Realizzata appositamente per i trecentocinquanta metri quadrati della Sala d’Arme di Palazzo Vecchio a Firenze, è aperta fino al 29 marzo e ha come scopo, fra gli altri, di permettere un’esperienza di forte impatto emotivo e di riflessione su uno dei temi centrali del mondo attuale, quello della “rotta” ovvero del percorso di un gran numero di persone dal luogo nativo a una destinazione non sempre raggiunta e spesso perduta già prima di avvistarla.
Ma è anche il mare Mediterraneo il soggetto centrale dell’opera, l’elemento preponderante che ricorda da una parte l’immensa via d’acqua solcata per secoli dagli antichi popoli, dall’altra il “luogo” dove i “viaggi”di oggi, fra speranza e tragedia, si compiono senza approdo, svanendo nell’azzurro delle sue acque che lambiscono l’Italia Meridionale e, in particolare, la Calabria.
La regione è la terra d’origine di Giuseppe Lo Schiavo (1986), alias Glos visual artist e researcher che oggi vive tra Milano e Londra, vincitore, tra l’altro, nel 2024 della XXIIIa edizione del Premio Cairo, con l’opera Self Neural Portrait realizzata con la “fotografia sintetica”, una tecnica che non utilizza la tradizionale macchina fotografica ma il computer, mettendo in atto il sapere scientifico e il linguaggio artistico: anche qui è il mare, un mare in tempesta, il soggetto determinante di relazioni fra interno ed esterno, tra realtà e sua percezione.
Ed è proprio la capacità di esplorare oltre la parvenza superficiale degli elementi scelti per la visione a caratterizzare l’opera dell’artista e Rotta in particolare, un evento totale dove l’installazione scultorea, le immagini video e i suoni permettono al visitatore di entrare in una dimensione profonda di contenuto e di emozione, aspetti veicolati da Lo Schiavo attraverso una sofisticata tecnologia, un sapere assodato nella conoscenza dei mezzi e, insieme, una vena di poesia che sembra averlo guidato nel percorso.

Durante l’inaugurazione egli afferma che “non è la prima volta che cerca di portare nella sua arte temi etici e che spesso si è concentrato su problematiche ambientali e/o animaliste”, ma aggiunge che è la “prima volta che si confronta con un tema così politico e polarizzante”. E alla domanda da dove sia nata questa tematica asserisce che è scaturita “dall’empatia che ha provato ascoltando i racconti di suo fratello, motoscafista nella guardia costiera italiana con alle spalle molte missioni sia all’Italia che all’estero di salvataggio e di soccorso. I suoi racconti – continua – gli hanno fatto capire che era necessario cercare di metterci la faccia e di provare almeno a ricostruire una sorta di dignità per le persone che perdono la vita nel Mediterraneo, che non vengono contate come morti, sparendo all’interno delle acque, vite che non sono nemmeno numeri, perché non sono corpi che nessuno cerca e reclama”.
Da questo intenso coinvolgimento esperienziale in primis dell’autore, da questa emanante sensazione di presenza del mare e di assenza di vite umane, nasce l’installazione dei tre delfini bronzei ambientati nella Sala d’Arme e il cortometraggio proiettato nelle ampie pareti del locale, volendo ricreare – dichiara ancora l’artista – “una cerimonia laica tra la vita e la morte”.
I delfini sono animali empatici e per la loro conformazione fisica sono anch’essi “al limite tra la vita e la morte”, secondo quanto riferito da Lo Schiavo, e qui rispondono al rito celebrativo messo in campo: sono delle sculture a grandezza naturale, forti presenze corporee in rapporto con le immagini che li ritraggono.


Il video della durata di diciotto minuti è stato girato in Calabria il 10 dicembre del 2025 e le riprese sono state effettuate con sette camere e trentadue microfoni ambientali a otto miglia dalla costa, con le musiche, due requiem e altri due brani composti da Marco Guazzone con l’artista, eseguite dalla banda di Pizzo Calabro diretta da Alessandro Maglia.
Nella proiezione perimetrale si susseguono cambi di scena a livello di visione finché l’aspetto rituale diventa centrale nel momento in cui Lo Schiavo stesso, da una delle barche coinvolte, getta nei quattrocento metri di profondità marina una testa di Apollo di epoca romana, con un gesto di provocazione e simile a cerimonie di auspicio come quelle praticate fin dalle antiche civiltà, “donando” al mare.
Il gesto risuona come monito etico, come spinta a una riflessione consapevole e al contempo pone un’implicita domanda: “Come è possibile scandalizzarsi per la perdita di un oggetto, anche se frammento della nostra storia e rimanere indifferenti per la perdita di vite umane?
Questo nodo etico, questo punto cruciale della nostra civiltà odierna e occidentale, trasmesso con la musica e con le riprese video in sinestesia, tocca direttamente lo spettatore. “In realtà – afferma l’artista – all’interno di questa registrazione che noi abbiamo fatto in mare, con le sette barche, che proiettiamo qui con un audio spazializzato che le segue, portiamo il fruitore con noi in questo viaggio e lo rendiamo partecipe di questa cerimonia”.
La presenza viva dell’osservatore, il suo coinvolgimento diventa ancor più forte nelle scene finali, quando i video, abbandonati gli “idillici” paesaggi marini e le musiche “commemorative” , emettono frequenze elettroniche ad alto volume e proiettano astrazioni visive, segni riconoscibili del nostro tempo, imponendo infine ai nostri occhi la frase: “l’arte non serve a niente “, peraltro incisa anche nelle sculture. Ma la dichiarazione fatta di ironia si smentisce proprio nel suo farsi, perché l’arte serve se non altro a ritrovare la “rotta” spesso dimenticata della consapevolezza.


