Man Ray: M for Dictionary, promossa da Fondazione Marconi e Gió Marconi, è una retrospettiva che non vuole essere banalmente nostalgica, ma un appuntamento cruciale per ridiscutere il nostro presente. In un’epoca dominata dall’infodemia, dall’intelligenza artificiale generativa e dalla fluidità delle immagini digitali, tornare a guardare il lavoro di Man Ray sul linguaggio non è un esercizio di archeologia artistica, bensì una necessità urgente.
Il cuore della mostra si focalizza su un aspetto fondamentale del maestro dadaista e surrealista: il rifiuto della funzione puramente documentaria o descrittiva dell’arte. Per Man Ray, il dizionario non è un catalogo immobile di definizioni, ma un territorio di sabotaggio semantico. Attraverso i suoi celebri Oggetti d’affezione, i rayographs e i fotoritocchi, l’artista ha scardinato il legame univoco tra il segno e il suo significato. Un ferro da stiro con i chiodi (Cadeau) cessa di essere un utensile domestico per trasformarsi in un enigma visivo, in una parola di un vocabolario capovolto.
Oggi siamo immersi in un flusso costante di immagini che pretendono di sostituirsi alla realtà, spesso manipolate o create dal nulla e da algoritmi. In questo contesto, la lezione di Man Ray sul linguaggio diventa un faro critico. Egli è stato tra i primi a comprendere che la fotografia non dice la verità, ma è un codice manipolabile. Rivedere la sua opera oggi significa riappropriarsi di uno sguardo valutativo verso i media contemporanei. Man Ray ci insegna a non subire passivamente il linguaggio visivo, ma a metterne a nudo i meccanismi, a decostruirlo e a reinventarlo.
L’esposizione da Giò Marconi evidenzia come il suo dizionario personale fosse una rete di analogie, giochi di parole visivi e cortocircuiti mentali. Questo approccio anticipa la struttura ipertestuale e associativa con cui navighiamo nel web moderno, ma con una differenza sostanziale: dove la tecnologia odierna tende a standardizzare e a profilare il significato per renderlo commerciale, Man Ray usava l’ambiguità per liberare il pensiero.
M for Dictionary, che rievoca l’esposizione dell’artista presso lo Studio Marconi nel 1969 (Je n’ai jamais peint un tableau récent) e la realizzazione del suo celebre ciclo di disegni Alphabet for Adults, è organizzata in cinque sezioni principali, intitolate The Alphabet, Light Writing, Body Language, Objectives e Mathematical Objects, e ci ricorda che il linguaggio è un organismo vivo e politico. Rivedere Man Ray oggi è importante perché la sua ironia e il suo rigore concettuale rappresentano l’antidoto perfetto alla pigrizia intellettuale della nostra era digitale, invitandoci a ridefinire continuamente le parole e le immagini con cui scegliamo di abitare il mondo. Un secondo allestimento, infine, dal titolo In Other Words, presenta opere di artisti contemporanei della galleria – Alex Da Corte, Simon Fujiwara, Wade Guyton, Allison Katz e Tai Shani – la cui attenzione al linguaggio come condizione della creazione visiva e materiale si collega direttamente all’eredità di Man Ray.
La mostra è stata presentata in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’artista, e realizzata in collaborazione con il curatore e storico dell’arte Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito. Fino al 24 luglio 2026.


