Sala d’attesa è la personale di Matteo Costanzo (Roma, 1985), a cura di Niccolò Giacomazzi, che raccoglie una selezione della serie Not_Act (2015–2025), opere-video del “quasi” dove il tempo inciampa e ogni gesto si spezza un istante prima del suo destino, disinnescando la nostra fame di finali.
«Se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa», annota Jules Renard, Journal (appunto del 1° agosto 1899), citato a piena pagina nel catalogo della mostra. Matteo Costanzo sembra trasformare questa frase in metodo critico, svita le cerniere narrative del nostro sguardo, lasciando entrare l’aria tagliente dell’interruzione, e noi, precipitati nel vuoto dell’“ancora”, siamo costretti a chiederci: che cosa resta dell’immagine quando smette di servire?


Tank Man a Tienanmen, George Floyd, la rovesciata atletica di Ibrahimović, le lezioni di aerobica in Myanmar, lo schiaffo di Will Smith, il volo che colpisce le Twin Towers, l’imminente morte di Mohammed al Dura a Gaza sono tutte iconografie globali che Costanzo torce in un loop ipnotico. Le immagini si rifiutano di portarci dove vorremmo andare. Non c’è climax, non c’è compimento, c’è solo una vibrazione trattenuta. Carmelo Bene la chiamerebbe “l’orrore dell’immagine” disinnescato. Le sequenze stallano e con esse stalliamo anche noi, spettatori addestrati alla scorrevolezza.
Nel rallentamento, il gesto perde la sua retorica e guadagna densità simbolica. Diventa un potenziale, qualcosa che non è ancora, ma preme per essere. Il paradosso? Il “non accadere” incide più del compimento.
Il catalogo immaginario di Entropy Channel 0, costruito nel testo critico dal curatore Niccolò Giacomazzi, complica questa sospensione: un telegiornale che passa da un evento incompiuto all’altro, senza mai accettare la tirannia del “dopo”. È un mondo che trasmette solo premesse, mai conseguenze.
In questo senso, Costanzo lavora sul fallimento come lo intendono Arjun Appadurai e Neta Alexander: non il fail better stagnante della cultura motivazionale, ma lo smascheramento del meccanismo che ci tiene in coda permanente, che trasforma il rimando in architettura della vita contemporanea.
Qui l’attesa si fa “sala” dove la storia si inceppa e si lascia guardare.
C’è una ragione se Sala d’attesa colpisce: il taglio che Costanzo imprime alle icone globali coincide con un limite epistemico della nostra epoca. Oggi viviamo dentro la superstizione del risultato, ci indigna l’esito, lo archiviamo come inevitabile e ignoriamo la semina che l’ha generato.
Potremmo chiamarla “teoria del raccolto banale”. Perché banale? Perché non ha più storia. Perché l’abbiamo amputato delle sue premesse. Molti grandi romanzieri hanno scritto sulla “teoria del raccolto banale”: in Guerra e pace, L. Tolstoj demolisce l’idea che una battaglia sia il risultato di un unico atto eroico o di una decisione sovrana, mostrando invece una miriade di cause, errori, piccole scelte. In Delitto e castigo, F. Dostoevskij fa esplodere il crimine come conseguenza di un groviglio pregresso, di umiliazioni, di idee malsane, di povertà, di orgoglio. A. Manzoni, ne I Promessi sposi, lavora sulla stessa logica, la provvida sventura non è magia teologica, ma rete di cause che si intersecano. Walter Benjamin, nel celebre frammento dell’Angelus Novus, descrive l’angelo della storia che guarda il passato e non vede eventi separati, ma un’unica catastrofe di rovine accumulate.
La nostra epoca è abituata a pensare che il risultato scaturisca dalla fatalità e così nessuno è davvero responsabile. “È il sistema”, “sono le circostanze”: formule che sciolgono il nesso tra scelta e conseguenza.
Ecco perché l’interruzione diventa oggi un atto politico. Perché ci riporta nel luogo dove l’esito non è ancora inevitabile, ovvero il territorio fragile e potentissimo del potenziale.
Ed è precisamente qui, a parer mio, che si innesta la mostra di Matteo Costanzo. In un’epoca che ci vuole spettatori compressi, Sala d’attesa pratica una forma di sabotaggio temporale. Ci ricorda che la storia è fatta tanto di eventi quanto di esitazioni. E che nell’intervallo, quel micro-secondo prima dell’impatto, non abita il vuoto, ma la possibilità di cambiare sguardo.
Costanzo prende immagini che la cultura di massa ha già divorato, metabolizzato e moralizzato, e le “guasta”. Le priva del loro “teleologismo”. Come scrive Ylva Bordsenius nel suo testo in catalogo: «Guardando indietro, quindi, «doveva succedere», non c’era alternativa». È l’effetto TINA (There Is No Alternative), la retorica che cancella la responsabilità diffusa che precede ogni evento.
E allora il punto non è più “che cosa accadrà?”, ma “che cosa potrebbe accadere?”.
È un ribaltamento etico quello che Matteo Costanzo ci offre: l’immaginazione torna prima della previsione.




Matteo Costanzo
Sala d’attesa
A cura di Niccolò Giacomazzi
Project Room – Musei Civici di Pesaro
dal 3 ottobre al 9 dicembre 2025 – h18-21
