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Allestimento Paolo Di Paolo, Palazzo Ducale di Genova @Giampaolo Cavalieri

Paolo Di Paolo – Fotografie Ritrovate

Si conclude oggi, 6 aprile 2026, a Palazzo Ducale a Genova, la mostra fotografica Fotografie Ritrovate di Paolo Di Paolo

A cura di Giovanna Calvenzi e Silvia di Paolo

Genova, Palazzo Ducale 23 ottobre 2025 – 6 aprile 2026

Non è solo una bella mostra di fotografie (300), prevalentemente in bianco e nero; non è solo il disvelamento di un tesoro, rimasto nascosto e taciuto per quasi 50 anni, un archivio (250.000 negativi) di opere incredibili, ignorate totalmente, da critici ed esperti del settore, persino dai figli dell’autore, che ne erano stati tenuti all’oscuro; è anche una bella storia che racconta del talento e della determinazione di un  giovane che se ne parte da Larino, Campobasso, Molise, di nascosto dal padre, per approdare a Roma nel 1949, iscriversi a Storia e Filosofia e, sostanzialmente, cambiare vita in modo radicale. Per mantenersi agli studi fa mille lavori: da venditore di spazi pubblicitari per la Guida Monaci, a grafico, vetrinista per la Quadriennale, giornalista; in ogni luogo di lavoro si fa apprezzare, perché ha ingegno, intraprendenza, entusiasmo e spinta innovativa, le sue proposte hanno successo e portano buoni risultati. In poco tempo diventa caporedattore alla C.I.T., Compagnia Italiana Turismo, legata alle Ferrovie dello Stato, ma sempre, quando il direttore di turno gli propone il posto fisso o, addirittura, un avanzamento di carriera, Paolo di Paolo si licenzia, perché ha chiaro di non voler restare dietro a una scrivania.  Nel giro di pochi anni lascia Il Messaggero, l’Unità, la C.I.T. … E corona il suo sogno di comprare la piccola Leica IIIC, la macchina fotografica di Robert Capa, di Henri Cartier-Bresson, che per lungo tempo ha ammirato dalle vetrine dell’ottica Cardone. 

Queste foto ci fanno vedere e rivivere l’Italia della ricostruzione, del boom economico, che lui ha ripreso con sguardo sensibile, attento, curioso, mai giudicante. Non è solo la storia di un grande fotografo autodidatta e “dilettante” (Mi sono sempre considerato un dilettante, ovvero chi fa qualcosa per diletto, per piacere), che ha seguito il suo istinto, il suo garbo, i suoi principi etici in un paese e un’epoca che glielo consentivano, è un reportage, concentrato in sedici anni (1953-1969), sull’Italia di allora: con le macerie della guerra, ma  in fervente trasformazione, che emerge dai vicoli dei piccoli borghi o dalle vie del centro storico della capitale, dalle sue periferie, le sue borgate fatte di baracche e i nuovi quartieri con i palazzoni che si stagliano contro un cielo assolato. Ci sono le contadine del Sud; ma anche le nuove classi lavoratrici che possono permettersi le vacanze al mare o in campagna; la nobiltà d’Europa confluita a Roma per l’esclusivo ballo dei Principi Pallavicini (1958); i grandi eventi di popolo, come quello creatosi per i funerali di Togliatti (1964); c’è Cinecittà e il fervore portato a Roma dalla presenza di star nazionali e internazionali; le parate militari e la caccia alla volpe alla Bufalotta (RM); ci sono le avanguardie artistiche e letterarie… in altre parole, le fotografie dimenticate e poi ritrovate di Paolo Di Paolo raccontano un pezzo cruciale della storia d’Italia. Raccontano di noi (e del resto del mondo).

Paolo di Paolo era nato a Larino il 17 maggio del 1925 e lì è tornato proprio pochi giorni prima di morire (12 giugno 2023); il 16 maggio, un giorno prima del suo novantottesimo compleanno, l’Università La Sapienza di Roma gli aveva conferito la Laurea ad honorem in Storia dell’Arte e il riconoscimento di essere stato tra i più grandi fotografi italiani del Novecento. La “sua” Università, ove aveva studiato fermandosi a tre esami prima della laurea. Si era chiuso un ciclo e la sua lunga e straordinaria vita.

Per molti anni non era più tornato al paese di origine, aveva anche faticato a perdere l’accento molisano che lo metteva in imbarazzo, sia tra gli studenti, sia, ancor di più, nei vari contesti lavorativi che aveva attraversato.

La condivisione degli studi e l’amicizia con Lucio Colletti, ai tempi della Sapienza, l’essere stato quasi adottato dalla famiglia di quello che diventerà un autorevole filosofo e politico italiano, lo avevano aiutato a integrarsi nella grande città e, soprattutto, a venire a contatto, a frequentare quegli ambienti che si sarebbero poi rivelati fondamentali per la sua formazione e per intraprendere la professione di fotografo.

Presso la C.I.T. inizialmente si occupa della Guida di Roma, ne cambia la veste grafica e l’arricchisce con una utilissima mappa, in poco tempo diventa caporedattore di Viaggi in Italia, la rassegna turistica della Compagnia e delle Ferrovie dello Stato. In quel periodo diventa un habitué della trattoria dei fratelli marchigiani Menghi, vicino a Piazza del Popolo, praticamente una seconda casa per una piccola e vivace combriccola di artisti, intellettuali, attori e attrici, tutti piuttosto squattrinati, ma destinati a diventare famosi di lì a poco tempo.

I pittori di via Margutta, Giulio Turcato, Carla Accardi, Mario Mafai, Pietro Consagra, Mimmo Rotella, alcuni degli artisti; Rodolfo Sonego, Cesare Zavattini, Ugo Pirro gli sceneggiatori; i poeti Cardarelli, Gatto, Penna… l’elenco è incompleto, ma è sufficiente a lasciarci immaginare come, in quelle tavolate, piacevolmente rumorose, insieme al vino, buono ed economico, scorressero idee, confronti, condivisioni, anche le basi di cooperazioni future. È all’osteria Menghi che Mario Trevi, lo psicoanalista, e Brianna Caraffa (poetessa e scrittrice) gli propongono il progetto editoriale di una rivista di poesia e fotografia: esce così Montaggio, un esperimento interessante, anche se usciranno solo cinque numeri (1953/1955). È sempre in quella solidale compagnia di “stranieri” nella capitale, che osa far vedere le sue prime fotografie, quasi astratte, ermetiche e a riceverne approvazione e il suggerimento di presentarsi a Il Mondo di Mario Pannunzio.  Praticamente un miraggio per qualsiasi fotografo dell’epoca.

Si avvia, dunque, la sua collaborazione con il settimanale di politica, economia e cultura che ha fatto la storia del giornalismo italiano, incubatore di grandi personalità e professionisti (per esempio, Eugenio Scalfari), liberale nei contenuti (la foto di Benedetto Croce stazionava sulla scrivania del Direttore), innovativo nella concezione stessa, per esempio, del ruolo e significato delle fotografie, che non dovevano costituire un commento, un rinforzo ai testi, bensì essere narrazione, racconto di per sé; nasce, o meglio, si afferma e rinforza, la così detta fotografia evocativa (Roberta Valtorta nel catalogo edito da Marsilio) . Di Paolo divenne il fotografo prediletto di Mario Pannunzio, che ne pubblicò ben 573 fotografie, dal 1954 sino alla chiusura improvvisa del giornale (8 marzo 1966), che segnò l’inizio di una crisi profonda nel nostro. 

Negli anni cinquanta e sessanta “il dilettante” lavorò in modo forsennato per differenti testate e committenze.  Al settimanale Tempo,che aveva ripreso le pubblicazioni nel 1946, passando dalle edizioni Mondadori a quelle di Aldo Palazzi, instaurò un rapporto molto proficuo con il Direttore Arturo Tofanelli che lo incaricò di inchieste di attualità, ma anche interviste, ritratti, di personaggi della cultura, dello spettacolo, dell’arte, nonché viaggi in ogni parte del mondo. Per La settimana Incom Illustrata realizzò una serie di “storie”, ampi servizi fotografici, corredati da suoi testi.

Dal 1965 al 1969 strinse uno stretto legame professionale con Irene Brin (nome d’arte di Maria Vittoria Rossi), un’icona del giornalismo, del jet set, del mondo della moda, dell’arte, dei festival culturali e cinematografici e del design; fu lei a introdurlo e affiancarlo negli ambienti più esclusivi: nei vernissage del MoMA; nel Festival dei due mondi di Spoleto; nella Biennale di Venezia; nelle cruise collection, cioè le nuove collezioni di moda presentate durante le navigazioni verso New York; nei palazzi nobiliari della capitale a fotografare principesse e nobildonne in veste di modelle… Questi servizi venivano pubblicati su Bellezza. Mensile di Alta Moda e della Vita Italiana, fondato nel 1941 da Giò Ponti, oppure su Domina, nuova (1968) rivista del gruppo Domus. Sempre tramite Irene Brin gli furono commissionati servizi sui grandi interpreti del cinema italiano (Marcello Mastroianni, Sofia Loren…) per la rivista americana Harper’s Bazaar.

Per il mensile Successo realizzò (1959) La lunga strada di sabbia (titolo inventato da Di Paolo stesso), un lungo reportage sulle vacanze degli italiani, da Ventimiglia a Trieste, pubblicato in tre puntate. La prima tappa del viaggio la fece insieme all’autore dei testi: Pier Paolo Pasolini, ancora poco conosciuto. Una volta affermatosi, come scrittore e come regista, fu lui a chiamarlo per i servizi fotografici durante le riprese di Mamma Roma (1962) e di Il Vangelo secondo S. Matteo (1964), e persino nella sua vita privata: a casa con la madre, nei luoghi da lui amati. 

Una peculiarità di Paolo Di Paolo è stata la sua grande capacità di farsi accettare e stimare, ma anche di entrare in sintonia, in alcuni casi in confidenza o, addirittura, in amicizia, con le persone, che fossero gli emarginati delle borgate o i reclusi delle carceri di massima sicurezza (inchiesta del 1961), oppure gli intellettuali, gli artisti, gli industriali (Enzo Ferrari, 1961), gli attori e le attrici, i nobili dell’aristocrazia romana o gli altri “aristocratici” delle avanguardie di New York. Una grande dote, che derivava dalla sua cultura e dalla sua umanità, dal suo restare fedele a valori quali il rispetto, la discrezione, la correttezza.  L’ha aiutato molto il suo carattere, forte, determinato, ma anche ironico, quel suo ripetere “qualcosa dovrà succedere”, che lo spingeva a sperimentare, buttarsi in avanti, proporsi al mitico Mario Pannunzio o alla Principessa Elvina Pallavicini: era il duecentounesimo fotografo che si offriva per un servizio esclusivo durante il Gran Ballo organizzato per il debutto in società della principessina Camilla (1958), scartati i precedenti 200, fu l’unico a immortalare quell’evento davvero speciale.

 Gli anni sessanta a Roma sono ricordati come La dolce vita, Di Paolo, invece, preferisce definirli una bella stagione, perché ricca di occasioni, opportunità, quando i sogni sembrano avverarsi oltre il previsto e il futuro si presenta aperto e luminoso. Lui esce sempre più dall’ombra: lo scoop nel 1955 per la Settimana Incom Illustrata sui “fidanzatini” Lucia Bosé (Miss Italia 1947) e Luis Miguel Dominguìn (glorioso e affascinante torero spagnolo) lo aveva svelato e fatto conoscere negli ambienti del fotogiornalismo, dello spettacolo, della mondanità; ancor di più l’esclusività delle sue foto della nobiltà europea confluita a palazzo Rospigliosi Pallavicini. La sua fama aumenta in modo vertiginoso nel 1960 con il servizio in Persia sullo Scià Reza Pahlavi e la sua giovane seconda moglie Farah Diba, pubblicato su Il Tempo.

È un susseguirsi di eventi, servizi, pubblicazioni: il ritratto in Portogallo dell’ex Re d’Italia Umberto II; gli Incontri impossibili (Giorgio de Chirico e Gina Lollobrigida; Salvatore Quasimodo e Anita Ekberg; Luchino Visconti e Mina; Nilde Iotti e il comico Renato Rascel…) per il mensile Successo; il Teatro Popolare Itinerante di Vittorio Gassman…

Ritroviamo tutto raccontato in questa bella e preziosa mostra, attraverso le foto, nonché, video, copie cartacee, documenti. 

L’ 8 marzo 1966, letto l’editoriale di Pannunzio, sull’ultimo numero de Il Mondo, invia questo telegramma “Caro direttore: oggi per me e per altri amici fotografi muore l’ambizione di fare questo mestiere”.

Allestimento Paolo Di Paolo, Palazzo Ducale di Genova @Giampaolo Cavalieri

Nel 1968 Arturo Tofanelli lascia la direzione de Il Tempo e di Successo. Improvvisamente, nel 1969, Irene Brin muore. Questa serie di eventi luttuosi, unitamente ai velocissimi cambiamenti nella società e nel mondo dei media: l’avvento della televisione, la chiusura di storiche testate e l’avvio di altre più interessate al gossip, agli scandali, gli fanno assumere una drastica decisione. Di Paolo non è mai stato un paparazzo e non ha alcun interesse a diventarlo.

Chiude con la fotografia, cataloga in modo dettagliato e preciso negativi, stampe, riviste, chiude in cassettiere e mobiletti/schedari e…inabissa il tutto in cantina. Si sposa, cambia professione, si trasferisce a vivere in campagna.

Sarà la figlia Silvia a scoprire casualmente (1995) queste opere e questa identità del padre a lei sconosciuta. Ma occorreranno ancora anni, decenni, per riuscire a smuovere le sue resistenze e ad avere la sua autorizzazione per rendere visibile questo Mondo perduto

Una prima mostra al MAXXI di Roma nel 2019 con la curatela di Giovanna Calvenzi. L’avvio, a partire dal 2017, di interviste con riprese video da parte del grande fotografo americano Bruce Weber: si erano rotti gli argini e il racconto vivace, accalorato, precisissimo e dettagliato del 92enne Paolo Di Paolo si  trasforma in un film-documentario che uscirà nel 2021, The Treasure of his youth.

Dobbiamo ringraziare Silvia Di Paolo, per la sua tenacia, pazienza e capacità di mediazione, di intrecciare rapporti, relazioni, contatti e di mantenere in vita la rete che ha consentito a tutti noi di poter ammirare questo tesoro. 

Si apprezza il bellissimo e ricco catalogo pubblicato da Marsilio Arte, con testi delle due curatrici, oltre che di Bruce Weber, Isabella Rossellini ed altri esperti e testimoni.

Silvia Di Paolo ha pubblicato, nel marzo 2026, Qualcosa dovrà succedere – Marsilio Romanzi:

 “Tra memoria familiare e storia collettiva, questo romanzo biografico e autobiografico narra la scoperta di un padre, la rinascita di un uomo e della sua eredità artistica”, davvero una piacevole e intrigante lettura.

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