Dal titolo Gasp, l’esposizione è sostanzialmente un’installazione composta da 3 diverse sculture ibride in tessuto, una delle quali, come vedremo, composta da diversi elementi a sua volta, in un’atea e contemporanea mistica, tanto viscerale quanto aggraziata, del femminile.
Il respiro affannoso, ansimante, del titolo, proietta in una dimensione pessimistica ma non irrimediabile della condizione femminile, rappresentata visivamente, nei lavori dell’artista, da un cruento scollamento della testa dal corpo muliebre, in una ripartizione corporea che indaga la Storia e la mitologia del grande machista occidentale. Tema immenso, questo, che Perach indaga partendo da due sineddoche, una propriamente mitologica, la figura di Apollo, l’altra più popolare, quella di Barbablù.
Seven Wives (2020) prende spunto dalla misogina fiaba Barbablù, in cui le mogli impiccione dell’omonimo personaggio del titolo vengono punite una dopo l’altra con la morte, e in particolare, da una illustrazione folkloristica che le mostra impiccate in fila, come le 7 teste dell’opera, una per ogni archetipo femminile proposto dallo psicanalista Jung. Tutte insieme, queste teste, “simbolo del comportamento irrazionale e violento inflitto al corpo femminile nel corso della storia”, come leggiamo nel testo critico, sono la rappresentazione di qualunque donna in qualunque spazio e in qualunque tempo.
La testa per rappresentare l’intero corpo, lo spazio aureo del pensiero che tratteggia l’infinito, in un’opera che si fa carico di accogliere nella sua aura postmoderna, politica ed estetica, etica e morale. Lo stesso spazio, la testa, mancante nelle altre due sculture: Daphne (2021) e Transformer (2021), che anche per questo, tradotte nello sguardo del visitatore, all’esistenziale preferiscono l’essenziale.
Entrambe si ispirano alla lettura che dà Griselda Pollock sull’Apollo e Dafne del Bernini, mettendo in evidenza, per quanto riguarda la ninfa, “l’agonia silenziosa e disperata, causata dall’attenzione indesiderata di Apollo”, trattando la metamorfosi che ne consegue come un dramma pregno di maschilismo. Perach in Daphne ricrea la posa della ninfa scolpita da Bernini, ma ne amputa la testa (l’espressione) e le braccia (la difesa), eliminando anche l’elemento che ha posto in essere l’amputazione stessa, non curandosi della volontà della donna, così come dei sui gesti difensivi: Apollo. Ne risulta una grottesca mancanza, ancor più pronunciata in Transformer in cui ne rimane solo il busto trafitto dai rami dell’albero che gli stanno crescendo dall’interno, che diviene sinonimo di malessere nell’espressione di una passività inaccettabile.
A infondere di critica questa operazione artistica ha un ruolo molto importante il materiale con cui sono state create tutte le opere: i tappeti tessili fatti a mano grazie alla tecnica del tufting, elementi domestici e legati secolarmente al ruolo della donna, che ne diventano “estensione dell’inconscio” ed “eredità di genere”, dunque. Il morbido materiale, oltre a diminuire il pathos dell’amputazione e contemporaneamente ad accrescerne le sfumature perturbanti, si fa gesto e firma di un femminismo che accetta il suo genere reclamando la sua indipendenza dal suo complementare opposto, qui censurato, eliminato da ogni rappresentazione. L’esposizione sembra accostarsi in modo profondamente sensibile ad una tematica sempre onnipresente e inflazionata ma mai ancora risolta, ponendo l’attenzione su una civiltà che nei secoli è stata sempre maschilista, e sulla donna in quanto tale e non confrontata, come spesso accade, all’uomo. Un’indipendenza che non può accettare gli atti violenti di un uxoricida come Barbablù, né tantomeno le molestie di Apollo.
Tutto è concreto nelle opere di Perach, il corpo tradotto in scultura si fa vettore di significato, al pari delle sue mancanze. Vettore culturale infuso ed espanso nella società, opera sinceramente femminista, che modifica le coordinate concettuali in cui siamo immersi in modo silenzioso, senza sbraitare, picconare banalità e nascondersi dietro questioni mainstream. D’altronde essere puramente coscienti di se stessi è il risultato a cui tendere, e come scrisse Ursula Le Guin in un pensiero che è sintesi e manifesto di qualunque lotta femminista: “When we women offer our experience as our truth, as human truth, all the maps change. There are new mountains”.
Anna Perach – Gasp
dal 29 maggio al 25 settembre 2021
Galleria ADA
Via dei Genovesi, 35 – Roma
Orario: dal martedì al venerdì 14-19 o su appuntamento
email: info@ada-project.it
sito: www.ada-project.it







