Castelbasso - Progetto Genesi
Olivia Rainaldi
Alessia Forconi. Foto di Olivia Rainaldi

Sistema Arte Roma. Colloquio con Olivia Rainaldi

Il sistema dell’arte è una struttura che vive di picchi visibili – artisti, galleristi, curatori – quanto di professionalità spesso lasciate in ombra. Con il progetto in progress Sistema Arte Roma, la fotografa romana Olivia Rainaldi, ventitré anni, sta realizzando una mappatura integrale di tale composita comunità. La abbiamo intervistata per segnonline.

Come è nata l’idea di una ricognizione su uno specifico sistema dell’arte? Quale urgenza ti ha spinto a esplorare questa giungla?

L’idea del progetto Sistema Arte Roma nasce dalla volontà di esplorare, documentare e comprendere questo mondo nelle sue diramazioni. Mio papà è un artista e mia mamma una storica dell’arte; ho sempre respirato l’arte attraverso di loro. Sicuramente è qualcosa che mi ha influenzato nell’ideazione di questo progetto. In un certo senso, la volontà di osservare il mondo dell’arte nasce da lì. L’intenzione è stata dunque quella di vedere con chiarezza, di scoprire e riscoprire attraverso la fotografia e attraverso il mio sguardo un mondo in cui ho avuto la possibilità di sbirciare e che si è rivelato essere qualcosa di complesso, una grande rete in cui tutto è connesso.

La scelta della capitale come campo d’indagine – tutte le figure lavorano a Roma – deriva dalla vicinanza e dalla conseguente facilità nella logistica, oppure risiede nella specificità delle dinamiche di una città dove la stratificazione storica convive costantemente con il contemporaneo?

Roma è la mia città, è dove sono nata, dove tutt’ora vivo e lavoro. Volevo partire dalla base, da ciò che conosco meglio. Mi ritengo fortunata, Roma è una città come nessun’altra al mondo; è come un gigantesco palinsesto, una fitta stratificazione di storia e di cultura convive in essa. È per questo che nel progetto inserirò anche realtà che si dedicano all’arte di epoche storiche passate, un’arte che ancora ci parla e che per ciò è sempre contemporanea. Per questi motivi la scelta di partire dalla capitale mi è sembrata più che naturale.

Nel progetto, accanto alle figure tradizionali come artisti, galleristi e curatori, compaiono corniciai, mastri fonditori e persino il portiere di un museo. Secondo quale criterio tracci i confini di questa “repubblica dell’arte” in continua espansione?

Il mio desiderio è quello di fotografare e di mostrare tutti i tasselli di questo grande mosaico. Fotografo coloro che dedicano la propria vita all’arte, che mantengono vivo questo sistema; i falegnami che realizzano telai su misura, i fonditori che realizzano i bozzetti degli artisti. Pur operando dietro le quinte, anch’essi aiutano a far sì che il sistema si regga in piedi. Man mano, addentrandomi di più spuntano nuovi mestieri e soggetti che si rivelano essere fondamentali. Per esempio, accanto alle figure tradizionali ho voluto inserire anche figure come il portiere dell’Ex Pastificio Cerere, anche lui attraverso il suo lavoro fa parte a pieno titolo e contribuisce al funzionamento del sistema dell’arte. Mi rendo conto che passo dopo passo la strada si traccia da sé e con essa i suoi confini. 

I soggetti dei tuoi scatti sono rigorosamente ripresi in un contesto professionale, che spesso appare come una calcolata estensione della loro identità – penso ad esempio al ritratto di una gallerista seduta sul divano che richiama nella posa la figura femminile di un dipinto alle sue spalle. Quali aspetti ti interessano maggiormente in questa relazione tra l’individuo e il suo spazio quotidiano?

È proprio vedere questa identità che si manifesta nello spazio personale che mi attrae, come lo spazio si modella a seconda di chi lo abita e a seconda del mestiere che vi viene svolto. Trovo interessante notare come anche coloro che svolgono lo stesso mestiere si rivelano profondamente diversi e il primo modo in cui me ne accorgo è osservando il loro spazio. Per esempio, ogni volta che entro nello studio di questo o quell’artista noto come ciascuno di loro organizzi il proprio spazio in maniera differente: c’è chi è ordinato e chi trova ordine nel proprio disordine, spesso mi sembra che questo si rifletta nel modo in cui lavorano.

Dal punto di vista operativo, come si svolgono le pose? C’è una fase di dialogo preliminare, oppure preferisci riprendere i soggetti in più occasioni per salvaguardarne la spontaneità?

Ad ogni incontro mi addentro in luoghi che non conosco, non faccio sopralluoghi, non so come sarà la luce e come si comporterà in quel determinato luogo e giorno. Realizzo le fotografie nel corso di un unico incontro. Vado lì senza preconcetti, senza sapere cosa mi aspetta. Dopo qualche minuto di chiacchiere, se la situazione e il mestiere lo permettono, faccio la stessa domanda “Stavi lavorando a qualcosa prima che arrivassi? Se sì, continua pure, nel mentre faccio qualche scatto”. Difatti se si tratta di un’artista o artigiano mi piace fotografarli mentre sono assorti nel loro lavoro. Anche quando si tratta di un ritratto “posato”, non dirigo i soggetti né chiedo loro di mettersi in posa; inizialmente questo può causare imbarazzo (soprattutto per coloro che non amano essere fotografati), poi però assumono spontaneamente la posa in cui si sentono a loro agio e mi rivelano con naturalezza la loro identità. In questo modo sono loro a donarmi la fotografia.

Trattandosi di un lavoro in progress, in quanti vi sono stati coinvolti fino a questo momento?

Fra artisti, fotografi, galleristi, mecenati, curatori, critici e storici dell’arte, artigiani, collezionisti, presidenti di fondazioni, editori, giornalisti, e direttori di musei, fino ad ora ho fotografato circa quaranta persone.

Quanti altri protagonisti prevedi ancora di includervi prima di considerare conclusa la mappatura?

Penso che la strada sia ancora lunga, ci sono ancora tantissime persone e mestieri che desidero fotografare, e credo che sarà il progetto a dirmi quando è concluso, non voglio impormi un limite.

In un tempo in cui, anche in campo artistico, le qualità personali cedono il passo alle competenze collaborative, non sarebbe il caso di fotografare – non saprei come: l’artista sei tu – un’intelligenza artificiale?

Ho fotografato artisti che si avvalgono dell’intelligenza artificiale come strumento o che ne trattano i temi. Non andrei oltre, non la fotograferei come soggetto, non la ritengo tale.

Ci mancherebbe! Al di là del valore documentario, qual è il miglior pregio del tuo studio?

Il pregio più grande per me è sicuramente l’imprevedibilità e la dinamicità che ne deriva. Ogni incontro è profondamente diverso, ogni persona che fotografo mi insegna qualcosa di nuovo. Per chi invece vedrà le mie fotografie, spero di riuscire a comunicare la visione di questo sistema culturale nella sua totalità attraverso la singolarità di ogni soggetto.

E il suo peggior difetto? 

L’imprevedibilità.

A cos’altro ti stai dedicando, a cosa ti dedicherai?

Attualmente sto lavorando alla pubblicazione del progetto, sulla mia pagina Instagram e su un sito che pubblicherò a breve. Inoltre sto pensando di estenderlo verso altre capitali dell’arte. Al di là di questo, la mia “ricerca” si muove in diverse direzioni. Sono vari i tipi e i generi di fotografia a cui mi dedico, dalla ritrattistica alle nature morte a immagini astratte, e diversi i soggetti che scelgo di fotografare. Ci sono degli argomenti e dei temi che catturano il mio interesse più di altri e ci sono delle idee che iniziano a prendere forma. Questo è quello che mi sento di dire sul presente. Ho solo 23 anni, sono tanti i progetti e i sogni. Passo dopo passo capirò cosa sarò in grado di realizzare e accoglierò quello che mi verrà incontro.

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