Sabe
Till Megerle
Till Megerle, Beato, 2026

Till Megerle: microfisiologia del segno politico

È visitabile fino all’8 maggio la personale di Till Megerle Mikropolitik alla galleria Acappella di Napoli

Il silenzio bianco della carta si incrina sotto la pressione di un tratto che non cerca la pace, ma la verità nuda di un istante dimesso. Nella galleria Acappella, la personale di Till Megerle Mikropolitik si svela come un’esplorazione che arriva fin sotto la pelle, un viaggio dove l’inchiostro e la matita agiscono come bisturi pronti a mappare la geografia dell’anima. La mostra segna il ritorno a Napoli dell’artista nato a Bayreuth e attivo a Vienna, consolidando un legame con il territorio che trasforma vico Santa Maria a Cappella Vecchia in un osservatorio privilegiato sulle dinamiche infinitesimali dell’esistere.

In questo scenario, la figurazione si spinge oltre il visibile per lambire i territori dell’ironia e dell’inquietudine. L’opera Friday emerge dal cartoncino attraverso un intreccio meticoloso di penna a inchiostro e matita; un volto appare sospeso, catturato in una trama di segni fitti che ne esaltano l’intensità psicologica. Poco distante, in Beato, la rigidità della linea si scioglie nella tempera e nella matita colorata: qui il colore si insinua tra i tratti come un respiro, mentre la cornice, realizzata dall’artista, diviene parte integrante di un’immagine che sembra fluttuare in una dimensione onirica e sacrale.

La ricerca prosegue con Kita, dove la penna a inchiostro e la matita colorata su carta delineano una scena collettiva dal sapore arcaico e contemporaneo al tempo stesso. All’interno della cornice d’artista, i corpi si muovono in uno spazio che evoca dinamiche sociali primordiali, dove l’infanzia e l’osservazione si fondono in un equilibrio precario. Con Gimme Yr Phone, la tecnica si fa ancora più stratificata e complessa: penna a inchiostro, pennarello acquerellabile, penna a sfera, matita colorata e vernice collaborano per restituire una scena carica di tensione gestuale, quasi una lotta muta per il possesso di un simulacro tecnologico, racchiusa in un perimetro fisico che ne accentua la drammaticità.

Il percorso espositivo trova una sintesi formale in Sprechstunde, dove la carta tagliata e il pennarello metallico creano un gioco di riflessi e vuoti. Le forme, protette dalla cornice d’artista, sembrano emergere da un buio profondo, trasformando la materia cartacea in un bassorilievo di ombre dorate.

Attraverso questi frammenti di esistenza osservata al microscopio, la politica abbandona le piazze e le istituzioni per manifestarsi nel dettaglio di una mano o nell’inclinazione di un collo. Il titolo stesso, Mikropolitik, non è che la dichiarazione di questo spostamento radicale: l’attenzione scivola dai grandi sistemi ideologici alle dinamiche di potere infinitesimali che regolano la biologia e le relazioni umane. È in questa microfisiologia del potere e dei corpi che il lavoro di Megerle trova la sua massima autorevolezza, ricordando che ogni segno impresso sulla carta è, in fondo, una presa di posizione sul mondo.

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