Su George Condo, le “mostre virtuali” e la pandemia

Drawings For Distanced Figures è la mostra realizzata per il web da George Condo. È lo stesso artista a dichiarare: “I love to draw and in the usual context of privacy, one doesn’t think of the term isolation or forced separation, rather it’s a space to create without being watched”.

Sul website della galleria Hauser & Wirth è presente una delle tante “mostre virtuali” che stanno nascendo in questo periodo, le uniche mostre (ahimè) possibili in un momento storico in cui circa un terzo della popolazione mondiale sta vivendo restrizioni distopiche alla propria libertà personale, conseguenza dell’emergenza sanitaria causata dal Covid-19. Ed è proprio l’isolamento personale che ognuno di noi sta sperimentando in questi giorni il tema di sei grandi disegni prodotti da George Condo, con pastelli, matite ed inchiostri,durante la quarantena, rigorosamente nella solitudine del suo studio a New York. La “mostra” si intitola Drawings For Distanced Figures, in essa è presente anche un breve video dell’artista a lavoro e il 10% dei profitti ricavati dalla vendita delle opere sarà donato attraverso “COVID-Solidarity Response Fund for WHO”alla lotta mondiale contro il Covid-19.

Illuminato perennemente dal fascino che solo chi ha lavorato nella Silver Factory di Warhol può avere, Condo, che ha raggiunto la notorietà insieme a Basquiat e Haring, di cui era amico, in quel ritorno alla figurazione che in loro triangolava arte primitiva, avanguardie storiche e Pop art, riflette sui danni psicologici che l’isolamento prolungato può produrre, e lo fa con piena fedeltà alla sua cifra stilistica più tipica: la ritualità del disegno come vettore emozionale, la tecnica quasi surreal pop, che a ben vedere è un ragionamento più complesso che interessa cubismo, surrealismo e realismo (il termine coniato da lui “realismo artificiale” ne dà un buon riassunto) e i temi Pop, d’altronde di questi tempi il Covid-19 è l’argomento più popolare al mondo.

Sembra, però, che in queste opere il dramma sia più chiaramente identificabile in confronto ai suoi precedenti lavori. Le “distanced figures” del titolo tradiscono la caoticità delle opere, stratificazioni e sovrapposizioni confusionarie ma allo stesso tempo strutturate, di più individui che mostrano tutta l’inquietudine interiore: la paura, la claustrofobia, il panico, l’angoscia, di una condizione così tragicamente surreale. I vari stati psicologici si declinano spesso nella relazione tra due figure, connesse da intersezioni, ma isolate dall’assenza di un punto di vista comune. Domina sempre un mosaico di occhi, porta d’ingresso e di uscita all’interiore e all’inconscio, in volti schizofrenici ed esausti, ritratto collettivo in cui è difficile non riconoscersi almeno in parte.

Ma nelle opere si nasconde un’estasi, che funge da antidoto, una luce di positività che dimostra le capacità curative dell’arte, una bellezza che travalica la forma e che cerca di temprare gli animi, la nostra coscienza personale indebolita dalla solitudine, d’altronde ci si riconosce soltanto negli occhi dell’altro, quegli occhi che nelle opere non si incrociano mai. La frase dell’artista che troviamo insieme alle opere mostrate è molto significativa: “I love to draw and in the usual context of privacy, one doesn’t think of the term isolation or forced separation, rather it’s a space to create without being watched.”

Indirizzare nella giusta direzione quella inviolabile voglia di isolarsi dal caos quotidiano di una società iperveloce è forse l’unico modo per sopravvivere al suo più drammatico, statico, contrario.

Inoltre, le proprietà fascinatorie di questa mostra, al pari delle sue controparti analogiche, non trascendono dallo “spazio” in cui è messa in scena. Pubblicizzando la mostra al pari di una mostra analogica, senza cioè immergere le opere nell’ubiquitario atemporale flusso dei social network (come invece molti altri esperimenti di questo tipo hanno fatto), esse resistono al livellamento strutturale che appartiene a tutto ciò che entra in quella indistinta massa di informazioni che mescolano collettivo e personale, in cui tutto ha pari dignità: un selfie, la foto di un gatto o appunto un’opera d’arte. Concedendogli di fatto un “luogo” digitale, che può essere raggiunto dalla propria interfaccia, anch’essa digitale, attraverso un percorso (tra le diverse pagine del Word Wide Web) si dà alle opere, nonostante tutto, un certo tipo di aura. Un’aura non più d’esponibilità, come la chiamò Benjamin, ma una sorta di aura digitale che presuppone in un certo qual modo la contemplazione. Se molto spesso le traduzioni in codice binario di opere d’arte perdono ogni loro fascinazione per via di eterogenee motivazioni che interessano l’informatica, la psicologia e la percezione, ponendole in un “luogo” tutto loro esse si isolano. Potendole, poi, ingrandire molte volte grazie ad un’alta qualità della foto e vagando attraverso il nostro mouse sulle loro superfici, ecco che l’Occhio o’dohertyano si trasforma, abbandona il nostro corpo ed entra nello strumento tecnico stesso. Rimanendo sugli scritti di Brian O’Doherty, la pagina web dedicata alla “mostra virtuale” non ha troppe differenze, teoricamente, con il white cube, e lo si nota da alcune frasi con cui il critico descrive il cubo bianco negli anni Settanta: “La loro superficie intatta non è intaccata dal tempo e dalle sue vicissitudini”, “L’arte esiste in una specie di eternità dell’esposizione”, o ancora “Lo spazio fa pensare che mentre gli occhi e le menti sono ben accetti, i corpi non lo sono”.

George Condo, Parallel Lives, 2020

La “mostra”, poi, trova il suo senso nel momento stesso che stiamo vivendo: una riflessione contemporanea di opere inedite non può essere mostrata per la prima volta solo nel momento in cui sarà possibile riaprire al pubblico i luoghi dedicati alla cultura, perché essa risulterà datata, perderà l’espressione che la caratterizza. Questa “mostra” non è una semplice addizione di opere prodotte nel passato, e messe insieme in un’irrilevante “evento digitale”, ma è l’unico modo in cui i lavori di Condo possono avere senso. Delle opere sull’isolamento da fruire nel corso di esso da visitatori per forza di cose esclusivamente digitali.

Quindi anche una mostra su internet di riproduzioni digitali di opere prettamente analogiche può avere un senso se ben strutturata. Quello che viene in mente però, è un ragionamento affine a quello di uno degli innumerevoli medici che in questi giorni affollano i programmi televisivi, riguardo alla mancanza dei ventilatori polmonari e all’invenzione di una tecnologia che permette ad un solo strumento di poter essere utilizzato contemporaneamente da due pazienti diversi: è una “tecnologia di guerra”, che appena usciti dalla crisi speriamo non ci sia più bisogno di utilizzare.