“Il gesto di piantare semi di cotone porta con sé un carico di resistenza: storico, non violento, pacifista, economico, coloniale ed ecologico” ha dichiarato l’artista a proposito della propria opera.
Un lavoro che, come già detto, ha avuto una gestazione lunga e complessa. La radice del tutto risiede nella piantumazione dei semi di cotone, vegetale estraneo al territorio abruzzese per via del clima. Un vegetale delicato a bisognoso di una cura continua. Questo gesto di cura è stato, in qualche modo, il primo atto della performance. Come in un vero e proprio ciclo vitale, l’azione si è realizza attraverso fasi impercettibili, cambiamenti lenti e ostinati che l’artista ha seguito come pratica quotidiana. Il cotone si fatto quindi materia, si è trasformato e la sua crescita si è scontrata con gli imprevisti della realtà, con le sue fragilità che sono venute fuori e lo hanno messo alla prova. Questo ritorno alla manualità e all’attenzione verso qualcosa di concreto è un rimando simbolico alla figura di Gandhi. Filare come atto di indipendenza, un lavoro paziente e basato sulla potenza del gesto. Il filare diviene dunque sinonimo di forza, azione rivoluzionaria nella sua assoluta normalità, interroga il nostro presente per misurarne le contraddizioni e le complessità. Il gesto del Mahatma viene richiamato dalla Cerrone non tanto come richiamo di un passato da esaltare, quanto piuttosto per portare all’attenzione dei partecipanti la propria riflessione sugli avvenimenti della contemporaneità. Parla di resistenza lenta, con un lavoro che richiede tempo per essere osservato nel modo corretto, per essere capito e interpretato, sedimentare un qualcosa negli altri.
I sei performer chiamati a mettere in atto l’azione della Cerrone si scambiano gesti e sguardi mentre sono intenti a trasformare il cotone in manufatti in completo silenzio, indossando dei grembiuli bianchi. Il tutto viene fatto con una gestualità che rimanda sia a tecniche artigianali che a processi proto industriali. Spiega l’artista che l’uso del cotone idrofilo ha un suo preciso significato. Nasce infatti come materiale medicale, utilizzato per la cura, la guarigione. Qui viene filato lentamente, evolve, l’atto simbolico diventa organismo vivente. Il processo con il quale viene effettuato tutto questo non è fluido, bensì disturbato da interferenze, elementi e ostacoli che diventano parte attiva dell’azione performativa. Il gesto viene messo alla prova, la difficoltà diviene parte dell’azione, la resistenza diventa un obiettivo da conquistare con le unghie e con i denti. Come anche Gandhi dovette lottare per il suo popolo in nome della libertà. Gandhi che diventa un riferimento in quanto il suo messaggio di pace è stato riconosciuto come linguaggio immediato e universale.
Sempre a proposito di linguaggio, la Cerrone sottolinea come quello simbolico sia una costante di tutto il viaggio che ha portato alla realizzazione della performance. Dal bianco e il nero del filo che aveva già utilizzato in altri lavori che indagavano con i propri codici i temi della cura, del tempo lento, del legame con il territorio, all’assenza di scontro diretto come scelta politica, invito al pubblico di rallentare e sintonizzarsi gli uni con gli altri e con i performer, passando per la ripetizione dei gesti, che in uno spazio aperto al pubblico si erge a consiglio: quello di fermarsi per riflettere. Il cotone, che germoglia e cresce con fatica, è solo un mezzo tramite il quale l’artista trasmette il proprio messaggio. La parte centrale della performance, ossia la realizzazione dei manufatti con la materia prima, non è altro che il momento clou di un processo i cui “semi” sono stati piantati nel corso del tempo.



“Seminare significa anche attivare un percorso concreto di cura e di attesa. Dopo l’azione, le piantine continueranno a crescere nel mio studio-giardino prolungando la durata della performance in una dimensione vitale e quotidiana. La temporalità estesa – che si misura in mesi – diventerà così parte integrante del senso dell’opera: la resistenza, infatti non è mai un atto rapido, ma un processo di persistenza, crescita e trasformazione”. Queste parole di Mandra Stella Cerrone sono una testimonianza del suo immenso amore verso le tematiche affrontate e il mezzo della performance artistica. Un lavoro che restituisce un senso storico anche alla Filanda, una liberazione anche per un luogo che per tanto tempo non è stato vissuto come avrebbe meritato. Fili di relazioni e di possibilità vengono a formarsi in uno spazio di comunità e di lentezza, dove la fragilità diviene forza e l’arte si fa atto sociale, non più esperienza individuale ma collettiva.
“Il fragile diventa nido, la pace germoglia.” Il linguaggio è parte integrante della performance, con una voce maschile che legge una lettera immaginaria che la Cerrone ha scritto ispirandosi ai temi della non violenza. Il testo viene letto in inglese e accompagna le sessanta piantine di cotone seminate ad agosto e ora finalmente germogliate (che saranno portate nello studio dell’artista, che ne documenterà la crescita). Il progetto è stato organizzato da Art Agency e ha ricevuto il sostegno dell’assessorato alla Cultura del Comune di Atri, rappresentante dal vicesindaco Domenico Felicione.
