisfare i bisogni, un riparo e il cibo, attraverso un lavoro diretto. Che bello sarebbe non dover lavorare per guadagnare dei soldi allo scopo di affittare una casa e comprare da mangiare, ma lavorare per costruire la casa e procacciarmi il cibo? Che bello sarebbe se l’arte non fosse quel modo di monetizzare per soddisfare i bisogni primari? Ci sarebbe molto da fare, molto da cercare e fare conoscenza, quindi immagino che mi affaccenderei molto per costruire e inventare, una canna appuntita per pescare ad esempio, una capanna per dormire, potrebbero essere queste le mie opere, inavvertitamente opere. Ho un dubbio sull’ aggettivare la ricerca come artistica, dargli un fine, invitarla ad entrare nel cono, perché se sull’isola non ci sono uomini, se sull’isola non c’è organizzazione di contenuti, di idee, linguaggi, sull’isola verrebbe a mancare il discrimine tra la ricerca e la ricerca artistica.

In che modo sta influendo l’isolamento di questo periodo su di te?

Questo periodo di isolamento sta durando giusto il tempo di un esame di coscienza approfondito ma ancora insufficiente. Ho la sensazione di guardare il mondo, oltre che dalla finestra, attraverso un batiscopio, una visione sul sommerso. È impegnativo assumermi la possibilità di ossevare come fossi nel passato e insieme da un futuro che concede la giusta distanza, benché quel che accade sia il tempo presente. Mi stupisco che io non stia facendo troppa resistenza alla reclusione, sarà che l’idea che tutto sia fermo con me mi pacifica, riesco perfino a dormire fino a tardi, non era mai successo. Nel silenzio mi sembra di percepire meglio quello che nel mio fondo bisbiglia o addirittura tace, mi auguro in futuro di rimanere in ascolto. Soffro una sola mancanza, di non poter partecipare alla primavera.