Hala Wardé, A Roof for Silence, Lebanese Pavilion at the 17th International Architecture Exhibition - La Biennale di Venezia, 2021 (c) HW architecture. Photography/ Alain Fleischer

A Roof for Silence/Un Tetto per il Silenzio-Omaggio a Paul Virilio

Torniamo a parlare della 17. Mostra Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia, a cura di Hashim Sarkis, impostata sulla domanda. How will we live together?/Come vivremo insieme.
Hala Wardé, l’architetta franco-libanese che cura il Padiglione del Libano nella sede dei Magazzini del Sale alle Zattere, è fondatrice dello studio HW Architecture, vincitore del concorso per il BeMA-Beirut Museum of Art e progettista, con Jean Nouvel, del Louvre Abu Dhabi. Si è formata, dal 1986 al 1989, con Paul Virilio nell’atelier dell’École Spéciale d’Architecture a Parigi.

Soudain, devant moi, des nouveaux objets sont apparus.
Des figures bizarrement découpées, encochées, un                                                                                                  ensemble d’articulations est soudain devenu visible. C’était comme une végétation inconnue, qui proliférait autour de moi.

All’improvviso, davanti a me, sono apparsi nuovi oggetti. Figure tagliate in modo bizzarro, dentellate, un insieme di articolazioni si è dato presto a vedere. Una vegetazione sconosciuta mi proliferava intorno.

Paul Virilio

                                         
Comment vivre vraiment “ici” si tout est maintenant?
Come vivere realmente “qui” se tutto è adesso?
Paul Virilio 
Incisione su una targa metallica tratta da una foto © Sophie Virilio

Antiforme. Litorali di luce bordati d’ombra
Venezia. Il portone di legno dei Magazzini del Sale alle Zattere si apre: nella densa penombra, permeata di una Melancholia von trieriana, il visitatore è accompagnato dal sottofondo sonoro del Soundwalk collective. Note lunghe, vibrati, percussioni, rintocchi, echi, scorrono per aprire, nel tempo e nello spazio, un varco alle Antiformes di Paul Virilio, a cui il Padiglione libanese è dedicato. Sono di Fouad Elkoury gli scatti fotografici in bianco e nero di sedici alberi millenari di ulivo, dispiegati su carta a fisarmonica. Come laghi di lacrime, enormi gocce di vetro soffiato, sparse sul terreno scuro, brillano di una luce inquietante, scandendo i vuoti – ripresi dal satellite – provocati nel porto di Beirut dalla  catastrofica, fragorosa, esplosione del 4 agosto 2020 h.18.08.  

Non è il Monumento, che si celebra nel padiglione del Libano, ma il Pathos di una perdita accostato alla potenzialità rigeneratrice di una Natura sacrale, espressa dalla mediterranea icona dell’Ulivo. È l’Ethos del Pensiero di un Paul Virilio, Sacerdos dell’accadimento insieme al valore della Sinestesia, come percezione simultanea di un insieme emozionale, di un percepire che, in senso figurato, diventa anche esperienza estetica collettiva. 

L’ambiente, sublimato in poesia, potrebbe, parafrasando Goethe, far risuonare la domanda Conosci tu il Paese dove fioriscono i cedri… dove l’ulivo è eternamente immobile? Alle Antiformesviriliane si accompagnanoin mostra, le simulazioni fotogrammetriche di sezioni di ieratici tronchi di ulivo di Bchaalé, del Libano del Nord. La megaproiezione tripartitaanima le pareti di fermi-immagine in slow motion, di ulivi senza tempo, ripresi tra i lampi lividi, argentati, di una notte tempestosa. Nel film di Alain Fleischer (2020 © HW architecture & Le Fresnoy) sono Les oliviers, piliers du Temps/Gli ulivi, pilastri del Tempo che aprono, iniziaticamente, le loro antiche, muschiose, caverne d’accoglienza a chi il suo Tetto l’ha perduto. Estetica e disastro si rivolgono, sommessamente, domande senza risposta.

Al centro, altare notturno nel deserto, si alza, luminescente, una colonna su base ottagonale, in cui la dea mediterranea Olivéa riceve, sotto un tetto semisferico, il suo tributo dai sedici tondi su tela dipinti dalla poetessa e artista Etel Adnan: Hommage à la déesse de l’olivier. La sua pittura dorata, materica e fluida insieme, compone spazio e silenzio nella geometria incontenibile della Poesia.  «E in poesia – afferma Adnan – il silenzio prende la forma di spazi»In metrica, infatti, si parla di Stanze. Architettura e Natura si scambiano potenzialità, fondono peculiarità, partecipando vicendevolmente del loro immaginario e magnetismo.

Viste a colpo d’occhio, le prime Antiforme viriliane del 1959 – pittura vinilica su carta incollata su cartone – presenti nella Collezione Centre Pompidou, Parigi, possono risvegliare memorie di percezioni sensoriali trasmesse dalle Nymphéas di Claude Monet.  Le successive Antiformes-Sans titre, del 1962,  sono sensibilmente ripensate dalla visione di un architetto-urbanista, noto abitatore del non-abituale – titolo di un saggio suo e di uno di Thierry Paquot.  Come non ricordare che Virilio, già maestro vetraio, ha collaborato con Matisse a Saint Paul-de-Vence, con George Braque a Varengeville. Il nostro filosofo-artista ha attraversato il periodo delle Neo-avanguardie, fine Anni Cinquanta, post Seconda Guerra Mondiale, quando si diffonde L’Art Autre Informale, che esprime matericamente in pittura un’esperienza interiore. Tale corrente artistica è teorizzata, in Europa, da Michel Tapié, mentre, negli Stati Uniti è l’Espressionismo astratto che fa storia, con protagonisti come Pollock, De Kooning, Hoffman, Rothko, Tobey, Frankenthaler, Krasner. Successivamente, nei primi anni Sessanta, sarà la Land Art, connotata da un’attitudine antiformale, a profilarsi all’orizzonte, nei liberi, ariosi spazi della natura. 

Già nel 1963 Virilio fonda con Claude Parent il gruppo Architecture Principe, che redige un primo manifesto per un’Architettura obliqua, tesa a rompere, utopicamente, la radicalità ortogonale di ascendenza razionalista. Attratto dall’architettura da guerra, fin da ragazzino, si impegna, venticinquenne, per ottenere l’abilitazione in Urbanistica con una tesi di laurea sulle fortificazioni, cosiddette casematte del “Vallo Atlantico”, pensato da Hitler e realizzato da Speer, per difendere la Fortezza Europa. Tale ricerca prenderà il titolo di Bunker Archéologie, quando, in occasione di una mostra del suo materiale fotografico, su questi fantasmi bellici, al Musée des Arts Décoratifs di Parigi, verrà pubblicata nel 1975. Quando Jean Nouvel lavora nell’agenzia di Claude Parent, Paul è già là, in via Madeleine Michelis a Neuilly. Sarà Virilio a invitare successivamente Nouvel nella Master Class della Scuola Speciale d’Architettura di Parigi, in cui insegnava. In quel periodo, dopo il 1968, Virilio e Parent non sono più in contatto. Allieva di Virilio, Hala Wardé incontra Jean Nouvel nel momento in cui inizia a lavorarci, dopo aver conseguito il suo diploma d’architettura.

La dislocazione di forme e funzioni, nell’opera di Virilio urbanista, si colora, talvolta, di diversioni da deriva situazionista, benché La Ville panique/La Città panico, che estende progressivamente i suoi terminali nel tessuto metropolitano contemporaneo, interessi sempre meno a Virilio. Nel passaggio dalla società industriale a quella comunicazionale, la condizione di velocità muta in immediatezza, quella dello spazio critico in Dromologia, il tempo partecipa del corso evenemenziale deleuziano-guattariano, il paesaggio si deterritorializza.

Non stupisce che tra i referenti e gli amici artisti di Virilio figurino Pollock, Beuys, Baj, Turrell, e ancora Olafur Eliasson di cui scrive, presentandolo  «Il suo lavoro si colloca oltre la Land  Art,come tentativo di irrompere nella profondità ottica delle apparenze […] esso offre un buon esempio dell’incidente del tempo nello spazio delle arti plastiche, nell’epoca di questa repentina “tele-presenza” che è il nostro quotidiano; i suoi lavori silenziosamente ci reintroducono nel mistero dell’apparizione che condiziona tutto ciò che è verosimile».  «Per Paul la pittura è avventura come la scrittura: un incessante interrogarsi» – scrive Sophie Virilio, la figlia, scrittrice di fantascienza – un incessante dislocarsi – capitolo Virilio à Venise, in “Dromologie. La vitesse c’est l’état d’urgence, Cahiers Paul Virilio”, edizioni ETEROTOPIA France Dromologie 01. La casa, abitata dalle Antiformes, odorava di trementina.

Virilio è anche critico, saggista, curatore di mostre: nel 1987 vince, tra gli altri, il Grand Prix national de la critique architectural.  Alla Fondation Cartier pour l’Art Contemporain, Parigi, realizza, nel 2002, la grande esposizione sull’incidente Ce qui arrive, segue, nel 2009, Terre Natale.Ailleurs commence ici/Terra Natale.L’Altrove comincia qui, sulle popolazioni in transito planetario; nel 2018 progetta, ulteriormente per la Fondation Cartier, nel Palazzo transapparent di Jean Nouvel, una mostra dal significativo titolo Incertain Vide, ripreso da Sophie Virilio, nel testo per “Dromologie 01, ETEROTOPIA France”. Come iscrizione verbale tale titolo significa Vuoto incerto, ma foneticamente può anche suonare, sia in francese che in italiano, Un Certo Vuoto. Il 10 settembre dello stesso anno, Paul Virilio scompare a Parigi, all’età di 86 anni.

In sintonia con l’universo delle Antiforme viriliane, Un Tetto per il Silenzio di Hala Wardé esprime un’ecologia visuale e auditiva, un dialogo tra forme-colori-suoni-scrittura-pittura-fotografia-immagini in movimento, rivolti a un interlocutore che sappia prendersi il tempo necessario per percepire, in silenzio e immobile, quanto gli accade intorno, resistendo a quell’accelerazione eteroindotta che non gli elargisce vita, mentre non cessa di sottrargliela. 

Dalle interviste, che si succedono nei giorni veneziani della Biennale, apprendiamo che Hala Wardé avrebbe voluto diventare una pianista e invece il caso l’ha voluta architetta. Per la 17. Biennale Architettura rappresenta «un Libano alla deriva, su una zattera ancorata, per qualche mese, a Venezia  – sono parole sue –  per salvarne la Cultura, che è tutto quanto gli resta». La sua modalità di far architettura è mettere in discussione ogni idea, in risonanza tutti gli strumenti, come per una sinfonia, a partire da contesto, appartenenza del luogo, natura, luce, silenzio, vuoto-spazio temporale,  terminologia corretta: il tutto nel segno di misura e ritmo. Ama Bach, ascolta il rock.

Camminatore e pensatore, Virilio mai ha cessato di trascrivere in segno immaginari percorsi di frontiera tra costa e oceano, di aprire nuovi orizzonti formali, dissimulando linee immateriali stese all’infinito. Luci e ombre fluttuano libere nello spazio dei suoi dipinti acrilici i cui  pieni e vuoti sono intercambiabili, giusto come accade sotto un Tetto per il Silenzio. Le vibrazioni profonde, quasi intime, che sommuovono le sue Antiforme, impegnano l’attenzione di chi guarda.
L’urbanista, il socio-filosofo Virilio, non cessa di interrogarsi sulle condizioni di possibilità della vita sul pianeta-terra, sulle condizioni di possibilità dell’arte a partire dalla sua sparizione, in una condizione accelerata in cui oscilla la centralità dell’individuo, in cui è instabile, borderline, la componente emotiva della massa. Virilio è stato definito catastrofista e, come mai prima d’ora, l’incidente virale globale è entrato nell’ordine del quotidiano. Lo conferma la stessa Sophie Virilio, attivamente impegnata nel progetto della 17. Biennale veneziana di Architettura. 

Paolo Fabbri, nel suo saggio in “Dromologie 01”, Parigi 2021, scrive che Virilio, di certo, non annunciava disgrazie, ma aveva il gusto dell’ultima parola come catastrofe, essendo «apocalittico nel senso “rivelazionario” del termine»; come Tiziana Villani, nel saggio, dello stesso volume, intitolato Un’accoglienza italiana/Une réception italienne, conferma che Virilio sollecita uno sguardo critico sugli eventi all’orizzonte, alla luce del fatto che la digitalizzazione dell’esistenza, lo  smart working, l’accelerazione che ritma la nostra epoca, non solo trasformano il territorio e le periferie che ci circondano – lo sostiene, con lei, anche Ubaldo Fadini in La Vitesse de libération – ma si appresta a colonizzare anche il corpo, come terminale della metropoli. Per questo motivo Virilio antepone la caverna alla torre-fortezza e alla distensione planetaria di quella che chiama, con uno dei suoi frequenti neologismi, Omnipolis, città totale in cui gli organi del corpo e le tecnologie fanno razza, combinandosi irreversibilmente tra loro, per avviare così l’epoca della Terza Natura del nuovo millennio.

Tra i saggi fondamentali, seminali, di Virilio, precorritori di problematiche attuali, a Genova pubblica, nel 2005, con costa & nolan “L’ orizzonte negativo. Saggio di dromoscopia”, nella collana diretta da Germano Celant I turbamenti dell’arte. Particolarmente emozionante, per me, alla luce di un contatto epistolare con il filosofo, è parlare della sua presenza a Venezia, storica repubblica marinara affacciata sull’Adriatico, da Genova, grande porto del Mediterraneo che, come mi ricordava Paul Virilio e ora Sophie, è anche, con la Liguria del Ponente, il Paese d’origine di famiglia! Alle parole di Paul Virilio, a cui il Padiglione veneziano del Libano è dedicato, la conclusione: «là, ou il y a un objet sensible, être ou chose, l’espace n’est plus, nous lui retirons un volume, par là même nous lui donnons une forme: l’Antiforme/là, dove c’è un oggetto sensibile, essere o cosa, lo spazio è scomparso, ne ritiriamo il volume mentre gli diamo una forma… l’Antiforma.