SPLEEN. Tre opere per la Fondazione Filiberto e Bianca Menna

Dal 4 maggio al 30 giugno 2024 presso la Fondazione Filiberto e Bianca Menna di Salerno è in mostra il progetto SPLEEN. Tre opere per la Fondazione Filiberto e Bianca Menna a cura di Gianpaolo Cacciottolo e Massimo Maiorino.

La scelta del titolo SPLEEN rimanda al celebre poema di Baudelaire, Lo spleen di Parigi (1867-1869), e alla serie di poesie nella raccolta I fiori del male (1857). Nel primo testo più che nel secondo, e l’acuto occhio di Filiberto Menna ne rintraccia bene il carattere nella Profezia di una società estetica (1968), al centro delle sensazioni tradotte in linguaggio poetico vi è il rapporto tra la città e l’artista flâneur e voyeur. Come si legge dal comunicato della mostra: «vivere nel presente significa per Baudelaire, dice Menna, “entrare dentro la nuova realtà, prendere atto di una situazione profondamente mutata in cui l’orizzonte dell’esistenza quotidiana non è più dato dalla natura ma dalla città”. L’autore francese affida perciò all’artista moderno il “compito di vivere e rappresentare questo presente”, di “tirar fuori l’eterno dal transitorio”, nello spazio di una tensione fortissima tra moltitudine e solitudine che si concretizza nell’esperienza della città moderna. L’artista, preso nel mezzo di un gioco combinatorio che lo colloca tra l’esperienza della folla e una struttura urbana ormai programmata, diviene così uno “specchio altrettanto immenso quanto questa folla; un caleidoscopio fornito di coscienza, che, ad ogni movimento, rappresenta la vita molteplice e la grazia mobile di tutti gli elementi della vita”».
Emblematici, dunque, in tal senso, sono gli appuntamenti espositivi nella città di Salerno che non ha perciò la valenza di mera collocazione ma diviene dichiarata scelta di campo: nello specifico, il luogo della Fondazione Filiberto e Bianca Menna centrale nel panorama artistico salernitano data la sua mission di continuare a fare della città un luogo dell’arte contemporanea aperta alle sperimentazioni artistiche di carattere internazionali e profondamente attuali. Gli artisti coinvolti, Davide Sgambaro, Marco Strappato, collettivo damp, con tre progetti site-specific, a partire dallo spazio della fondazione, hanno generato esperienze estetiche in grado di fungere da ponte e raccordo tra questo importante luogo storico – molto spesso dimenticato o addirittura ignorato – e il resto della città.
Il 4 maggio è stata inaugurata la prima opera, Hey there you, looking for a brighter season (moth), di Davide Sgambaro. Essa consiste in una la proiezione intermittente di tre luci che riproducono in loop una traccia luminosa basata sul sistema binario del codice morse. Dedicata alla città di Salerno – simbolo, come altre città del Sud Italia dell’inizio della liberazione dal nazi-fascismo – l’opera invia un messaggio luminoso che corrisponde a V V V V (…- / …- / …- / …-), codice utilizzato da Radio Londra per trasmettere messaggi alla Resistenza italiana. Inoltre, la successione delle quattro V segue la metrica delle prime due battute della Sinfonia n.5 di Ludwig Van Beethoven, una delle più celebri e drammatiche del compositore.
Il senso e la forma dell’opera sono incredibilmente contemporanei. Conferendo alla Fondazione Filiberto e Bianca Menna lo status di soggetto generativo di barlumi di luce (rivolti verso il mare) nella notte, l’artista ci racconta dell’arte come luogo resistente e sovversivo, in grado di istruire ancora nuove grammatiche della vita a partire da inattesi e autentici codici visivi.
Nel 1961 Pier Paolo Pasolini, nella poesia La Resistenza e la sua luce, afferma che la Resistenza fu pura luce, luce sempre uguale ad altra luce che, da un certo memento in poi, dalla Liberazione, fu fonte di nuova speranza. Questo chiarore seppur rinnovato, ma perenne e uguale a se stesso, giunto a un punto definitivo, tuttavia, ebbe un risvolto drastico e infelice. In Lacrime, la poesia che segue quella appena citata in La religione del mio tempo, il poeta realizza che la Liberazione, con un passaggio di natura estremamente tragica, è divenuta solo “il dopoguerra”: «quella luce, per cui vivemmo, […] fonte ora di solitarie, vergognose lacrime».
La luce perenne, da conquista di rinnovata speranza, da scintilla dell’avvenire glorioso, si trasfigura in realtà accecante. Non è un caso che pochi anni dopo, il 1° febbraio 1975 il Corriere della Sera pubblica un intervento di Pier Paolo Pasolini intitolato Il vuoto del potere in Italia noto oggi come L’articolo delle lucciole. In opposizione alla luce definitiva ed invadente del dopoguerra, alla luce della società dello spettacolo per declinarla in accezione situazionista, Pasolini riscopre l’importanza della luce che si dà e si nega, della sopravvivenza dei barlumi nel buio.
Non più la pretesa, l’imposta luminosità perenne del regno della Luce, del Regno dei Cieli quanto la luce «feroce» dei riflettori della propaganda, delle torri di guardia, degli spettacoli politici, degli stadi di calcio, dei palcoscenici televisivi, bensì il bagliore tremolante: la lucciola (Didi – Hubermann, Come le lucciole: una politica delle sopravvivenze, 2009).
Il chiaro che si dà allo scuro e viceversa. Le piccole luci della vita con le loro ombre pesanti. I resistenti di ogni sorta si trasformano in lucciole costretti ad emettere segnali discreti, alternativa allo stato di cose presente, in grado di riconfigurare il futuro. Ma da dove mandano queste lucciole i loro segnali? Qual è il luogo dell’emissione, dell’eccezione allo stato d’eccezione (che poi è la regola), malgrado tutto?
Esso è l’ arte e al contempo la città non capitale, nel nostro caso Salerno, città come tanti altri posti non al centro ma centrali per ripartire, per riscoprire. Posti in cui esistono ancora le esperienze che si trasmettono al di là e oltre gli spettacoli.
Solo nel rapporto tra accecante luce dei feroci riflettori e luce intermittente, nomade e interstiziale è possibile collocare l’opera di Davide Sgambato. Un’istallazione visiva che allude ad aperture, al possibile dei bagliori, dei malgrado tutto. Ma questo jour (luce e giorno in francese) non ci è dato. Sta a noi elaborare il sintomo, la trasmittenza e conferirgli il potere di trasformare davvero, divenire jour perenne.
Che i tempi (tanto dell’intermittenza, quanto della storia) si facciano visibili in contre-temps (controtempi e contrattempi in francese). Essi non vanno via, non scompaio, restano in stand by, latenti, memoria collettiva su cui insistere: linfa che passa nelle viscere, linfa da far defluire per dar nuova vita. Migliaia potrebbero essere le ragioni per crogiolarsi nel pessimismo, nella luce perenne, nella notte più buia, eppure, l’artista ci impone uno scarto, un equivoco interrogando il nostro sguardo che è anche il nostro sentire. Ad un tratto accade. Accade «l’infanzia dello sguardo sulla cosa» direbbe Walter Benjamin. Un accidente svela, rende visibile, leggibile nel nostro caso visto che si tratta un segnale ben preciso.
Ciò che si interrompe, che si spegne, non per forza sparisce o capitola definitivamente. Tale è l’andamento intermittente della memoria, processo che segue una temporalità impura: né morte, né fissità, né il nulla, né la pienezza. Tale rebus giunge ai nostri sguardi sussurrando una sismografia politica e intima, una storia intesa come fenomeno che non si limita alle sole pagine della storia dalla S maiuscola ma che invade l’io più profondo di ogni soggettività convolta, che può prendere ancora e ciò nonostante parola.
La stoia è un segnale, si trasmette. La storia è profezia: ciò che nel presente si riesce a intravedere del futuro, scintille di umanità.
L’opera Hey there you, looking for a brighter season (moth) di Davide Sgambaro però ci suggerisce anche una metafora della nostra condizione attuale: l’essere falena (moth). Se il segnale trasmesso, metafora dell’arte in sè oseremo dire, si pone rispetto alla storia e al destino dell’umanità come una lucciola pasolininana, coloro che lo guardano, gli osservatori, invece sono delle falene, animali che non mangiano e non bevono nient’altro che lacrime, farfalle che gradualmente e silenziosamente divorano, consumano o distruggono qualunque altra cosa. (Thomas Harris, Il silenzio degli innocenti, 1988) Nella società dei consumi, dello spettacolo, della luce perenne, noi siamo falene attratte dal neon continuo, dalla brillantezza della merce, afflitte dalla bulimia del godimento effimero.
La vera scommessa non è però cambiare animale, cambiare natura, piuttosto è rovesciare l’attrazione, guardare a qualcos’altro che non sia la mortifera luce fredda del centro commerciale (pensiamo agli usi, consumi e costumi delle nostre realtà cittadine e tutto ci sarà più chiaro). È rivolgere lo sguardo al segnale, alla lucciola, all’arte come terreno di riscoperta dell’umano e delle sue possibilità.
L’opera di Sgambato, semplice ma in grado di interrogare dal profondo, è una presa di parola radicale in tal senso e quindi, da questo punto di vista, è dirimente la scelta del luogo e dello spazio.
Ne Lo spleen di Parigi, nella città, nella quotidianità si rivela l’eccezione e l’eccezionalità della vita e il poeta è l’eletto in grado cogliere «tutte le gioie e tutte le miserie che le circostanze gli offrono […] all’imprevisto che si mostra, all’ignoto che passa».
Compito dell’artista e del poeta (che in qualche modo fa parte della stessa famiglia) è quello di donare all’altro tale capacità di raccolta degli stimoli, però sta a noi, soprattutto, predisporci a questo gesto, aprendoci.

Il 24 maggio ci sarà il secondo appuntamento di SPLEEN. Tre opere per la Fondazione Filiberto e Bianca Menna, stavolta con un’opera site-specific di Marco Strappato, Qui mi sento a casa e, a seguire, il 14 giugno, Hikikomori, realizzata dal collettivo damp,
Durante il periodo espositivo, inoltre, sono stati pensati dei momenti di avvicinamento: il convegno Oltre il Museo: curare ed esporre nello spazio pubblico (già svolto) del 17 maggio, un ciclo di proiezioni (format ormai storico e fortunato di Arte di sera presso la Fondazione) e un calendario di laboratori didattici a cura di Rita Ventre. Nell’autunno del 2024 è prevista la presentazione del catalogo e la proiezione di un documentario sull’intero progetto, realizzato dal regista Elio Di Pace.

Vi è la città, v’è l’eccezione, ora è il turno de «il Figlio diseredato che s’inebria di sole».