Dal ciclo dedicato ai ricordi musicali delle persone affette da Alzheimer alle riflessioni sulla privacy nell’era digitale (attraverso la frequentazione del mondo hacker e la cultura cyberpunk), dall’analisi delle infrastrutture invisibili del web alla critica delle IA generative, la pratica di Valentina Vetturi costruisce spazi di conoscenza più che opere finite: ambienti di ascolto, laboratori, performance, non-scuole, ecosistemi di relazioni.
È in questa traiettoria che si inserisce “Mimosa Pudica”, progetto pluriennale a più tappe sostenuto dall’Italian Council, presentato al MAXXI di Roma venerdì 21 novembre alle 18. Non una rottura, ma un trasferimento di prospettiva: dal digitale alla biologia vegetale, dall’intelligenza computazionale alle forme di apprendimento non umano.
La mimosa pudica è infatti una pianta capace di chiudere le foglie in risposta a stimoli esterni e di “imparare” da esperienze precedenti: “ricorda” e “dimentica” dunque, senza un sistema nervoso centrale. Per queste qualità diventa qui un modello epistemico alternativo, che ci costringe a rimettere in discussione i fondamenti stessi dell’intelligenza e a ripensare la memoria come processo ecologico, situato, non accumulativo.
Lo stesso progetto di Vetturi si figura del resto come un organismo in crescita: un campo di ricerca transdisciplinare in progress che mette in relazione filosofia, biologia, IA, performance…

In molti tuoi lavori – da Alzheimer Café ai Crypto.Party, fino a La Matematica del Segreto- costruisci veri e propri ambienti di conoscenza, spazi in cui si impara facendo esperienza. Con Mimosa Pudica, questa pedagogia si apre all’intelligenza vegetale. Come è nato il progetto?
Mimosa Pudica nasce da una lunga riflessione sui processi di digitalizzazione e sulla memoria digitale che porto avanti dal 2015. Già nel 2018, mentre studiavo per un MSc in Digital Currencies, leggevo Stefano Mancuso, che mette in relazione l’organizzazione decentralizzata delle piante con le architetture del web e della blockchain. Poco dopo sono arrivata all’esperimento di Monica Gagliano sulla Mimosa pudica, condotto al MINT, il laboratorio di neurobiologia vegetale diretto da Mancuso. Gagliano ha verificato che le piante, sottoposte a stimoli ripetuti, imparano a distinguere ciò che è pericoloso da ciò che non lo è: un comportamento che implica forme di apprendimento e, quindi, di memoria. Il progetto nasce dall’incrocio tra queste due linee: la memoria vegetale e le infrastrutture digitali. Da qui la domanda che mi accompagna da un anno: cosa possono insegnarci i processi mnemonici delle piante per immaginare ecologie digitali meno accumulate e più situate?
Studi come quelli di Stefano Mancuso o Monica Gagliano hanno aperto una nuova prospettiva sulle forme di intelligenza del vivente. Mimosa Pudica si colloca pienamente in questo orizzonte post-antropocentrico, dialogando con filosofi, scienziati e ricercatori.
Ci racconti meglio come ti rapporti a questi referenti teorici e quale rete di interazioni hai attivato in varie parti d’Europa?
Quando parlo di un orizzonte post-antropocentrico non intendo riferirmi alla retorica del “non-umano”, ma piuttosto fare un tentativo concreto di decentrare lo sguardo, di riconoscere “l’intelligenza” come una pratica distribuita, non esclusivamente umana. Anche risignificare l’intelligenza al di là della logica competitiva di cui si nutre questa parola. Mimosa Pudica si muove qui: non come metafora, ma come tentativo di imparare con le piante, e non sulle piante. Per farlo ho attivato una rete di alleanze in varie parti d’Europa. Nel mio studio a Bari pratico osservazioni quotidiane con diverse piante di mimosa. Ho invitato altre persone a fare lo stesso: Vlad Morariu (Middlesex), Raluca Voinea (tranzit.ro), il matematico Delio Mugnolo (FernUniversität in Hagen). Parallelamente ho partecipato a Workshop con il filosofo Paco Calvo e al Simposio promossi dal gruppo Plant_Intelligence dello IANG di Basilea, dove ho presentato una performance collaborativa dedicata all’osservazione delle piante. In collaborazione con altre e altri partner – Federica Giardini, Marco Armiero, Rachel Armstrong – abbiamo organizzato seminari pubblici coinvolgendo filosofe, antropologhe, biologhe, informatiche, ingegneri ambientali, attiviste. A Bari dialogo con Cetta De Pinto, docente di Fisiologia Vegetale, con cui studio forme di memoria epigenetica.
Il progetto è diventato un ecosistema: un insieme di pratiche condivise che attraversano teoria critica, ecologia, biologia, tecnologia e performance. Gli obiettivi non sono cambiati: si sono ampliati, attraverso la costruzione di uno spazio condiviso in cui la ricerca si fa collettiva e viene condivisa nel suo farsi anche attraverso lecture performance come quella che si terrà al MAXXI e quella presentata al MACTE in occasione della giornata del contemporaneo ad ottobre.

Nella tua pratica hai coinvolto hacker, economisti, botanici, filosofi, storici dell’arte, studenti, comunità locali. Come si costruisce una lingua comune tra saperi che operano con logiche così distanti?
Attraverso un lavoro di composizione e soprattutto di traduzione. Tradurre significa stare sulla soglia, rinunciare a una parte di sé per lasciare spazio all’altro. Riprendo Edward Glissant: la traduzione è l’atto con cui ci abbandoniamo poeticamente all’altro. Nel mio lavoro questa logica si applica tra specie, tra discipline, tra pratiche.
La tua ricerca sembra proporre un’ecologia della memoria: umana, digitale, vegetale, materiale. Cosa unisce, per te, il “ricordo” di una pianta, quello di una rete blockchain, quello della cartapesta che trattiene frammenti di giornali, e quello di un anziano che ricorda soltanto un canto? Quale continuità vedi tra queste esperienze così diverse?
Mi interessa lo spazio che esiste tra il ricordare e il dimenticare, quel movimento continuo che definisce ogni forma di memoria. Dal 2014 guardo a questo movimento attraverso lenti eterogenee, che nel tempo hanno iniziato a risuonare tra loro. Ho iniziato interrogandomi su cosa resta della memoria umana quando i processi neurologici che la sostengono si indeboliscono: da qui è nato Alzheimer Café, un ciclo di performance e installazioni sonore dedicate ai ricordi musicali, spesso gli ultimi a persistere quando tutto il resto si sfalda. Parallelamente ho rivolto l’attenzione alla memoria digitale, osservando come il web e la blockchain producano registri permanenti, archivi che crescono senza oblio e che modellano nuove forme di governance e di accumulazione. Questa riflessione è proseguita in opere come Tails (2023), dove i cavi sottomarini in fibra ottica diventano un paesaggio performativo realizzato in cartapesta, un materiale che, se immerso in acqua, perde la “memoria” del calco che l’ha generata, e in La Matematica del Segreto (2023–), che espone laricombinazione statistica delle memorie depositate online praticata dalle piattaforme di IA generativa e le sue idiosincrasie. Mimosa Pudica porta questo percorso in un altro dominio, quello vegetale: qui la memoria è situata, selettiva, decentralizzata, e suggerisce un equilibrio radicalmente diverso da quello dei nostri archivi digitali. La memoria vegetale, fa da contraltare all’abisso dei registri permanenti digitali, suggerisce di non accumulare all’infinito. Queste esperienze sono unite da una tensione: la ricerca di un modo di pensare la memoria che non sia pura accumulazione, ma un processo vivo, in cui ricordare e dimenticare siano forme complementari.
Le piante ci offrono un modello critico per ripensare la memoria digitale?
Le piante ricordano ciò che serve e dimenticano il resto. In questa sintesi ritengo che il mondo vegetale offra un criterio ecologico per ripensare le architetture della memoria digitale.
Il museo nei tuoi interventi non è mai solo un luogo di esposizione, ma un ambiente di relazione: lo è stato al MA*GA, lo sarà a breve a Spazio Murat a Bari con la “non scuola” all’interno del festival Spazi di transizione. Verso Costa Sud (promosso dall’Accademia di Belle Arti d Bari nell’ambito di un PNRR che ha capofila l’Accademia di Carrara). Come immagini il ruolo dei musei nell’era post-digitale e in che modo Mimosa Pudicadialoga con questa trasformazione?
I musei che trovo più interessanti sono quelli che mettono al centro la ricerca e il sostegno ai processi artistici, che lavorano in ascolto – delle artiste, delle comunità prossime e di quelle online. Sono musei che adottano prospettive decoloniali e femministe e che non subordinano la programmazione alle logiche del mercato. In questa direzione si inserisce anche Crypto Party (2021- ongoing), una scuola temporanea e non gerarchica dedicata a disimparare le tecnologie del web per come ci sono date. Nella tappa che avrà luogo a Bari, l’11 dicembre presso Spazio Murat, ho invitato a partecipare Ippolita e Teresa Numerico. Mimosa Pudica dialoga l’idea che il museo sia un ambiente di ricerca ed esperienza condivisa si inserisce nella riflessione ecosofica che molte fra artiste/i e istituzioni portano avanti già da anni.
Tutti i tuoi progetti – digitali, pedagogici, performativi, vegetali – si muovono tra opacità e trasparenza, tra infrastrutture invisibili e ciò che si manifesta nel reale.
Quali zone d’ombra restano ancora da esplorare, e dove senti che ti porterà questa indagine nei prossimi anni?
Il mio lavoro procede per improvvisazione guidata: conosco le domande e la metodologia, non il risultato. So soltanto che Mimosa Pudica continuerà a propagarsi nei prossimi anni. Le zone d’ombra restano parte integrante della ricerca: non tutto deve essere illuminato, alcune cose vanno lasciate crescere nella penombra.



Valentina Vetturi, Mimosa Pudica, collaborative performance. Plant, Intelligence Symposium, IANG Basilea
Valentina Vetturi, Mimosa Pudica, lecture performance, 2025. MACTE. ph. Sara De Santis

