Antonio Paradiso
Foto Giove

Antonio Paradiso. Radici

È stata inaugurata lo scorso 8 giugno Radici, la retrospettiva, a cura di Tina Sirressi e Cecilia Paradiso, dedicata ad Antonio Paradiso. La mostra, allestita alla Pinacoteca Francesco Netti di Santeramo, resterà visitabile fino al 30 settembre 2024

Antonio Paradiso “torna a casa”. Torna cioè a Santeramo in Colle – il paese della Puglia dove è nato nel 1936, per poi “migrare giovanissimo a Milano – che gli dedica ora una importante retrospettiva, Radici, nella Pinacoteca comunale intitolata a Francesco Netti. Un’iniziativa doverosa, promossa dalla locale APS Francesco Netti e fortemente voluta dalla figlia Cecilia, biologa a Roma, che ha pubblicato per l’occasione un partecipato libro-intervista al padre e l’ha curata insieme a Tina Sirressi.  In otto raccolte salette del Palazzo marchesale è ambientato un percorso tematico di opere da fine anni Sessanta a oggi, che nell’insieme fa emergere un’importante aspetto di questa quarantennale ricerca: ovvero la sua capacità di anticipare istanze divenute urgenti, come la sensibilità ambientale e neo-rurale, la rivalutazione di antichi saperi, il recupero della memoria in quanto condizione necessaria per la costruzione del futuro.

Pionieristico è innanzitutto l’approccio “antropologico”, molto in anticipo rispetto all’idea di “artista come etnografo” teorizzata da Hal Foster. Per Paradiso si traduce in una riflessione sull’uomo nei rapporti col proprio habitat. Con Levi Strauss condivide la convinzione che tutti i popoli siano creatori di storia dell’arte e che in ogni cultura ci sia un impulso all’espressione creativa. Da qui matura il recupero di una cultura materiale vista come manifestazione del lavoro umano, che lui connette alla cultura agraria della sua Murgia. Ne sono testimonianza gli abbeveratoi e altri oggetti in carparo del ‘67-‘69 di cui troviamo esempi nella sala “Natura”, che segue un’introduzione biografica; il richiamo alle “Radici” del primo periodo a Milano (dove a 21 anni si recò per studiare a Brera, con maestri come Marino Marini e Alik Cavaliere); e un bookshop in cui sono in vendita i suoi preziosi oggetti di design e multipli. Vi compaiono anche i chicchi di grano giganti e una “Figura”, sempre in pietra. Insieme alla documentazione fotografica della famosa “Mucca meccanica” fatta montare dall’ignaro Toro Pinco alla Biennale di Venezia del ’78, denuncia degli squilibri ecosistemici minacciati dagli incalzanti processi di artificializzazione.  Ci sono inoltre due sculture metalliche con i contorti rami di ulivo, albero che Paradiso elegge a protagonista del paesaggio naturale antropologico pugliese: “Io ho visto che il paesaggio dell’ulivo non è di per sé stesso naturale sin dall’origine – ha dichiarato – perché l’uomo interviene direttamente trasformandolo in continuazione”.

Cultura e natura per Antonio Paradiso sono due lati della stessa medaglia, e pure questo è un concetto molto attuale. Esprime l’esigenza di abbandonare un modo di pensare divisorio, le contrapposizioni binarie. Anche “il pensiero umano è una produzione culturale come il frutto di un albero”, sottolineava del resto Levi Strauss. Mentre recentemente il suo allievo Philippe Descola, in “Oltre natura e cultura”, ha precisato che “animali, piante, minerali, acque, monti non sono semplice natura da sfruttare o da proteggere ma elementi di un collettivo di cui noi e gli altri esseri siamo parte allo stesso titolo”, per cui la produzione di cultura non è un’eccezionalità dell’uomo. Da parte sua Paradiso ha più volte affermato che “Darwin e la biologia smitizzano la superiorità sull’uomo”, portando avanti negli anni un’osservazione attenta del mondo animale, focalizzata ad esempio sulle migrazioni dei colombi. Proprio al tema del “Volo” è dedicata un’altra sala, che presenta alcune tele con la sagoma stilizzata degli uccelli in bianco e nero e un esemplare di colonna con le stesse sagome intagliate in bronzo. Le riconosciamo in un’opera inedita del 2022, sette cilindri in acciaio corten disposti a comporre la costellazione dell’“Orsa Maggiore”, che accoglie il pubblico all’aperto, nel cortile d’ingresso.

Questa dialettica tra paesaggio culturale e paesaggio naturale percorre diverse fasi del lavoro di Antonio Paradiso, su due binari interrelati. Da un lato l’aspirazione all’autentico, la regressione nel tempo e nello spazio alle radici della civiltà, in una dimensione atemporale in cui il passato si ricongiunge al presente. Nel ’72 inizia così i molteplici viaggi in Africa alla scoperta di un ambiente primordiale che reca comunque i segni di vita già esistita. I fossili e i primi arnesi di epoca paleolitica e neolitica, amigdale o punte di freccia dotate già di risvolti estetici, sono riuniti così in “contenitori scientifici”, espressione precoce della tendenza artistica a catalogare ed archiviare. Sono allestiti nella sala “Deserto”, dove è esposta anche una scultura africana e la mappa con gli itinerari dei suoi viaggi. 

D’altra parte l’artista torna a rivolgersi alla tradizione contadina del suo meridione, si concentra sugli aspetti socio-culturali, su usi e credenze, cambiando medium, privilegiando cioè fotografie e riprese video che definisce “sculture filmate”. In linea con la più recente riscoperta e riabilitazione di conoscenze e costumi per decenni rimasti marginali si pone la ricerca intensa sui “Tarantati”, avviata con riprese video nel ’74: un rituale (rivelato dalla storica riconduzione di Ernesto De Martino nel Salento) per Paradiso non assimilabile al folklore, ma paragonabile piuttosto a certa cultura indiana estranea al bisogno di progresso. Da questa svolta nasce l’esperienza fortissima del “teatro antropologico” che “non è spettacolo, non è musica, non è danza, ma è tutto messo insieme e procedere per sottrazioni per toglimenti, arrivando così a documento”. Una saletta cinematografica dedicata permette a Santeramo di visionare i filmati storici di queste performance da strada, che mettono in scena rituali come “la vestizione della sposa su un carro funebre trainato da cavalli”.

Negli anni successivi la vena performativa lascia il posto ad un maggiore interesse per l’aspetto formale delle opere. Non è però una conversione alla spettacolarità estetica a guidare la crescita visionaria nelle sue sculture e dei suoi dipinti più recenti. Basterebbe ricordare la epica impresa dell’“Ultima cena globalizzata” composta da frammenti di acciaio recuperati dal crollo delle Torri gemelle di New York, qui esposta in piccolo nella sala dedicata ai “Bozzetti”. Conferma la continuità sotterranea della tensione etica che si svolge sul filo di Ariana della memoria. In un’intervista su cosa fosse per lui l’arte antropologica, lo stesso Paradiso aveva risposto che “rappresentava un nuovo modo di vedere l’arte non a livello estetico ma etico”. 

In questa chiave va letta anche l’impresa che ha assorbito dal 2000 molte delle sue energie: la costituzione del grandioso parco scultura alle porte di Matera, una maestosa cava di due ettari acquistata e ribattezzata “La Palomba” in onore del torrente che scorreva al margine, sulle cui rive si accucciava ragazzo a spiare i voli dei colombi selvatici. Come ci mostrano le foto esposte, è diventata un “parco sculture” che ospita opere sue e di tanti artisti amici. Ma è anche qualcosa in più.  Recuperando la cava Antonio Paradiso ha suggellato infatti un progetto di vita, ha portato a compimento la sua più grande scultura antropologica. Ha realizzato cioè un’opera totale che unisce la sua storia d’artista con la storia umana. Espandendo così le proprie “radici” ben oltre gli arroccamenti identitari, con un respiro quasi cosmico: come sembra suggerire il profilo scuro delle radici capovolte e stagliate contro il cielo scelte come icona di questa rassegna.

Antonio Paradiso
Radici
a cura di Cecilia Paradiso – Tina Sirressi

Palazzo Marchesale Caracciolo Carafa
Piazza Garibaldi, Santeramo in Colle (BA)
8 Giugno – 30 Settembre
Orari dal Giovedì alla Domenica
10.00 – 12.00 / 17.30 – 21.00
info@francesconetti.com – 3387211551
www.francesconetti.com