La sensazione iniziale quando si visita la mostra Tutti giù per terra di Francesco Simeti, presso la Galleria Francesca Minini di Milano, è quella di trovarsi immersi in un paesaggio abitato da ceramiche delicate e figure che sembrano emergere da una favola. In realtà, si fa ben presto a scrutare presenze meccaniche e inquietanti, pronte a imporsi sulla natura. Da anni Simeti costruisce un linguaggio capace di coniugare fascino ornamentale e tensione critica, un’estetica seducente che parla di distruzione, potere e crisi ambientale. Un’estetica che nasconde il conflitto in una zona ambigua, in cui elementi naturali apparentemente innocui affondano le proprie radici senza mai risolversi del tutto. Tuttavia, qui il mostro non si nasconde più: la violenza dello sfruttamento del territorio emerge apertamente, filtrata soltanto da un immaginario personale fatto di ricordi infantili, cultura popolare e materiali recuperati.
Le sculture della prima sala sembrano arrivare direttamente dalla memoria della campagna di Alcamo, in Sicilia, dove l’artista, da giovanissimo, assemblava utensili agricoli, frammenti metallici e materiali di recupero. Quelle forme ibride, a metà tra macchina, giocattolo e creatura fantastica, riaffiorano oggi nelle opere in mostra, traducendosi in figure antropomorfe costruite attraverso strutture in legno e lamiera che evocano macchinari industriali vicini ai pupi siciliani. In opere come Grattalora o Zappaterra, grondaie, scarti di falegnameria ed elementi in ceramica diventano configurazioni precarie, che mantengono visibile il processo della loro costruzione. È la materia stessa a farsi racconto: residui della terra vengono rielaborati in totem e scettri, dando forma a una sorta di processione continua. Le ceramiche sono forme instabili che richiamano fiori, anemoni e organismi marini. Corrosi dalla cottura, questi componenti sembra appartengano contemporaneamente a un mondo organico e a uno completamente costruito. Le macchine forestali impiegate per l’abbattimento degli alberi perdono dunque la loro funzione strettamente tecnica, animandosi in presenze corporee.



Nella seconda sala, l’arazzo che dà il titolo alla mostra ne costituisce il vero nucleo generativo. Nato da un acquerello dell’artista e da un testo di Luigi Presicce, il lavoro intreccia ruspe e scavatrici con alcuni animali fantastici. Immaginazione, memoria e tecnologia si sovrappongono e si contaminano, senza stabilire confini netti.
La mostra Tutti giù per terra oscilla tra minaccia e dimensione fiabesca. Interessante è la scelta di Simeti di evitare una rappresentazione diretta della catastrofe ecologica, privilegiando un’ambiguità percettiva costruita sulle contaminazioni tra natura e artificio, gioco e distruzione. Attrazione e destabilizzazione: un binomio già annunciato nel titolo, che rimanda certo agli alberi abbattuti, ma anche alla fine dell’illusione di controllo, alla perdita della nostra verticalità. In questo scenario, la natura non è più spazio incontaminato, né romantica nostalgia, ma qualcosa di compromesso, qualcosa di sfruttato, che ormai ha assunto un volto familiare.




