Installation view ERON, Ex Convento di San Francesco, Bagnacavallo

Strade e Storie. Paesaggi da Hokusai a Hiroshige e ERON

Dai maestri giapponesi dell’ukiyo-e al pioniere italiano del writing. Strade e Storie. Paesaggi da Hokusai a Hiroshige e ERON al Museo Civico di Bagnacavallo

Al Museo Civico di Bagnacavallo due mostre apparentemente lontane, per epoche e visioni, nelle due sedi, la principale del complesso conventuale delle suore Cappuccine e il luogo dedicato al contemporaneo, l’ex convento di San Francesco. L’occhio e la mente vengono trasportati dalla xilografia giapponese del XIX secolo, di Katsushika Hokusai e Andō Hiroshige, alle opere di Eron, il celebre street artist. Strade e storie passate e paesaggio urbano odierno si legano quindi in un progetto ambizioso, curato da Davide Caroli, che testimonia il percorso di due mondi diversi, Oriente e Occidente, due ere distanti, attraverso lavori realizzati con tecniche differenti, dagli ukiyo-e alla vernice spray, che si incontrano in una stessa cittadina, nella provincia di Ravenna, per narrare attraverso vedute e personaggi, scivolando a tratti verso l’onirico con le opere di Eron. Si passa dall’ordinato percorso museale organizzato per sale dei maestri giapponesi, con più di centoventi opere in mostra, alle mura scrostate e agli alti soffitti delle stanze dei piani superiori dell’ex convento che accompagnano nella ricerca delle sorprese che si celano entro l’affascinante cornice architettonica, con i lavori dell’artista rimineseperfettamente inseriti nel contesto. Alla xilografia sottende la quantità, la produzione di immagini in serie la cui tiratura, talvolta giudicata eccessiva dalla cultura occidentale, dipendeva dalla loro fortuna e diffusione e arrivava a consumare completamente i legni. Opposta la visione di Eron: in una sola parola, unicità. Non sussiste un paragone, è palese, ma è estremamente interessante la presentazione di due universi artistici che si avvicinano nella tematica del viaggio, comunemente fisico e interiore. 

Strade e storie. Paesaggi da Hokusai a Hiroshige si apre con una sala dedicata totalmente al maestro indiscusso dell’ ukiyo-e – che significa letteralmente “immagini del mondo fluttuante” – per cui la natura appare sempre sovrana e l’essere umano ne è quasi schiacciato. La più nota, di certo, è La grande onda, presente in mostra, ed è fra quelle tirate in numerosissimi esemplari tanto da logorare il legno originale. Questa è una delle immagini simbolo di quel fenomeno denominato Japonisme diffuso nell’Impressionismo dal 1862 (di cui parla approfonditamente nel catalogo Marco Fagioli): nell’Esposizione Universale di Londra erano presenti numerosissime stampe della Scuola ukiyo-e che influirono fortemente sulla pittura europea. Le strutture architettoniche e gli elementi naturali mangiano l’uomo che è soggetto secondario. Nelle Trentasei vedute del Fuji, una selezione delle quali è all’interno del percorso espositivo, tra cui appunto La grande onda, il forte significato popolare e religioso della vetta più alta del Giappone emerge dalle xilografie ed è monito per l’essere umano spesso occupato in altre attività. Il racconto continua con le opere del celebre paesaggista di Edo, Hiroshige, molto attento nei confronti della natura e delle sue manifestazioni; meraviglioso il suo Paesaggio con luna piena sull’orizzonte alla sera del 1853. Dopo la riforma di epoca Tenpō, Hiroshige si appassiona ai temi mitologici e storici come il dramma teatrale che racconta la storia dei 47 Roni. Qui il paesaggio va in secondo piano, il formato da orizzontale diviene verticale e i due fratelli samurai, mai abbandonati dal loro desiderio di vendetta, sono al centro delle scene. La strada della Tōkaidō, che collegava Edo a Kyōto, capitale dell’Imperatore, è focus centrale della mostra di Bagnacavallo. Una selezione davvero ricca di xilografie corre lungo le pareti della sala più ampia del Museo. Si pensa che Hiroshige abbia percorso, al seguito della spedizione dello shogun, questa lunga via, piena di stazioni di sosta, intorno al 1832, e che questo viaggio abbia condotto alla realizzazione della serie che lo ha reso famoso. Una sorta di guida illustrata, la sua, con cortei, ponti, imbarchi, villaggi con negozi e straordinarie vedute in cui l’atmosfera è tangibile, in cui ritorna il suo amore per la natura. Un meraviglioso kimono in taffetas di seta, tinto a riserva, cioè legando strettamente parti della matassa per proteggerle, e dipinto, è al centro della sala, proveniente dal Museo d’Arte Orientale di Venezia che ha collaborato alla realizzazione dell’esposizione. L’indumento tradizionale ricorda l’influenza degli ukiyo-e grazie al lavoro di Hiroshige e ci riporta nel quotidiano. 

Stazioni di sosta sono anche gli spostamenti di Eron, sicuramente più agevoli, nel mondo. Interazioni con il paesaggio urbano, dapprima, fornitori di forme e cromie tramite la bomboletta spray, i suoi lavori raccontano storie da trent’anni, con coerenza e prendendo posizioni ben precise. Partendo dalla terra natia, in Saluti da K-Rimini c’è un evidente riferimento alla sua città di origine: un’installazione di cartoline raccoglie i graffiti realizzati negli anni e ci permette di notare le sue indiscutibili capacità e l’evoluzione del lettering, insieme alla pungente ironia che lo caratterizza e che da sempre attira l’attenzione. In altro modo, prima della salita delle scale che permettono l’ingresso alla mostra, Lifebelt, la raffigurazione su tela con l’utilizzo dello spray di un salvagente, rappresenta un anello di libri, unico strumento di salvezza. Le parole, come quelle sui muri, sono monito che invita a riflettere chi ancora crede che la conoscenza non sia riparo e liberazione. Nei suoi Landscape Eron gioca sull’inserimento di figure stilizzate, che ricordano disegni infantili, su sfondi paesaggistici fumosi e sfumati realizzati in maniera certosina con lo spray. Questi elementi riportano al sogno, al ricordo che emerge in una visione confusa che vuole comunicarci il suo essere presente, con un’abilità tecnica che, dopo anni di attività illegale e tanti vagoni dipinti, è presente anche sulla tela. La luce è centrale in alcuni suoi lavori, è elemento metafisico che quasi ci inganna arrivando da una sorgente non ben definita: sembra volersi avvicinare e rivela nei suoi Follow quella forma a cuore, segno di un sentimento positivo da ricercare. C’è un percorso quasi iniziatico all’interno di questa mostra, percorrendo tutto il lungo corridoio centrale, che conduce a Painting 300623: un albero a forma di cuore, visto dall’alto, è al centro della tela e proietta la sua ombra sull’acqua mista a melma. Palese e forte il legame con ciò che è accaduto in Emilia Romagna, con la forte alluvione che ha colpito la regione. Isolato quell’albero parla della tragedia e ha in animo un cambiamento positivo che attende speranzoso.