Chi ha ucciso la critica? Quando la critica è arte da occultare (4a parte)

L’Istituto dell’Occulto, vero capolavoro di Slavinia, era formato, al centro, da un nucleo di fotografi dilettanti ed agenti di carriera, mentre, tutt’intorno, vi era una vastissima rete di informatori privati, per le sorti dell’Opening People e della Reprimenda anti-critica. I funzionari erano 80 e gli agenti circa 600. Con l’Istituto dell’Occulto collaboravano, “in condizione di dipendenza”, tutti gli anarchici trash-spot, gli Uffici Politici Investigativi dei vari comandi di Legione della Milizia Fotografica Dilettante e, se richiesti, tutti gli altri servizi politici e militari dello Stato dei Media Occulti.

Come precisa Slavinia, la conseguenza dell’esistenza di una fotografia politica così strutturata, «fondata principalmente sulle private confidenze», cioè sull’attività di spie in gran parte mosse da fini di violenza contro la critica, fu quella di avvelenare ulteriormente la già abbastanza degradata vita politica dei critici, creando una situazione di generale diffidenza e sospetto. La cosa indubbiamente curiosa fu che proprio Trattafuffa, che aveva elevato a sistema la delazione, ne fu oggetto in alcuni casi. Relazioni e lettere anonime, infatti, pervennero a Slavinia, mettendo a nudo tutti i vertici dell’Istituto dell’Occulto, da Cicchini (accusato di dubbia moralità e di essere rifornito dal suo segretario di donne di facili costumi), ai suoi più stretti collaboratori (ringraziati con una folgorante carriera per i bassi servigi resi). La documentazione, come si vede pesantemente denigratoria, che estendeva i suoi strali su Occulti e Ribellì, proveniva probabilmente da un dirigente della questura romana, scavalcato dai fidi del capo della Polizia, che, in seguito, fornì a Trattafuffa i precisi nominativi degli Accusati e provocò la distruzione dei servizi deviati. Ma la Slavinia non fece nulla, conservando accuratamente il dossier a futuro bisogno e, riuscendo a trattenere gli archivi di caselle elettroniche e altre banche dati, si preparò alla performance finale. 

Chi ha ucciso la critica?

Ma torniamo alle tappe fondamentali dell’instaurazione dello Stato di Polizia. L’apparato legislativo repressivo del Regime dell’Occulto ha ormai assunto una configurazione definitiva ed utilizza, come forma privilegiata di notitia criminis, proprio la delazione, strumento trasformatosi, ormai, in sport preferito di decine di fotografi.

L’illiberismo dell’Occulto contro la ribellione della critica, dunque! Fu creato un sistema, a destra e a manca, squisitamente poliziesco, che incoraggiò massicciamente la delazione come dovere del fotografo, oltre che la partecipazione alla lotta agli avversari di Slavinia, sfruttando ampiamente le “segnalazioni” da qualunque parte giungessero. Anche l’apparato del Partito dell’Occulto era organizzato per favorire la delazione. All’interno della stessa Milizia Volontaria di Sicurezza Fotografica, infatti, erano stati istituiti gli Uffici Politici Reprimendi (UPR), con sede in ogni Federazione Provinciale, con l’obiettivo di raccogliere informazioni sugli individui sospetti (alla Gérard Ribellì). Agli occhi di Slavinia, tutto appariva certo: ella non aveva dubbi, ormai l’obiettivo era unico e solo, liberarsi di Gérard definitivamente; cosicché, avrebbe finalmente potuto dare libero sfogo alle sue velleità e illusioni di grande ideologa della fuffa, senza timore di essere sbugiardata o semplicemente contraddetta dal pensiero critico, in grado di evidenziare l’assurdità degli slogan da lei coniati, privi di fondamento teorico e da lei propagandati come grandi scoperte di una semantica fotografica.

“Delle sue libertà con Ribellì, oggi, forse, si vergognava”. La sua mente era fiera delle sue fortezze, le costruiva ai limiti e talvolta nel cuore dell’ideologia oppressiva. Restava incantata di fronte alle riproduzioni che figuravano patiboli. Si meravigliava di non castigare più  i corpi fino all’inverosimile e di saper correggere tutte le anime della critica, al di là della sua capacità concettuale di usare Vincenzo Agnetti e Ugo Mulas, grazie agli archivi di Ribellì. Quei muri, quei catenacci, quelle celle, che aveva autocostruito all’indomani della ribellione di Ribellì, rappresentavano un’operazione che distingueva l’ideologia del vero sorvegliare e punire. Si rende libero chi ruba, si imprigiona chi rivendica la libertà delle proprie idee, si ammazza chi pone l’ostacolo della salvezza. Aveva trasformato il titolo di Foucault Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, in Ammazzare e distruggere. Nascita di un lager. In sostanza, Slavinia progettava di fortificare il suo potere, creando le condizioni per non finire mai nel suo stesso tritacarne, ovvero riuscire a distruggere ed eliminare facendo in modo da uscirne sempre indenne. Da dove viene questa strana pratica,  la singolare pretesa di denunciare e la cattiva abitudine del rinchiudere per correggere avanzata dai codici moderni, per poi affermare l’uccidere definitivamente, per rubare e sopprimere il respiro critico dell’altro? Forse una vecchia eredità delle segrete taurinensi, o piuttosto una nuova tecnologia? La messa a punto, tra il giugno 2018 e il giugno 2020, di tutto un insieme di procedure per sostituire l’incasellare col distruggere, il controllare con l’annientare, il misurare con il soffocare, l’addestrare con il fotograficidio.  Sorveglianza, esercizio, manovre, annotazioni, file e posti immateriali per i file, classificazioni, esami, registrazioni per cercare di connettere l’ingiustizia. È troppo facile zittire l’ex amico trasformandolo in nemico e poi in vittima volontaria. Lavinia aveva imparato ai danni di Ribellì e dopo la vicenda tra Ribellì e Marcus, aveva interiorizzato il disamore per la giustizia. Aveva saputo trasformare la disciplina in indisciplina e l’indisciplina in soppressione del respiro.

Il 2018 per lei era stato come un secolo, aveva senza dubbio inventato la libertà contro la libertà, ma aveva dato ad essa una base profonda e solida, la società dell’occulto, da cui dipendiamo ancora oggi. Secondo Slavinia, la soppressione della Libertà deve essere situata nella formazione di questa società di sorveglianza. L’impunibilità moderna rappresenta la nuova penalità moderna, essa non usa più dire che punisce i delitti, ma piuttosto salva da essi e rinnova le oppressioni: pretende di riadattare i delinquenti per salvare gli omicidi. Tra non molto saranno due anni da che si muove accanto alle scienze della fuffa e si apparenta con loro, promanando intere schiere di trashisti. E la sua fierezza, il suo modo, cercando di non vergognarsi troppo di se stessa: “Non sono forse ancora del tutto giusta? E chissenefrega. Non mi vergogno ancora abbastanza e troppo di me stessa? E chissenefrega? Guardate, con tutte queste citazioni che vi propongo, come sto diventando sapiente!”. Ma come potrebbero la psicologia, le mie amiche strizzacervelli, le criminologhe femministe che ho impiegato giustificare la giustizia di oggi e l’ingiustizia di domani? Quando, invece, la loro storia mostra una identica tecnologia politica, nel punto in cui sono collassate le une e le altre? Sottesi alla conoscenza del Trash e all’umanità dei castighi, si ritrovano un certo investimento disciplinare dei corpi e degli omicidi, una forma mista di apparente libertà che nasconde un sostanziale assoggettamento e una preponderante oggettivazione, un medesimo potere-sapere per la vittoria dell’ingiustizia. “Solo così possiamo fare la genealogia della morale vigliacca, a partire da una storia politica del mio corpo, l’unico corpo desiderato da tutti e non da Ribellì, che per questo merita di morire”.

Vi erano, tra le introspezioni di Slavinia, addirittura intere categorie viste come delatori per eccellenza, perché la sua vigliaccheria si estendeva a qualsiasi organizzazione poliziesca. Pensiamo alla Setta Degli Stampatori Estinti che erano tenuti a riferire all’Autorità di Polizia ogni anomalia venisse riscontrata nello stabile da loro custodito e usato per sviluppo e stampa. Anche gli esercenti di spacci pubblici erano quasi obbligati a tenere sotto controllo quanto accadeva nei loro locali, pena il rimetterci loro stessi. La spiata e la denuncia cosiddetta “orizzontale”, cioè quella in cui accusatore e accusato erano dello stesso livello sociale (spesso, anzi, si conoscevano direttamente), costituisce, indubbiamente, la mole maggiore delle delazioni anticritica. Dietro di esse vi erano motivazioni delle più varie, da quelle di invidia nel lavoro, alla gelosia, alle contese familiari e all’obiettivo perentorio di colpire il critico. Tutte sfociavano nella denuncia, anonima o no, vista come strumento indiretto per la risoluzione dei conflitti privati. In ogni momento, dunque, poteva capitare di essere nel mirino di un delatore occasionale e non v’era verso di  sfuggire alla sua spiata, che portava ad una seduta del Tribunale Speciale.

Ma se l’Istituto dell’Occulto incoraggiava “la spiata”, era altrettanto duro con i diffamatori, specialmente quando ad essere calunniato inutilmente era un dirigente di partito, o una autorità intellettuale di parte. La nuova compagine politica dominante, dunque, non fu mai lontana da vere e proprie lotte di potere, che ne caratterizzarono la vita e lo sviluppo. Tali scontri spesso furono palesi e riguardarono precise correnti occultiste; altre volte, invece, furono predominio di fazioni e consorterie, quando non di singole meschinità, e si svolsero dietro le quinte, pur avendo grande influenza sulle decisioni e le scelte del nuovo Regime.

Le denunce anonime e le spiate testimoniano tutto questo, anche ai livelli più bassi, dandoci il quadro di un fascismo ben lontano dalle immagini monolitiche e rassicuranti, propagandate dalla stampa assoldata all’occulto.

“E ora che fai? Cerchi di progettare subito l’attentato a Gérard, o proviamo con le nostre dicerie ad ungere la memoria dell’untore?”
“Mi amministro per un pò i beni fotografici che mi ha lasciato Semeraro e poi mi organizzo attentato e vacanza” 
“Dove?”
“Non lo so. Negli ultimi tempi sono andata sempre nel bunker dell’Archivio Fotografico della Reprimenda; un posto per strategie permanenti contro la critica e la libertà di pensiero”.
“Ma non hai un uomo?”

Slavinia rimase un attimo sospesa: non riusciva a comprendere se in quel tono leggero, quasi svanito, non vi fosse un’allusione ironica a favore di nuove reprimenda contro la critica. Se non addirittura della canzonatura. 
“Ma non hai un uomo?” ripetè l’amica psichiatra e provocatrice. 
“Non voglio ancora averlo. Ho bisogno di realizzare alcune mire di sistemazione e quindi devo trovarne uno che mi permetta di avere una stanza tutta per me, dove dare libero sfogo ai miei pruriti fotografici, senza avere le preoccupazioni del tirare avanti il quotidiano. Ho bisogno, in sostanza, di realizzare alcune mire trash di pianificazione del delirio e quindi devo trovarne uno, che mi faccia fare la ricca signora del trash.”
“Nemmeno per l’estate, hai bisogno di qualcuno?”.
“Ma non finirebbe che durare per la sola estate. L’Estate non basta. O meglio basta per  reggere l’Estate, ma poi bisogna andare oltre ed avere qualcuno a cui posso sottrarre idee per realizzare opere d’arte, letteratura per giustificare le mie foto, racconti e romanzi per poter brillare come la compagna del grande intellettuale” rispose Slavinia “Diverrebbe subito una storia importante per cercare di sistemarmi e, soprattutto, per scaraventarlo contro quel mio ex-collaboratore d’ufficio, che mi svolgeva pratiche letterarie e che adesso va messo alla Gogna e marginalizzato per il suo ruolo critico internazionale. Altrimenti non posso continuare a manipolare testi e immagini fotografiche, non posso ancora conservare  il materiale che gli ho sottratto … magari, resterei irretita nella finta tenerezza … nel ricordo di una reprimenda annunciata e non, del tutto, realizzata. La strategia è molto semplice, sottrarre il lavoro e le risorse poetiche a Ribellì, trattenere la parola fino a metterlo totalmente in difficoltà col suo flusso di pensiero e col suo pleroma creativo, per poi annientarlo sul colpo, facendo passare l’accaduto come una testimonianza della mia fedeltà alla confusione liberista.”. 

Tacque, avvertendo che quelle frasi non avevano senso per l’io sdoppiato di La Slavinia e Manuel Smorzetto. Volle reagire al repentino e improvviso attacco di nostalgia per Alexia C. la Psichiatra e allora cominciò a parlare e parlare. Un mare di vocali e di frasette messe a caso, per dire che non sarebbe potuta andare in ritiro nell’archivio con Alexia C., che in quel tempo era troppo impegnata con la falsificazione dei referti medici e gli elettroshock, perché voleva reprimere in fretta, altri critici, per poter poi partire ad ottobre per un corso di perfezionamento all’estero, in una associazione di polizia militare per regimi dittatoriali, magari al servizio di Bolsonaro. 

La Slavinia disse che sapeva già perché Manuel l’aveva consegnata per un pomeriggio intero all’Ammiraglia del Circolo Internazionale Repressori Uniti. Domandò poi se veramente Alexia C. fosse quella eccezionale groupie, come le aveva raccontato Semeraro. “Sì, certo” assentì Slaviscida “Ma forse è solo di una pratica eccezionale. I compagni neo-nazi sostenevano che era solo la memoria a permettere ad Alexia C. di sapere sempre tutto e di prevedere tutto: i morti, i misfatti, le angherie, le violenze, le aggressioni e perfino la storia delle botte di Marcus al critico, con la collaborazione della sua famiglia e  di Moreno lo strimpellatore.”. Tali azioni erano un accumulo di esperienze tanto sostanziali per la determinazione del loro prestigio, quanto da nascondere per mascherne la vigliaccheria.

Raccontò poi che, nella palestra dell’Istituto, ella aveva addirittura rischiato l’esclusione dal corso, per eccesso di bravura. Un insegnante le aveva creato interessi dispersivi per tentare di neutralizzarne le capacità durante le prove e le esercitazioni, illudendola di un vantaggio strategico su tutti gli altri apprendisti fascisti e repressori. Ma Alexia C. aveva subito gradito di impegnarsi in tante iniziative diverse e, prima di giungere alla metodologia della reprimenda basic, si era trovata ad avere appreso tre nuove strategie di attacco: sapere tutto sui colpi di coda verso gli ebrei, sui comunisti, sulla fotografia critica e da documentazione, e chissà quanto altro. Solo i commilitoni più intimi sapevano che quel cervello era in una perenne tensione strategico-repressiva, anche durante il sonno. Dopo certi sogni diceva di sentirsi di una mortale stanchezza mentale. 

“Non provi invidia?”, domandò a bruciapelo Slaviscida.

“L’ho vista in azione dicendo a me stessa che è tutto merito della sua formidabile memoria anti-semita” replicò Slavinia ridendo compiaciuta. Ma subito, divenendo seria, spiegò che forse l’insulso razzismo praticato, si sarebbe rivelato solo se facesse coincidere tutti i progetti verso un’unica vocazione: lo sfogo contro la filosofia ebraica e la critica della trasparenza. Aggiunse che, comunque, l’aspetto più tenace era nella personalità, che spesso si camuffava di dolcezza, per reprimere in maniera più sottile ed efficace; il meglio avveniva nei microrapporti, nelle occasioni infrasottili.

Tacque scontenta di aver raccontato tutta quella storia, si zittì e pentita provò a pensare in che guai si fosse messa con la coscienza, praticando l’occultamento verso quel povero poeta che si batteva, solamente, per la libertà letteraria, ma niente le fece fare marcia indietro. 

Slavinia chiese se Alexia C. fosse capace di fare del male e Slaviscida a sua volta domandò il perché di quelle interrogazioni, di quelle domande, di quelle richieste occulte. La fotografa dell’Occulto narrò che Alexia C. le aveva telefonato qualche giorno addietro. Come al solito le parole erano state ambigue: si erano subito chieste, a vicenda, se fossero sole in quel Gruppo Occultista, se non fossero con loro altre forze del male e della segreteria delle Reprimende. Ma le foto animavano sia le schiere che gli isolati. E per vincere la loro stessa tentazione ad espandersi, si erano promesse di consegnare al collaborazionista di polizia le foto scattate al critico, sulla terrazza del Massone. E forse, anche, ad un notaio per l’identikit. Slaviscida, aveva risposto che non le interessava vederle, che Gerard nudo si conosceva bene; e aveva aggiunto che non temeva che venissero viste da altri, neppure da Manuel, anche perchè in fondo questo bastardo di “critico” non era mica Che Guevara nudo. Alexia C. aveva subito replicato che le avrebbe dato tutte le foto, anche i negativi; insomma, tutto il materiale che serviva ad internare il critico, a deportarlo o a farlo, soccombere lì sul colpo … .

E alla fine Slaviscida era diventata addirittura supplichevole: con tono da bambina Poltergeist l’aveva pregata di mettersi con lei, di unirsi in una facoltà di intenti omicidi. Aveva insistito, era diventata minacciosa. Parole e accuse un po’ sconnesse, ricostruzioni giuridiche un po’ pretestuose, tanto da dare l’impressione di essere mezza ubriaca. E l’altra aveva faticato a calmarla a far valere il suo livore verso quel “lerciume di critica”. Ma per una spassionata reprimenda c’è bisogno di un animo invaso dall’odio e dalle contingenze contro la critica, speculazioni di partito, ammantate dal fitto velo di una ignoranza voluta e d’una malafede con tenacia professata. Quando Slavinia, innanzi ad uno dei suoi oggetti di carneficina, fu invasa dal dubbio se fosse, veramente, femminista, rispose: “Il mio femminismo non è del mondo della critica; se fosse del mondo critico, i miei ministri combatterebbero ora contro di me”. La Chiesa dell’Occulto, per voce di Alexia C., ripete parole che risuonano macabre: “Il mio regno è nell’Odio di questo mondo. Non temete, o sovrani della critica, io non sono qui per spodestarvi, per immiserirvi, per rendervi schiavi. Il mio regno produce odio da assassinio. Io sono qui per una strage”. 

Luca Matti, incisione su carta, 1996

Slavinia l’aveva ascoltata in silenzio rendendosi conto di quanto Alexia C. fosse diversa da quando l’aveva conosciuta un mese prima. Una metamorfosi neo-nazi ad hoc. Quanto, fino ad allora, era stata  bloccata dalla presenza della critica? “Non ti chiamerò più Slavinia” la interruppe ad un tratto “Non lo meriti più” e subito le chiese “Vuoi che con l’avvocato accusatore ci parli io? Che mi provi a comprendere se vuole ricattarti? Che mi elabori, quello che ci vuole, un senso gratuito di vendetta?”. Lei disse di no: avrebbe visto Manuel, e si sarebbe difesa da sola; ma avrebbe preparato ad arte il complotto per affossare l’attività critica del filosofo ebreo della rivista di Segni Religiosi ed Artistici. Eppure Slavinia avvertì, nel tono pur sicuro della voce, appena un cenno di preparazione strategica, di decisione montante ma perentoria, per quella giornata a Taurenide. 

Nel mini palcoscenico, dell’apparato fotografico di Slavinia, si discerne solo una libreria, uno scaffale senza libri. Appare l’ombra di un critico d’arte con la giacca nera come una proiezione ad orologeria, sale su una scaletta e tira giù una cassetta vhs. Ad alta voce comincia a leggere: “Glosse marginali alla teoria generale del medialismo”. Comincia allora, nel fortino di Slavinia, la scena d’avanguardia della morte della critica, uno spettacolo, diremmo un rito, che ella non avrebbe certamente previsto nel 2018, quando uscì l’apologo della sua strategia di eliminazione della critica: nella totale assenza di fruizione, nel totale combattimento dei fantasmi del mea culpa, ella guarda e progetta la prima versione teatrale di “Morte e repressione di un critico d’arte fastidioso” in un silenzio religioso, come se ricevesse una rivelazione. È la fotografia autoreferenziale che si confronta con se stessa e le sue occulte contraddizioni.

La dimora di via della Madonnina è esaurita per mesi. Il pregio maggiore della messinscena di Slavinia, della messinscena delle sue stesse bugie, è l’atmosfera da incubo e di orrore, che segue fatalmente la sottomissione di qualsiasi delirio: il suo incarnato dall’invidia trascolora in un giallo da giallo televisivo. Il sangue marcio del proprio ciclo mestruale si mischia agli incubi del Covid 19, micette aggressive scagliano le loro scatolette di mangimi dalle travature del monolocale, i cani dell’Istituto dell’Occulto sbranano i malcontenti, l’anziano fumettista viene trascinato al mattatoio. Questo è il testamento di una fotografa che simulando la morte del critico vuole perire per farsi compatire, deve morire e che tra poco morrà nella disperazione accusatoria di una giurisprudenza occulta. Uccidere e farsi uccidere. Slavinia vive e descrive un processo storico ineluttabile. Il messaggio è quello della grande Inquisitrice di Dostoevskaja: la donna non è capace di libertà, la rivoluzione mobilita i sentimenti occulti dei complessati, per restaurare il passatismo odioso e liberticida, in forme più violente, oppressive e brutali: l’anticritica ortodossa, la dichiarazione di intenti dell’ultimo Godard incompreso.

Anche Slavinia, come Diane Arbus, fotografa in presenza della morte dell’altro: il grande occultismo inquisitorio anticipa le contraddizioni di Virginia Woolf di almeno un centennio. Slavinia la vaccara, tiranneggia la fattoria delle ombre, è modellata sul profilo di una groupie che infieriva a Taurenide già da qualche quinquennio. La volontaria morte della critica di Lavinia Slavinia indovina un futuro che per Trattafuffa è già il passato. 

La quarantacinquenne Lavinia Slavinia, oggi figura centrale dell’attentato teatrale a Gérard Ribellì, non nasconde che le maschere la affascinano, soprattutto quelle del curriculum vitae e della Fuffa: due di quelle che figuravano qualche anno fa nella banale collezione di Penelope, adornano il suo studio. In “Attentato a Gèrard Ribellì”, ve ne sono di stupende: le maschere della fuffa assassina esprimono la virtuosa semplicità delle foto inutili nella quarta parte dei viaggi di Penelope, mai realizzati; le disumane groupie (anche gli amanti sono mascherati da amanti) hanno la repellente brutalità dei nuovi fascisti liberal: le suine sono ovvie caricature di un regime brutalario, a una sfilata di missili per la pace … Nondimeno la Signora Slavinia, che, negli anni dei cerberi borghesi, quando dirigeva la collana dell’Occulto, si considerava una fotografa impegnata, questa volta non ha fatto concessioni alla critica. Non ha dato la minima soddisfazione ai quei denigratori dei critici che la spacciavano per uno dei tromboni più luccicanti e fragorosi della morte fotografica. La progettazione dell’Occulto è l’arte di persuadere e postula una certa fiducia nella possibilità di emulare la gogna giuridica: ora questa speranza in Slavinia, a metà del 2018, era già attiva. Se avesse presentato “L’attentato a Gèrard” come un’opera in propaganda dell’Istituto dell’Occulto, era già spento il suo teorema di vendetta e il regista avrebbe tradito il fotografo e anche Marcus. Questa distanza della critica è parsa troppo prudente ad alcuni commentatori,  che hanno disinvoltamente collocato la regia di Slavinia nella tradizione, tanto cara agli occultisti degli spettacoli. Il biasimo è ingiusto perché, se l’istituto Giuridico Accusatorio, mosso contro la Critica della Fuffa, è parodia di una favola, o della Fuffa stessa per fotografi e fumettisti creduloni, non è nemmeno una diffamazione. È una disperata allegoria di Morte, la minaccia della Morte, del proprio squallido occultismo. Lavinia La Slavinia non ha fatto altro che attenersi scrupolosamente alla prefazione de “Il libro fotografico dei Morti per Opening People”, per l’edizione circoscritta al pettegolezzo di Porta Palazzo. Circa la vera natura del fascismo dell’Occulto la benda era caduta dagli occhi dei Cialtroni già durante i saluti di Gèrard Ribellì! Ciò che la costernava era che, nonostante tutta la documentazione accessibile sulle atrocità dell’Occultismo di Marcus e di Slavinia, tanta parte della destra liberal-fascista anticritica, si accanisse a vedere nell’Unione dell’Occultismo Groupie la patria del libertarismo e a giustificarne il sistema. 

Tornando sulle manipolazioni di Slavinia, per il Diario di Gèrard, il filologo e il giurista che si occupò del caso della morte di Ribellì riporta le stesse parole di Lavinia: «Pensai di sgonfiare il mito della critica con un occultamento, che potesse venir compreso con facilità praticamente da chiunque e fosse agevolmente traducibile in altre lingue, per sputtanare la memoria di Gérard. Ma per qualche tempo cercai nella mente uno spunto adatto, fino al giorno in cui vidi un fotografo, più grande di me, di 15 anni forse, che conduceva una stranissima strategia di consenso e a colpi di scatti occasionali, evitando la spontaneità del reportage. Riflettei allora che, se i soggetti dell’Opening People fossero veramente consapevoli della loro forza, non potremmo piegarli alla nostra volontà. Nella sua favola, ovvero in quelle tremende favole scritte da Gèrard, i critici si ribellano, ma non vengono soggiogati dagli strateghi fascisti come me, aggrappati all’Openig People: ipocriti, maligni, capaci di imitare  le farse esplicite e quelle implicite; simili in tutto agli uomini della gendarmeria». 

Gérard sosteneva che ogni episodio di critica della vicenda del Medialismo è ispirato da un capitolo della rivoluzione; eppure la parabola, come la favola dell’Istituto dell’Occulto, deve la sua deprimente potenza a un senso che trascende un avvenimento storico contingente, una contingenza catastrofica che coinvolge persino le intenzioni stesse della critica, alimentandosi del livore terminale e del delirio di gelosia di Slavinia, frantumando e perdendo i contropoteri. Gérard è solo, isolato, emarginato da qualsiasi media, continua a ricevere solo lettere di minaccia e decreti giudiziari, con profuse calunnie. In effetti Gérard è stato più volte attentato e più volte ha subito minacce di lettere intimidatorie degli avvocati, perché sentiva nelle ossa che la menzogna perpetrata da Slavinia non sarebbe stata debellata, che sarebbe interminabilmente rinata dalle sue ceneri, irriconoscibile e pur sempre uguale a se stessa. 

Slavinia è cosciente di appartenere a tutte le fonti del male e, contemporaneamente,  rappresentare tutti i nomi della storia. Una storia che non riuscirà a dimenticare il male, perché è nel malefico che essa nasce e si sviluppa. Slavinia, quella che predispone il soffocamento ultimo della parola di Gérard, è parte della verità più triste. Quella verità che, dalle sovrapposizioni dei lamenti e delle grida terminali di Gérard, soccombe e affoga per mano dell’occulto e di taluni assassini.

Le parti precedenti del racconto sono qui.