Art Basel Basel
Pantelis Nicolaou

Tra vuoto, carne e assoluto: i paesaggi energetici di Pantelis Nicolaou

Da primopiano a Montesilvano (Pe), fino all’11 giugno la mostra Ενεργειακά Τοπία _ Spazi Energetici dell’artista cipriota Pantelis Nicolaou, a cura di Martina Marini Misterioso, con testo critico a cura di Laura Catini.

C’è una sottile declinazione fenomenologica che attraversa la pittura contemporanea quando essa rinuncia alla mimesi descrittiva per farsi pura estensione sensoriale. La mostra Ενεργειακά Τοπία _ Spazi Energetici dell’artista cipriota Pantelis Nicolaou, inaugurata a Montesilvano (PE) presso lo spazio indipendente primopiano, diretto da Martina Marini Misterioso, si offre come occasione per decodificare questa transizione e, attraverso l’analisi di Laura Catini, che si è occupata di redigere il testo critico, il visitatore è accompagnato in un vero e proprio viaggio iniziatico.

La lettura tradizionale dell’opera di Pantelis si muove spesso dal dato biografico: il nomadismo, l’esperienza del viaggio, la sedimentazione di geografie eterogenee che riemergono sulla tela. Tuttavia, l’inedita scommessa concettuale di questa proposta espositiva risiede nel superamento della categoria di “paesaggio interiorizzato”. Le opere di grande formato non registrano il ricordo di una natura vissuta, ma agiscono come acceleratori particellari di una natura in fieri: Nicolaou non dipinge il visibile, ma le forze che lo determinano.

L’esperienza immersiva generata dalle grandi dimensioni (le opere di grande formato sono quelle che richiamano maggiormente l’attenzione del pubblico, n.d.r.) scardina la tradizionale distanza estetica tra osservatore e quadro e la tela cessa di essere una finestra albertiana tramutandosi in una membrana osmotica. Davanti a queste composizioni, lo spettatore sperimenta un paradosso ottico e corporeo: i frammenti di paesaggi reali, studiati e poi destrutturati dall’artista, non si ricompongono in una sintesi geometrica, bensì in una topografia dell’instabile. Sono ambienti sospesi tra densità materica e rarefazione atmosferica, territori che oscillano perennemente tra la presenza e l’assenza. Questa oscillazione si fa particolarmente radicale nei lavori dalle tonalità scure, dove il pigmento notturno diventa uno specchio introspettivo. In opere come Un silenzio continuo (2025), la stesura cromatica si appropria del buio non come negazione della luce, ma come azzeramento del rumore visivo, costringendo lo sguardo a sprofondare in una dimensione di attesa e ascolto puro. È una pittura in cui, come nota Laura Catini, il colore “accade”, non vi è stesura accademica né compiacimento plastico; il pigmento si deposita ed espande come energia termica, trovando una straordinaria affinità elettiva con le filosofie orientali, in particolare con lo statuto ontologico del vuoto (śūnyatā).

Nelle tele di Nicolaou, le ampie zone di rarefazione non indicano una lacuna o un “non-fatto”, ma costituiscono l’intelaiatura strutturale dell’immagine.  Il vuoto è il luogo del potenziale, una sospensione attiva che rende l’opera attraversabile dallo sguardo.

Anche laddove la tela si fa più impenetrabile e cupa, permane un legame biologico con l’origine: la densità tellurica di Antica presenza (2025) testimonia una forza sotterranea che àncora la pittura al terreno, una stratificazione di neri e bruni che trattiene la memoria elementare della materia prima di lasciarla evaporare nell’atmosfera della stanza.

L’inedita chiave di lettura della proposta di Pantelis Nicolaou risiede allora nella sua concezione del tempo pittorico, e se la formazione dell’artista unisce l’esperienza accademica di Brera, dove ha studiato, alle finezze analitiche del restauro fiorentino, con cui si è confrontato successivamente, la sua prassi attuale nega la fissità del restauro per celebrare il flusso. I suoi quadri funzionano come una “soglia quantica”: un punto di transizione in cui la memoria geografica perde peso specifico e si trasforma in intensità pura.

L’impatto solenne di una tela come Radice persistente (2024) esplicita chiaramente questo cortocircuito temporale: l’oscurità che domina il supporto non evoca il passato come nostalgico reperto, ma come un’entità archetipica, ancestrale, che abita il presente con la forza monumentale di un’ombra millenaria. Lo sguardo, infine, non contempla un panorama, ma abita uno stato di transizione e lo spazio espositivo si conferma luogo di indagine necessaria, dimostrando come la pittura, quando sorretta da una profonda consapevolezza storico-critica, sia ancora capace di farsi carne, vuoto e assoluto.

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