Salvatore Cammilleri
Friuti semu!, bassorilievo luminoso, 100x70 cm, legno - acrilico e led, 2022

Siamo tutti fritti: Salvatore Cammilleri

Una sua opera, Contagio, è stata da poco acquisita dal MacS, il museo di arte contemporanea di Catania: non una banana appesa al muro, né una scultura in marmo di Carrara. Il soggetto (attualmente) preferito da Salvatore Cammilleri, artista siciliano d’origine e romano d’adozione che ha fatto dell’irriverenza la sua cifra distintiva, sono le uova… strapazzate. Persino il Pop, tra un disastro ecologico e un’operazione speciale, è stato “contagiato” dall’amarezza e dal dramma. Di questo passo, dove andremo a finire?

Ripeti sempre che siamo tutti fritti. Perché? 

“Siamo tutti fritti!” è uno slogan artistico che ho usato più volte come titolo di opere o di mostre per meglio definire il concetto sotteso alle opere con le uova. Con il simbolo dell’uovo fritto esploro la caducità umana invertendo il significato canonico dell’uovo intero che, iconograficamente, rappresenta la vita. Infatti metaforicamente ho rotto l’uovo, l’ho fritto, facendolo diventare simbolo di morte.

Con le tue uova, hai creato una grammatica e una sintassi. Cosa ti ha avvicinato al mondo dell’arte? 

Alle scuole medie avevo un libro di antologia che in copertina mostrava “Il violinista” di Chagall… Il libro era sempre chiuso perché guardavo solo la copertina. Questo è stato il mio primissimo episodio di contatto emotivo con l’arte.

Viene prima l’uovo o la gallina? Mi spiego: sei nato pronto, artista fatto, o qualcuno ti ha scelto e ti ha cotto sul tegame?

Sono nato pronto, sono perennemente pronto.

Quando hai iniziato a esporre? 

Il mio sogno da bambino era realizzare un cartone animato; in età adulta ho realizzato “Sciatto il gatto” che è un mediometraggio. Dopo questa esperienza ho avuto sempre più coraggio nel proporre le mie realizzazioni in piccole collettive fino al punto di realizzare una personale nel 2014 dal titolo “MAIALI”.

Quindi hai iniziato con un cartone sui gatti, poi sei passato ai … maiali.

In realtà si legge “mai ali”; divertendomi con il gioco di parole, ho realizzato una serie di opere con il simbolismo delle ali. Con esse esploro il percorso della vita umana evidenziando l’atto del “non volo”, ovvero l’impossibilità dell’essere umano di esprimere una reale volontà di potenza.

Ho capito, c’erano ali, ma non si volava. In fondo la tua amata gallina è un uccello che non vola. 

La tua è un’analisi strapazzata.

Come no. In realtà è la tua ironia che è contagiosa. E ci riporta coi piedi per terra. Questa funzione, correggimi se sbaglio, è amplificata dai titoli.

Sì, una caratteristica del mio lavoro è che il titolo è parte dell’opera stessa. Ad esempio l’opera “Fossa comune” senza il titolo, sarebbe solo l’immagine di uova fritte ammucchiate sul fondo, mentre il titolo permette di fare il passaggio concettuale. Ovviamente in questo senso interviene l’ironia perché anche se il titolo sembrerebbe drammatico, alla fine sempre di uova fritte si tratta.

Quale rapporto intrattieni coi classici, a cominciare dal mitico Piero? 

Ho intrattenuto un dialogo con i grandi classici, compreso Piero della Francesca, ma più di tutti è con Caravaggio che ho dialogato e dialogo ancora oggi. Forse non è un caso se la luce, anche se artificiale, è presente in gran parte della mia produzione artistica.

E coi contemporanei, c’è qualche artista con cui vorresti dialogare? 

Con Piero Manzoni andrei a bere, con Maurizio Cattelan andrei a cena, con Pino Pascali fumerei, con Tony Oursler andrei a teatro, con Bill Viola all’acquapark, a Michelangelo Pistoletto chiederei di raccontarmi una barzelletta, con Francis Bacon andrei al cinema, con Salvador Dalí andrei ad una festa, con Lucio Fontana farei un viaggio. Potrei continuare all’infinito.

Oltre ad essere un artista, sei anche un organizzatore di eventi: conflitti di interesse? 

No, faccio in modo che non ce ne siano perché in ciò che organizzo, tutti abbiamo lo stesso spazio e le stesse possibilità.

Progetti per il futuro?

Ho appena realizzato una personale dal titolo “Friuti semu!” in cui lo slogan di cui parlavamo prima “Siamo tutti fritti!” viene riportato in dialetto siciliano, quindi la visione caduca e ironica diventa autoironica attraverso opere che, fondamentalmente, sono Sicilie e Trinacrie. Nell’immediato futuro mi occuperò ancora di percorrere questa ricerca.