Nata da un’idea di Federico Marinoni, avvocato di professione e collezionista d’arte contemporanea per passione (non dimentichiamo che Marinoni ha ereditato da suo zio una grande collezione che ruota attorno all’arte italiana degli anni Sessanta e questa la sta ampliando da qualche anno con brillanti acquisizioni), che durante l’opening ha definito l’esposizione “come un gesto di restituzione”, come “uno scambio”, come “una forma di dialogo tra l’artista e i suoi collezionisti”, questa antologica di Mariella Bettineschi richiama, già nel titolo, l’idea ben precisa di dare qualcosa: IL DONO. Una soglia tra visione e memoria.
Se da una parte siamo di fronte al concetto di dono da intendersi come la possibilità di attraversare una carriera entusiasmante dove ogni singolo lavoro è cadenzato dal corpo (“appartiene alla mia pelle, alla mia carne”, suggerisce Bettineschi), dall’altra l’utilizzo di termini quali “soglia”, “visione” e “memoria” indicano una ulteriorità data dall’idea di ripercorrere alcuni brani del passato per progettare (direi anche guardare fisso verso) il futuro. Questa mostra, infatti, non solo gioca a carte scoperte in prospettiva, ma nasce appunto con il chiaro intento di costituire l’Archivio Mariella Bettineschi e di farsi dunque “zündkerze” di un processo il cui fine ultimo è quello di custodire, di catalogare e di sfuggire dalla catalogazione, di prendersi cura, di donare – scrigno e tesoro delle meraviglie è un archivio – “ciò che non si può progettare ma che nascostamente fermenta nei dintorni dell’opera e attraverso noi…” (Nancy).


Accanto a Federico Marinoni che per primo ha lanciato l’idea di organizzare una mostra per trovare dei fondi utili a far nascere l’Archivio (“lo ha fatto con una semplicità unica”, racconta Mariella), una serie di altri attori quali Tiziano Colombi, Chiara Margiotta, Simona Ruggeri, Massimiliano Serra e Chiara Zanga si sono impegnati nell’impresa: e lo hanno fatto con la consapevolezza di essere di fronte a una artista speciale (“l’arte nasce da tutto quello che dentro di noi o fuori di noi succede”, mi ha detto in una lunga e piacevole conversazione telefonica), capace di rendere visibile l’invisibile e di attendere che le cose risorgano come presenze sul filo del presente.
Certo, in mostra ci sono lavori d’una fascinazione disarmante che bucano lo sguardo per trascinarlo in un percorso unico dove tra l’altro i desideri sono messi a nudo e dove “morbidezza” “tenerezza” “seduzione” diventano parte integrante intrigante di un linguaggio fatto di femminilità (attenzione, non di femminismo). Ma quello su cui bisogna oggi riflettere e forse anche insistere è legato a un’altra questione: all’idea cioè di preservare l’itinerario culturale di una artista eccezionale che “non ha mai tradito se stessa” (Bonito Oliva) e il cui archivio, lo sappiamo, ne siamo in attesa, sarà un nuovo dono per tutti.


Il 28 febbraio, per chi è in zona bergamasca, ci sarà, durante il finissage (ve lo consiglio vivamente), una imperdibile conversazione con l’artista.

