Scultura lingua viva. Parte III

La scultura è viva o morta? Terza e ultima puntata del colloquio con la scultrice Elena Mutinelli.

Parliamo d’altro. Senza un impegno serio, anche economico, i costi di un’istallazione pubblica sono praticamente insostenibili. Per fortuna, di tanto in tanto, sopperiscono i privati.

Dall’inizio del 2021 ho potuto contare sul sostegno di un mecenate siciliano per realizzare una grande opera monumentale in marmo ispirata alla Deposizione di Rosso Fiorentino, esposta questa estate presso la Pinacoteca Civica di Volterra. Ho lavorato in totale libertà, appoggiata dalla fiducia di un imprenditore che ha creduto nella mia opera; mi sono trovata di fronte a una persona aperta, pratica e intelligente che ha abbracciato l’idea che la mia scultura incarnava, occupandosi totalmente di tutta una serie di incombenze, quali la fornitura del marmo, il taglio del blocco, il trasporto dalla cava al laboratorio, la movimentazione per lavorarlo, la base, i perni per tonnellate di peso, i trasporti in mostra con uomini e bracci gru, i permessi necessari… Tutto ciò ha significato moltissimo per me. Solo così l’artista cresce: incontrando gente simile, può dedicarsi totalmente alla propria creazione. 

La tua scultura è stata seguita, è proprio il caso di dirlo, dal produttore al consumatore.

La cosa che mi ha gratificata di più è stato il suo impegno nel cercare una collocazione pubblica per la scultura, che è stata trovata nel Comune di Chiaramonte Gulfi, in Sicilia. Senza quell’occasione, tra l’altro, la mia opera e la tua lettura di critico e storico d’arte non si sarebbero incontrati. Attraverso le tue parole, che la hanno introdotta al pubblico, ho visto con occhi nuovi non solo la mia Deposizione ma tutta la mia scultura e ho portato a casa nuove immagini.

No, è il contrario. In un tempo senza miti, per me è difficile imbattermi in lavori come i tuoi. Lavori, intendo, che non siano eroi dei fumetti o cloni di San Pio.

Qualche tempo fa mi sono ritrovata in un’intervista del filosofo Byung-chul Han, secondo cui viviamo in un mondo che espunge il dolore dall’esistenza quotidiana, allontanandolo dalla fantasia estetica. Viviamo in un mondo di panico per la caducità, la perdita e il maniacale protagonismo. Abbiamo troppa paura di soffrire, di imbruttirci, di invecchiare. Vivere a Disneyland è molto più rassicurante, e non ci mette in discussione. Il risultato è un’apoteosi di fumetti lustri, metallizzati, macrocefali, di una monotonia assoluta. Le icone di plastica senza vita che tutti conosciamo.

E della scuola che mi dici? Certe accademie suggeriscono che si possa diventare famosi senza alcun apprendistato.

Quando insegnavo all’Accademia paritaria, alcuni allievi mi pregarono di lavorare nel mio studio prima dell’esame di scultura. Il mio unico scopo era insegnare loro qualcosa: mai e poi mai avrei permesso a qualcuno di mettere mano ai miei pezzi. Avrebbero avuto occasione di realizzare sotto la mia guida le loro prime opere originali, in modo da poterle poi discutere in sede d’esame. Bene, finita quella specie di master, qualcuno mi domandò quanto li avrei pagati.

Quantomeno avevano chiaro il binomio lavoro-ricompensa! [ride]

La prerogativa di chi pensa di essere artista senza far fatica purtroppo non nasce da loro, ma da una serie di dispensazioni a cui i ragazzi sono abituati a causa nostra da prima che arrivino in Accademia, che li rendono pigri e fragili. Sebbene sfoggino, come si conviene nel branco, un piglio sicuro da protagonisti, hanno tanta paura di fallire troppo presto.

Ora insegno al Liceo artistico e sto facendo tante riflessioni insieme a loro. Vivono una realtà microscopica e non riescono a coordinare i movimenti in uno spazio non virtuale, ad appropriarsi della visione. 

Sono curioso. Che tipo di soggetti prediligono?

Quasi tutti replicano immagini mediate dai fumetti giapponesi: allodole, odalische dalle ciglia lunghissime e unghie come artigli, gnomi dal faccino sadico, farfalle.

Con un corredo simile, faranno fatica a decorare i cimiteri. La scultura è viva o morta?

Come mai un mostro sacro come Arturo Martini, che ha tenacemente perseguito la sua vocazione alla scultura, a un certo punto si ferma e confessa i suoi dubbi riguardo al ruolo che quest’arte riveste, fino al punto di abbandonarla? La risposta risiede forse in queste sue parole: “Fa che io non sia stile ma una disinvolta sostanza. Fa che io non sia un oggetto ma un’estensione. Fa che io non sia nelle tre dimensioni dove si nasconde la morte”. Laddove l’immagine ruba la scena all’immaginario, la scultura è morta. 

Nessuna speranza, allora.

Poco prima del primo lockdown, nel gennaio del 2020, esposi le mie opere in una grande collettiva, Incontro e abbraccio nella scultura del Novecento da Rodin a Mitoraj, a cura di Alfonso Pluchinotta. 

L’imponente scultura di Arturo Martini Il Figliuol Prodigo apriva il percorso espositivo della mostra, il cui filo conduttore era l’osservazione della fragilità umana, l’incontro, l’esplicito senso di nostalgia dell’altro. Mi fermai a lungo ad osservarla. Sul Mondo Nuovo di Huxley – il nostro – la Notte di Michelangelo sembra regni incontrastata. Ma solo sin quando ci accorgiamo che non siamo affatto soli.

Un’ultima domanda: a cosa stai lavorando oggi, cosa ci mostrerai domani?

Sto lavorando a grandi terrecotte e a un ciclo di disegni, Saette di umana e bestiale bellezza. Vorrei restituire ai miei “pirati metropolitani” e ai miei “centauri metropolitani” il mistero che abita nel loro sguardo, un contesto dove possano riconoscersi e per un momento, forse, appartenersi.

Quanto alle esposizioni, a cavallo tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 inaugurano due importanti mostre istituzionali che ospiteranno anche la mia opera: Canova tra innocenza e peccato, a cura di Beatrice Avanzi e Denis Isaia, inaugurerà una settimana prima di Natale al Mart di Rovereto; la seconda, Legami e distanze nella Scultura del Novecento da Rodin a Mitoraj, a cura di Alfonso Pluchinotta, inaugurerà all’inizio del 2022 a Padova presso il Palazzo del Monte di Pietà.